Acqua, quanto mi costi? Servizio Idrico Integrato l'affare del secolo

acquadi Roberta Lemma

La giornata si apre con un piccolo comizio improvvisato davanti ad una caffetteria; l'unica aperta nel quartiere in questo periodo di ferie agostane.


Anche io mi trovo seduta attorno ad uno di questi tavolini all'ombra e seguo il crescente mormorio. Man mano la rabbia sembra montare dietro cifre urlate: io ho avuto 100 euro, io 80 euro, io 120 euro.
Tutti parlano di cifre dai settanta in su, poi capisco, parlano delle nuove fatture del Servizio Idrico Integrato, il SII. Anche questo è conseguenza della – privatizzazione.

Il servizio idrico, il bene più prezioso e vitale cui nessuno può fare a meno. Un gioco sottile, nascosto da inspiegabili voci sul dettaglio consumi. Un gioco politico, fatto di decreti piccolissimi, che parte da lontano, da molto lontano, fino ad arrivare nella vostra cassetta delle poste. Fino al 1990 le aziende dell'acqua erano municipalizzate, aziende senza scopo di lucro cui gestione era di tipo comunale; dopodiché iniziano i giochi, quei giochi strani che hanno nomi strani; privatizzazione e liberalizzazione.
Queste aziende senza scopo di lucro, quindi esentasse e quindi dai costi contenuti vengono trasformate, in - aziende speciali – sempre di tipo pubbliche ma con una possibilità in più; vale a dire con la possibilità, per queste aziende, di subappaltare, la gestione idrica, ad aziende private a scopo di lucro. Essendo soggetti a scopo di lucro sono obbligati a versare le tasse sui loro utili e, pagando le tasse sui loro utili, vendono il prodotto, in questo caso l'acqua, a prezzi più alti.

Questo primissimo, iniziale passaggio, è importantissimo. Infatti, da questo iniziale passaggio, inizia il business dell'acqua. Dando la gestione della rete idrica ad aziende private, se è vero che per legge non possono usufruire di soldi pubblici, è pur vero, che le stesse, possono ed hanno assoluto potere decisionale in merito ai costi e alla gestione dell'acqua, ciò ricade su di noi e sulle nostre bollette. I dati analizzati lasciano quindi intendere che le tariffe negli ultimi anni sono cresciute e sono destinate a crescere anche negli anni a venire, poiché è necessario realizzare consistenti programmi di investimento per adeguare e mantenere le infrastrutture necessarie ad assicurare adeguati livelli di servizio.
Alle difficoltà pratiche legate agli aumenti tariffari necessari a finanziare gli investimenti, vanno aggiunte le difficoltà derivanti dalle errate previsioni di volumi erogati crescenti, che non si sono verificate, determinando entrate tariffarie minori rispetto a quelle previste perciò insufficienti coperture per gli investimenti programmati. Si tratta di un aspetto estremamente importante, perché evidenzia un deficit di capacità previsionale di cui è assolutamente necessario il rapido superamento. - ( Rapporto Conviri, Comitato per la Vigilanza sull'Uso delle Risorse Idriche – Roma 2009 )

Prendiamo una fattura qualunque e snoccioliamo il dettaglio:
Anticipo consumi: 66 euro Uso: Domestico residente Quota Fissa: 6,00 euro/ trim.
Servizio di depurazione: Assente.
Ma, nella seconda parte del dettaglio consumi scrivono: Dom. Res. - Es. Fogna/Depu – Bac.A, poi una serie di cifre a metro cubo che non spiegano e dicono niente e che nemmeno svelano la tariffa aggiunta in seguito e sotto finte e poco chiare sigle al calcolo del totale della fattura stessa.
Sappiamo solo che trattano la depurazione e la rete fognaria dichiarata, sopra, Assente.
Dettaglio addebiti/accrediti; il periodo conteggiato va dal 14 gennaio 2010 al 29 agosto 2010. Domanda, se ad ogni fattura calcolano un largo acconto sui consumi, come può questa voce avere sul finire un accredito di altri 15 euro? Senza contare che ogni singola cifra riscuote un ulteriore 10% di iva.

Finalmente arriviamo alla voce del corrispettivo per consumo, euro, 30, ma, la fattura indica nel totale un salasso inspiegabile, euro 113. come è possibile? Errore? Se così fosse tutte le fatture di tutti gli altri cittadini sono in errore e sono in errore non solo quelli dei comuni campani, ma anche quelli di Treviso, Lipari e Latina e così via.
Basta leggere e cercare tra le notizie locali, ben nascoste dalla stampa nazionale e dai media di prima serata e di prima pagina! Quindi ricapitoliamo la Fattura per il servizio idrico integrato: Quota fissa 12 euro, ( fissa su cosa? )
Acconti quota fissa in bolletta precedente 6 euro, perchè non le 12 euro conteggiate? Acan – Rimborso anticipo consumi meno euro 15; Adan –
Addebito anticipo consumi più euro 56; Arrotondamento precedente più Nuovo arrotondamento, pochi centesimi che, se li addizioniamo agli altri pochi centesimi di migliaia di utenti fanno una bella e tonta cifra regalata alla società responsabile; Iva 10% su 57 euro, quindi l'iva calcolata anche sull'anticipo dell'acconto consumi che forse consumeremo, altra truffa.

Conteggiando non si spiega comunque il totale della fattura, che invece si spiegherebbe provando ad aggiungere quel conteggio, non specificato ma trascritto sulla depurazione e sula rete fognaria titolata Assente sull'inizio del dettaglio. In questo caso si parla della Gori, ma la Gori entra nel circuito di quelle società che fanno parte dell' Ambito Territoriale Ottimale, (ATO): organizzazione servizi pubblici integrati, ad esempio quello idrico o quello dei rifiuti (vedi Codice dell'Ambiente, D. Lgs 152/2006 e succ. modifiche, che ha abrogato la L.36/94). Tali ambiti sono individuati dalle Regioni con apposita legge regionale (nel caso del Servizio Idrico Integrato con riferimento ai bacini idrografici).
Ogni regione ha quindi un suo Ato che regola secondo le disposizioni dell'Ato nazionale. Gli ATO Acqua sono stati originariamente istituiti a seguito della legge 5 gennaio 1994 n. 36 "Disposizioni in materia di risorse idriche" che ha riorganizzato i servizi idrici aggregando sotto un'unica autorità (l'Autorità d'Ambito) i servizi di acquedotto, fognatura e depurazione in tutte le loro fasi, ivi comprese le relative tariffe.
Pertanto l’ATO è l’insieme dei comuni (appartenenti ad una provincia) che operano in virtù di una forma di cooperazione che può essere o il consorzio di enti o la convenzione di cooperazione come accade per l’ATO Provincia di Milano. Cos'è il Servizio idrico integrato (Sii)? La legge 36/1994, cosiddetta “Legge Galli”, prevede il superamento della frammentazione sul territorio della gestione dei vari comparti del ciclo delle acque (captazione, adduzione, distribuzione, depurazione), perseguendone l’accorpamento in un unico schema coordinato di servizi, indicato appunto come “servizio idrico integrato”.
Perciò il SII è l'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione d’acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue.
Che cos’è la Conviri? di mp, 14/04/2010 La Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) è stata istituita dalla Legge n. 77 del 24 giugno 2009, che all'art. 9 bis comma 6.
"Per garantire l'efficienza degli impianti per la gestione dei servizi idrici e la salvaguardia delle risorse idriche nel territorio nazionale, ai fini della prevenzione e del controllo degli effetti di eventi sismici, entro quarantacinque giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare avvia il Programma nazionale per il coordinamento delle iniziative di monitoraggio, verifica e consolidamento degli impianti per la gestione dei servizi idrici.

Il Programma e' predisposto dalla Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, che, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e' istituita presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, subentrando nelle competenze gia' attribuite all'Autorita' di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti ai sensi degli articoli 99, 101, 146, 148, 149, 152, 154, 172 e 174 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successivamente attribuite al Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche, il quale, a decorrere dalla medesima data, e' soppresso".

Che cos’è l’Autorità d’Ambito (AATO)? Il termine “Autorità d’Ambito” non compare nella legge 36/1994.
E’ entrato in uso a seguito delle leggi regionali di recepimento della L. Galli. Così, ad esempio, la Regione Lombardia stabilì con la L.R. 26/2003 che in ciascun ATO [4] si costituisca una Autorità d’Ambito, nelle forme previste dall’Art. 30 e dall’Art. 31 del D.lgs.267/2000; inoltre che ciascuna Autorità d’Ambito definisca, sulla base dello schema tipo regionale, la Convenzione tra gli Enti Locali ricompresi nello stesso ATO per l’organizzazione del servizio idrico integrato.

Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 152/2006, recante “Norme in materia ambientale”, sono state introdotte le seguenti nuove disposizioni:• nella Parte terza, Sezione III, è disciplinato il “Servizio Idrico Integrato”, in cui vengono ripresi ed ampliati gli obiettivi che erano stati posti della legge 36/1994, che nel contempo viene abrogata;• è stata confermata la competenza delle Regioni per quanto attiene alle delimitazioni degli ATO nonché a disciplinare le forme ed i modi della cooperazione tra gli enti locali ricadenti nel medesimo ATO;• è riservava alle Regioni la facoltà di scegliere la forma di cooperazione tra gli enti locali ricadenti nel medesimo ATO tra la forma del Consorzio e quella della Convenzione, • l’Autorità d’Ambito è una struttura dotata di personalità giuridica alla quale gli enti locali partecipano obbligatoriamente ed alla quale è trasferito l’esercizio delle competenze ad essa spettanti in materia di gestione delle risorse idriche.

Quali sono i compiti dell’Autorità d’Ambito? di mp, 12/04/2010 All’Autorità d’Ambito compete, principalmente, l’organizzazione del SII [1] “in nome e per conto di tutti gli Enti locali appartenenti all’ATO [4]”.Tra gli altri i compiti si ricordano:• definire il modello organizzativo e individure le forme di gestione del SII, • affidarne la gestione degli impianti ad un soggetto Gestore nonché affidare l’erogazione del servizio idrico ad un soggetto Erogatore i quali, in base alla L.R. 18/2006, sono società distinte ed individuate nel rispetto della normativa vigente;• assicurare il rispetto dei contratti ovvero delle Convenzioni di Gestione. • approva il programma di attuazione delle infrastrutture e di acquisizione delle altre dotazioni necessarie per l’organizzazione del servizio; • determina le tariffe del servizio e dispone in ordine alla destinazione dei proventi tariffari;• il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dalla programmazione regionale nonché il raggiungimento dell’unitarietà della tariffa d’ambito definita in funzione della qualità delle risorse e del servizio fornito (Art. 13, comma 3 della L. 36/94);
• rimuovere i fattori che potrebbero causare diseconomia nella produzione di servizi e nella qualità del prodotto erogato all’utenza;
• garantire livelli omogenei e standard di qualità e di consumo nonché la tutela dei cittadini meno abbienti da attuare attraverso meccanismi di compensazione tariffaria;
• la definizione e l’attuazione di un programma di investimenti finalizzato all’estensione, razionalizzazione e qualificazione dei servizi, privilegiando le azioni mirate al risparmio idrico e al riutilizzo delle acque reflue.

Quali sono i Gestori dell’ATO? Il soggetto che eroga il servizio, indicato come società Erogatrice, non può coincidere con la società che amministra il bene patrimoniale che è denominato società Patrimoniale o società di Gestione. Entrambe le società devono essere formate con soci esclusivamente pubblici; le società di Gestione potranno avere, dopo apposita gara, anche un socio privato minoritario. In questo modo potranno usufruire degli stanziamenti pubblici ma, al contempo, subappaltare il lavoro a ditte private dietro lauta mazzetta o percentuale.
L’Erogatore è quindi il soggetto a cui l'Autorità d'Ambito ha affidato il servizio per la fornitura d'acqua, la raccolta degli scarichi fognari e la loro depurazione; il servizio è ripagato dalla tariffa [ riscossa dall'utenza. Una quota di tariffa andrà versata al Gestore per consentire l’ammodernamento e completamento delle infrastrutture.

Per ulteriore precisazione occorre ricordare che tanto l’Erogatore quanto i Gestori dovranno operare secondo apposito Contratto e relativo Disciplinare al momento in fase di elaborazione. Per effetto dell’affidamento e non solo, non è consentito ad altri soggetti di svolgere le attività che competono alle predette società; pertanto anche la gestione in economia tipica dell’Ente locale, non è per legge più ammessa. Le tariffe.
La tariffa per il servizio idrico integrato è calcolata sulla base di un valore, chiamato "tariffa reale media", determinato nel Piano d'Ambito per ciascun anno di gestione in funzione del piano finanziario. Il Decreto del Ministro dei Lavori Pubblici del 1 agosto 1996 stabilisce che la "tariffa reale media" venga calcolata, con metodo molto rigoroso, partendo da parametri economici basati sugli investimenti previsti nel Piano d'Ambito e deve essere inferiore a un valore massimo di calcolo.

Per legge la tariffa deve coprire integralmente tutti gli investimenti previsti nell'Ambito. In questo modo i cittadini, dietro voci fantasiose, ripagheranno stipendi e stanziamenti.
Tutti questi Enti, privati e pubblici gravano terribilmente sulla fornitura dell'acqua, che si aggiudica il titolo di – oro blu -. Sempre tornando al comizio che apre l'articolo, a chi rivolgersi? Come farsi giustizia?
Ci si appella ai comitati civici, alle associazioni per i consumatori, tuttavia è bene dire come stanno le cose, e cioè, che se non si pagano le fatture dell'acqua le società hanno il potere di interrompere la fornitura, immediatamente. Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 "Norme in materia ambientale" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2006 - Supplemento Ordinario n. 96 ART. 110 (trattamento di rifiuti presso impianti di trattamento delle acque reflue urbane) 1.
Salvo quanto previsto ai commi 2 e 3, e' vietato l'utilizzo degli impianti di trattamento di acque reflue urbane per lo smaltimento di rifiuti. 2. In deroga al comma 1, l'autorità competente, d'intesa con l'Autorità d'ambito, in relazione a particolari esigenze e nei limiti della capacità residua di trattamento, autorizza il gestore del servizio idrico integrato a smaltire nell'impianto di trattamento di acque reflue urbane rifiuti liquidi, limitatamente alle tipologie compatibili con il processo di depurazione.
3. Il gestore del servizio idrico integrato, previa comunicazione all'autorità competente ai sensi dell'articolo 124, e' comunque autorizzato ad accettare in impianti con caratteristiche e capacità depurative adeguate, che rispettino i valori limite di cui all'articolo 101, commi 1 e 2, i seguenti rifiuti e materiali, purche' provenienti dal proprio Ambito territoriale ottimale oppure da altro Ambito territoriale ottimale sprovvisto di impianti adeguati:
a) rifiuti costituiti da acque reflue che rispettino i valori limite stabiliti per lo scarico in fognatura;
b) rifiuti costituiti dal materiale proveniente dalla manutenzione ordinaria di sistemi di trattamento di acque reflue domestiche previsti ai sensi dell'articolo 100, comma 3;
c) materiali derivanti dalla manutenzione ordinaria della rete fognaria nonche' quelli derivanti da altri impianti di trattamento delle acque reflue urbane, nei quali l'ulteriore trattamento dei medesimi non risulti realizzabile tecnicamente e/o economicamente.
4. L'attività di cui ai commi 2 e 3 può essere consentita purche' non sia compromesso il possibile riutilizzo delle acque reflue e dei fanghi.
5. Nella comunicazione prevista al comma 3 il gestore del servizio idrico integrato deve indicare la capacità residua dell'impianto e le caratteristiche e quantità dei rifiuti che intende trattare. L'autorità competente può indicare quantità diverse o vietare il trattamento di specifiche categorie di rifiuti. L'autorità competente provvede altresì all'iscrizione in appositi elenchi dei gestori di impianti di trattamento che hanno effettuato la comunicazione di cui al comma 3. 6.
Allo smaltimento dei rifiuti di cui ai commi 2 e 3 si applica l'apposita tariffa determinata dall'Autorità d'ambito. 7. Il produttore ed il trasportatore dei rifiuti sono tenuti al rispetto della normativa in materia di rifiuti, fatta eccezione per il produttore dei rifiuti di cui al comma 3, lettera b), che e' tenuto al rispetto dei soli obblighi previsti per i produttori dalla vigente normativa in materia di rifiuti. Il gestore del servizio idrico integrato che, ai sensi dei commi 3 e 5, tratta rifiuti e' soggetto all'obbligo di tenuta del registro di carico e scarico secondo quanto previsto dalla vigente normativa in materia di rifiuti.

In una Italia pienamente '' saccheggiata '' questa è una delle tante beffe cui spetta ai cittadini subire.

La rivoluzione dell'acqua - Marco Bersani

Un contributo di Marco Bersani - Attac Italia segnalato da FabioNews

Un milione e quattrocentomila donne e uomini che sottoscrivono i tre referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua rappresentano una piccola grande rivoluzione.

Come tale, provoca immediato spavento nei poteri forti e in un quadro politico-istituzionale non avvezzo all’idea che possa esistere una soggettività sociale capace di prendere parola e di progettazione autonoma.

Un primo tratto di questa rivoluzione risiede nel fatto che sul tema dell’acqua si è ormai costituito, per la prima volta dopo decenni, un vero e proprio movimento nazionale di massa.

L’Italia, come ciascuno può intuire anche ad un’ osservazione superficiale, è un Paese tutt’altro che pacificato : decine di conflitti attraversano il mondo del lavoro, la società e le realtà territoriali.

Sono esperienze dotate spesso di una fortissima radicalità ma al contempo di altrettanta frammentazione.

Dentro questo contesto, il movimento per l’acqua si colloca come una fertile anomalia : estremamente reticolare e radicato nei territori, su questo humus ha saputo costruire e vivificare nel tempo –dalla legge d’iniziativa popolare alla campagna referendaria, passando per due grandi manifestazioni nazionali- una forte vertenza nazionale, capace di incidere sull’agenda politica del Paese.

Il secondo tratto risiede nel non negoziabile contrasto con il pensiero unico del mercato : dopo due decenni di egemonia della cultura dell’impresa sulla società e la vita delle persone, il movimento per l’acqua costruisce una mobilitazione densa non per ottenere qualche riduzione del danno, bensì per affermare la totale fuoriuscita dell’acqua e dei beni comuni –essenziali alla vita- dal gorgo delle Società per Azioni comunque delineate. E per affermarne la riappropriazione sociale e una gestione pubblica e partecipata dalle comunità locali.

O la Borsa o la vita, per dirla senza perifrasi.

Il terzo tratto nasce dalla straordinaria domanda di democrazia e di protagonismo sociale che questo movimento ha messo in campo e ha saputo intercettare : le donne e gli uomini che hanno profuso energie, in ogni comitato nato nella più grande metropoli così come nel più piccolo paese di montagna, e i cittadini corsi a frotte a firmare affermano la straordinaria volontà di decidere tutte e tutti in prima persona su ciò che a tutti appartiene. Per la qualità della vita nel presente oggi e una possibilità di futuro per le future generazioni.

Da questo punto di vista, il referendum è uno strumento ma anche un fine in sé, in quanto afferma il principio che su beni essenziali alla vita come l’acqua nessuna delega è autorizzata e la decisione deve appartenere a tutte e tutti.

Da ultimo, ma non per importanza, emerge il tratto di laboratorio di democrazia e partecipazione che il movimento per l’acqua ha saputo costruire in quasi un decennio di esperienza. Il costante rapporto fra locale e globale, l’approccio inclusivo verso le più diverse culture e provenienze, il metodo del consenso come elemento costitutivo di tutti processi decisionali fondamentali, hanno fatto di questa esperienza un interessante laboratorio di formazione collettiva, di saperi condivisi, di redistribuzione della conoscenza.

Un laboratorio perfettibile, ma sufficientemente attrezzato da consentire al movimento dell’acqua, a differenza di altri luoghi di costruzione dell’opposizione sociale e politica, di evitare una delle conseguenze più nefaste del degrado della politica : la nascita dei populismi, che, anche nelle loro versioni più avanzate, costruiscono appartenenza sull’elemento simbolico della personalizzazione.

Al contrario, nel movimento per l’acqua l’appartenenza nasce dalla condivisione del tema e di una piattaforma valoriale, culturale e politica che si fonda su obiettivi di radicale trasformazione della democrazia nel senso della partecipazione sociale.

Sono queste alcune delle caratteristiche che, nel determinare il successo della campagna di raccolta firme, mettono in campo un potenziale di cambiamento di grande fertilità sociale.

Un popolo che riprende collettivamente parola è molto più pericoloso di un popolo che cerca di volta in volta qualcuno a cui affidarsi.

Sarà un autunno caldo per la battaglia dell’acqua.

Sapremo rinfrescarci in primavera con una marea di SI alla riappropriazione sociale dell’acqua.

Marco Bersani Attac Italia Luglio 2010

L'acqua del rubinetto? È vietata ai minori di 14 anni (ma con le deroghe...) - di Giorgia Nardelli


27/05/10

Un'interessante inchiesta del Salvagente (oggi in edicola, in vendita anche on line).
In alcuni comuni d’Italia l’acqua del rubinetto è vietata ai minori di 14 anni, quasi fosse un medicinale. Fortunati, quei cittadini, visto che altri devono correre ogni giorno a comprare l’acqua in bottiglia, perché è scattato per tutti il divieto di potabilità.
Ma questi sono i meno.
Moltissimi altri, in molte parti dell’evoluta Italia ingoiano ignari quel che esce dai rubinetti, e che tutti i requisiti per essere bevuto non li ha.
Eppure, come spiega il Salvagente in un'inchiesta che sarà in edicola da oggi (in vendita a 1 euro anche nel nostro negozio on line), in tutti questi casi - a volte senza che neppure i cittadini ne siano informati - l'acqua è perfettamente legale, grazie a deroghe concesse da anni agli enti locali che non riescono a rientrare nei limiti di legge sulla potabilità.

L'Italia è il paese delle deroghe
Da quando nel 2001 è entrata in vigore la norma che impone regole più stringenti sulla presenza di inquinanti e metalli pesanti, 13 Regioni su 20 hanno fatto richiesta al ministero della Salute di consentire a questo o a quel Comune di dichiarare bevibile la sua acqua, nonostante gli sforamenti.
Tra i paesi europei l'Italia è quello che, per stessa denuncia della Ue, ha approvato più richieste di deroga. Arsenico, boro, fluoro, nitrati, vanadio e trialometani le sostanze i cui livelli più spesso “eccedono”. Colpa soprattutto dell'origine vulcanica del nostro territorio, e dell'orografia complessa, che rende le nostre acque naturalmente ricche di metalli pesanti. Ma anche la mano umana ha fatto la sua parte, e lo si nota rilevando residui di sostanze usate in agricoltura, o sottoprodotti dei processi di potabilizzazione.

Una scappatoia perfettamente "legale" per rimediare
Per rimediare c'è la scappatoia. Lo prevede la stessa legge 31/01, adeguamento di una direttiva europea: i Comuni che si rendono conto di avere parametri non in regola possono fare richiesta di deroga alla Regione, che a sua volta la gira al ministero della Salute, che, sentito il Consiglio superiore di sanità, concede che l'acqua venga comunque destinata “a uso umano” e bevuta, ma a certe condizioni. Tra queste, la presentazione di un piano di interventi per bonificare le acque, e l'impegno a informare la cittadinanza del problema.
Fino a oggi non è mai successo che il ministero rifiutasse una deroga. D'altro canto, difficilmente si è visto un Comune o una società distributrice “pubblicizzare” questi problemi. Quanto agli interventi, 9 anni non sono stati sufficienti a eliminare le criticità, specie in alcuni territori. Lo testimoniano i report annuali di Cittadinanzattiva, che da anni monitora la “purezza” delle acque italiane. Dall'ultimo dossier sul servizio idrico integrato, pubblicato a ottobre 2009, emerge la situazione in tutta la sua assurdità.

C'è pure il federalismo del rubinetto

Il primato va alla Campania, in deroga permanente da 7 anni, perché dal 2002 non riesce a fare rientrare i livelli di fluoro. Ma l'elenco è lungo: il Lazio vi compare dal 2006 (fluoro, arsenico, e vanadio oltre i limiti), la Toscana dal 2003 (prima magnesio e solfati, poi arsenico, boro, e trialometani, cui si sono aggiunti i cloriti), la Lombardia dal 2004 (arsenico) come il Piemonte (arsenico e nichel, rientrato nel 2008) e la Puglia (cloriti fino al 2006 e trialometani). Nel 2009 in 8 hanno rinnovato la richiesta. Ma anche in questo caso la situazione non si è di molto modificata.
Per il 2010 sono in attesa di un responso Lazio, Toscana, Trentino, Lombardia, e Campania, ma le cose si vanno facendo più difficili. Da quest'anno dovranno attendere la valutazione del comitato scientifico Scher dell'Unione europea, che si esprimerà sulla validità dei piani di intervento. E dal 2012 non avranno più scappatoie: niente più deroghe. Intanto hanno tre anni di tempo, anche se il primo pronunciamento del comitato non fa presagire molta tolleranza. Constatando che in alcuni territori i livelli di inquinanti superano di ben cinque volte i valori massimi ammissibili, lo Scher ha dichiarato che l'acqua italiana arriva in alcuni casi a mettere a rischio la salute di bambini e adolescenti, specie se le sostanze fuori legge sono arsenico, boro e fluoruro.

“Colpa di Bruxelles, molti Comuni messi in crisi dalla burocrazia”
Non consola, saperlo. Anche se qualcuno fa vedere l'altra faccia della medaglia.
Il numero effettivo dei comuni dove l'acqua servita è “non a norma” infatti è diminuito molto. Lo afferma Renato Drusiani, responsabile Acqua per Federutility, la federazione delle imprese energetiche e idriche.
“A dispetto delle apparenze, in alcune zone d'Italia si è lavorato molto in questi anni, e si è investito tanto sulla qualità dell'acqua”.E poi, dice, “l'Italia non è messa peggio di altri paesi. Il problema delle deroghe per lo più è stato originato dal fatto che, con il recepimento della direttiva europea, sono stati abbassati drasticamente i limiti ammissibili delle sostanze indesiderate, e di colpo molti Comuni si sono trovati non in regola.

L'esempio della Toscana e del Lazio e la strana sparizione dei cloriti
Faccio un esempio: l'Oms ha ridotto di cinque volte i livelli consentiti di arsenico, eppure l'arsenico è stato bevuto per millenni dagli abitanti della Toscana e del Lazio, perché presente naturalmente nelle acque. Diversamente, negli stessi anni è 'sparito' il problema dei cloriti, derivati dall'uso di disinfettanti, perché a livello internazionale è stata stabilita una soglia più alta”.
Insomma, molti Comuni sarebbero stati messi in crisi dalla burocrazia.
Ma mentre qualcuno è riuscito a mettersi in regola, altri hanno continuato a servire ai propri cittadini acque non proprio limpide.


Le schede: in questi Comuni l'acqua è potabile "per deroga"


LAZIO - PROVINCIA DI ROMA

Niente acqua per i bambini e divieto di fabbricare alimenti

La triste conta arriva nel Lazio a 92. Tanti erano nel 2009 i comuni “non a norma”, sparsi tra Viterbo (62, una provincia infestata), Roma e Latina. L’ultimo decreto del ministero della Salute che concede le deroghe è datato marzo 2010 e conferma anche per quest’anno tolleranza per vanadio, clorito e trialometani. Non è specificato per quali territori (solo “per i comuni per cui è stata fatta richiesta”), e non fornisce un quadro completo, perché l’emergenza si chiama anche fluoro, arsenico, boro.
Nulla di così scandaloso per una zona vulcanica. Scandaloso, semmai, è che dal 2001 fino a oggi si sia intervenuto poco.
Prendiamo la provincia di Roma. Le deroghe si susseguono di anno in anno e in attesa che l’Acea realizzi gli impianti per la bonifica sono 12 i comuni interessati (non la Capitale che non soffre di questi problemi). Sarà bene riportare l’elenco per i nostri lettori.
Si tratta di Albano laziale, Ariccia, Castelgandolfo, Castelnovo di Porto, Cerveteri, Ciampino, Genzano, Lanuvio, Lariano, Tolfa, Trevignano e Velletri. Mentre si attendono gli interventi del “piano di rientro”, i comuni dell'hinterland, e la Asl Roma hanno inviato messaggi chiari alla cittadinanza: niente dentifrici al fluoro per bambini, niente integratori e alimenti con elevato contenuto di fluoro, e soprattutto, niente acqua del rubinetto fino ai 14 anni. Ben più rivelatrici sono però le prescrizioni verso le aziende che producono alimenti in zona. “In base alle prescrizioni di Regione e ministero”, spiega Fernando Maurizi, segretario dell’Ordine nazionale dei chimici e a capo di una società di consulenza nel settore ambientale e alimentare, “queste aziende non possono commercializzare fuori dal territorio alimenti prodotti con l’acqua ‘potabile’ della zona”. Le imprese hanno dovuto di corsa dotarsi di un impianto proprio di potabilizzazione, ma questo, certo, non tranquillizza chi quell’acqua la beve tutti i giorni.
L’elenco dei comuni (la lista è per il 2009. Per i comuni dell’Ambito territoriale 2, provincia di Roma, i dati sono aggiornati al 2010):
Per l’arsenico: Anzio, Nettuno, Lariano (Rm), Latina, Aprilia, Cisterna, Cori, Sermoneta, Pontinia, Sabaudia, San Felice Circeo, Sezze, Privernio, (Lt).
Per i trialometani: Civitavecchia e Santa Marinella (Rm).
Per arsenico, fluoruro, vanadio e selenio: tutti i comuni appartenenti all’Ambito territoriale 1 (la provincia di Viterbo), Civitavecchia, Santa Marinella (Rm), Magliano Sabina (Ri).
Per arsenico, fluoruro e vanadio: Ciampino, Albano Laziale, Lanuvio, Castel Gandolfo, Genzano, Velletri, Ariccia (Rm).
Per arsenico e fluoruro: Trevignano Romano, Tolfa, Cerveteri (Rm).


LAZIO - LAGO DI VICO
Acqua minerale per tutti. Ci sono le tossine cancerogene

È nulla una deroga sull’arsenico (vige in tantissimi comuni in provincia di Viterbo) in confronto alla storia dei piccoli centri di Caprarola e Ronciglione, dove l’acqua arriva in acquedotto dal lago di Vico. Oltre all’arsenico qui c’è da fare i conti con qualcosa di peggiore.
Nel 2008 la Asl di Viterbo ha proposto per la prima volta ai due Comuni di emettere ordinanza di non potabilità. Le acque del lago, oltre a essere ricche di arsenico, presentavano periodiche fioriture di alga rossa, che a sua volta produce una microcistina cancerogena.
La contaminazione che ha provocato il disastro potrebbe arrivare da più fonti: “scarichi fognari di insediamenti residenziali non a norma, fitofarmaci derivanti dalle coltivazioni limitrofe, composti azotati e fosfati”, spiega Antonietta Litta dell’associazione medici per l’ambiente di Viterbo.
Oggi una nuova fioritura di alga rossa ha messo in allerta le autorità sanitarie, e la Asl di Viterbo ha nuovamente consigliato ai due Comuni di emettere l’ordinanza. Eppure in tre anni, nonostante i tentativi dell’associazione, nulla si è mosso. “Le alghe sono state ritrovate anche in acquedotto, segno che gli impianti di potabilizzazione non funzionavano a dovere”, dice la Litta. “In più (cosa confermata da funzionari della Asl, ndr.), gli esami fatti fino a oggi non sono in grado di rilevare la presenza della dannosa microcistina nelle acque in erogazione, rivelando però elevate quantità di alghe”. Per cui, per paradosso, l’acqua è “in regola”.


LOMBARDIA
Dalla maglia nera alla promozione del rubinetto. Tranne qualche eccezione

È un po’ che la Lombardia promuove “il rubinetto”. L’ultima iniziativa risale a qualche giorno fa, quando a Milano è partita la campagna in borraccia, per convincere cittadini e turisti a circolare con borracce riempite con acqua delle fontanelle. “L'acqua di rete a Milano è sicura”, ha dichiarato Paolo Massari, assessore all’ambiente del Comune di Milano.
Una sorpresa? Quella della Lombardia è stata in realtà una vera metamorfosi. Pur essendo in deroga permanente dal 2004, la regione compare tra coloro che hanno “lavorato”. Sei anni fa i comuni con problematiche erano 100, oggi sono 10, “a cui se ne aggiungono tre nella provincia di Pavia, i cui interventi di sanificazione dovrebbero concludersi entro giugno”, spiega Maurizio Salamana dalla direzione regionale Sanità.
Gli sforamenti riguardano sempre l’arsenico, ma la Regione è stata molto severa, e l’anno scorso ha minacciato i Comuni non in regola che non avrebbe trasmesso la richiesta di deroga al ministero se i piani di riordino non fossero stati convincenti.
A Mantova per esempio, “la rete è stata adeguata con interventi di potabilizzazione sui pozzi, in altri casi, quando i pozzi risultavano troppo ricchi di metallo, sono stati esclusi dalla rete”, dice il direttore generale dell’Ato Francesco Peri (gli Ato sono gli enti che si occupano della gestione delle risorse idriche nei territori).
Ma neanche qui è tutto rose fiori e il vero cruccio resta la presenza di nitrati nei territori dell’alto mantovano. Stavolta le caratteristiche del suolo non c’entrano, i nitrati sono “l’effetto collaterale” dell’uso agricolo dei suoli. “Siamo in emergenza”, dice Peri, “si cerca di migliorare la situazione disinfettando i pozzi, ma non sempre è sufficiente, e qualche volta siamo stati molto vicini a dichiarare lo stato di non potabilità”.
L’elenco dei comuni (tutti in deroga per l’arsenico):
Bassano Bresciano, San Gervasio Bresciano (Bs), Sueglio(Lc),
Marcaria, Roncoferraro, Viadana (Mn), Valdidentro,
Valfurva (So), Maccagno, Sesto Calende (Va), Alagna, Cava Manara, Gambolò (Pv).


TOSCANA
Arsenico da record

Boro, arsenico, clorito e trialometani. Sono le bestie nere che fanno della Toscana tra le regioni più problematiche d’Italia. Territorio di origine vulcanica e residui di processi di potabilizzazione hanno messo fuori legge, al 2009, 41 comuni.
Nel chiedere le deroghe al ministero della Salute e alla Commissione europea la Regione ha presentato un piano di intervento che prevede la regolarizzazione di 10 di questi entro la fine del 2010, ma per gli altri, interessati dalla presenza di boro e arsenico, “vista la complessità degli interventi da mettere in atto, si rende necessaria un’ulteriore richiesta di deroga per il prossimo triennio”, si legge nella relazione inviata dalla Direzione generale politiche ambientali.
33 zone - per lo più sulla costa - restano dunque non a norma, per valori che superano i limiti da 2 fino a 5 volte, nel peggiore dei casi, quelli stabiliti per legge, e sono, in quest’ultimo caso, pericolosamente vicini a quella che è la quantità considerata off-limits, oltre la quale, cioè, ci sono rischi per la salute umana.

L’elenco dei comuni:
Per il clorito: Figline, Incisa, Reggello (Fi), Chiusi (Si).
Per il boro: Montevarchi, Bucine (Ar), Cecina, Piombino Rio, San Vincenzo (Li), Montecatini (Pt).
Per i trialometani: Cortona, Marciano, Foiano Chiana (Ar).
Per l’arsenico: Foiano della Chiana, Marciano della Chiana (Ar), Castelnuovo Val di Cecina, Pomarance (Pi).
Per boro e arsenico: Monterotondo marittimo (Gr), Campiglia Marittima, Campo Elba, Capoliveri, Marciana, Marciana Marittima, Piombino, Porto Azzurro, Porto Ferraio, Rio Elba, Rio Marina, Suvereto (Li), Castelnuovo Val di Cecina (Pi), Radicondoli, (Si).


CALABRIA
Finta virtuosa

Potrebbe essere definita “finta virtuosa”, la Calabria. È tra le poche a non avere mai fatto richiesta di deroghe per “normalizzare” la sua acqua. Ma è anche, forse, l’unica regione in cui non è un paesino, ma un importante capoluogo di provincia, Reggio Calabria, a non avere acqua potabile.
Lo scorso dicembre il Comune ha emesso una delibera in cui si impegna a rimborsare i cittadini del 50% di quanto versato per il canone acqua dal 2002 al 2007. Erano anni che gli abitanti (gli interessati sono i residenti nel centro storico) e le associazioni intentavano cause dinanzi al giudice di pace per ottenere un risarcimento.
La presenza eccessiva di cloruri, rende infatti l’acqua non destinabile “all’uso umano”. Potrebbe essere tutto risolto, ma pur avendo collaudato l’impianto di desalinizzazione (per bonificare l’acqua delle condotte comunali), il Comune ha scoperto la penetrazione di acqua marina nelle falde acquifere.
Quindi, a oggi, non è possibile usare quell’acqua nemmeno per farci il caffè. 2010, punto a capo.


PUGLIA
Tre province intere a rischio cloriti

In questo caso la differenza la fa il numero degli abitanti interessati. A stare sopra le righe non sono comuni di poche migliaia di anime ma le tre intere province di Foggia, Lecce e Taranto.
Tre province su un totale di sei. Il parametro che non torna è quello di trialometani, “sottoprodotti delle attività di clorazione delle acque negli impianti di potabilizzazione”, chiarisce l’ultima comunicazione della Regione Puglia destinata ai cittadini interessati.
La deroga ammette un valore massimo pari a 80 microgrammi per litro, (il limite Ue è pari a 30). Come da protocollo, la Regione, “informa la cittadinanza che la presenza di trialometani nell’acqua potabile distribuita dall'Aqp nelle province di Foggia, Lecce e Taranto, non costituisce un rischio specifico per la popolazione”.
E che “le acque potabili distribuite sono, comunque, sempre e costantemente monitorate dalle Asl al fine di garantire la qualità dell’acqua e la salute pubblica”.
Del piano di intervento non si parla. Chissà cosa ne pensano gli interessati.L’elenco comprende tutti i comuni in provincia di Foggia, Lecce e Taranto (tutti in deroga per i trialometani).


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Cochabamba è in provincia di Latina - di Paolo Moscogiuri

Cochabamba è in provincia di Latina

di Paolo Moscogiuri


E’ iniziata in tutta Italia la raccolta di firme per il referendum sull’acqua pubblica, e quindi anche a Pomezia, cittadina dove abito ormai da 26 anni, ubicata a 20 Km da Roma e a 15 Km da Aprilia. Ed è di Aprilia che voglio parlarvi.

Fino a qualche tempo fa, a chi mi chiedeva dove abitavo, rispondevo direttamente Roma, sia per istinto: sono nato a Roma e a Pomezia mi sono trasferito solo per motivi di lavoro, e sia perché da romano verace, mi sembrava altrimenti di rinnegare origini di molte generazioni, almeno da parte di madre. Ma, da qualche tempo, mi sono sorpreso a rispondere: “… Pomezia, a 15 Km da Aprilia”. Non è che da un giorno all’altro abbia perso il mio orgoglio romano, ma è successo un fatto nuovo da molti punti di vista. Aprilia, in un periodo dove l’individualismo tutto italiano impera ovunque, è salita alle cronache mondiali per aver vinto una battaglia importante, grazie alla tenacia e alla solidarietà fra i cittadini. Ha vinto la battaglia sull’acqua, facendo ridiventare pubblico ciò che era stato “donato” ai privati. Ed è la seconda città al mondo a riconquistare questo diritto dopo Cochabamba, in Bolivia.

Settemila persone hanno dimostrato che al di fuori dei partiti, ma uniti dal diritto universale del bene pubblico, si può vincere sul colosso multinazionale della francese Veolia; hanno dimostrato che l’acqua non può essere considerata come una merce, ma fa parte dei bisogni inalienabili del genere umano: aria, acqua, cibo, ed io aggiungo casa, lavoro e sanità.

Tutto questo è stato possibile dopo 5 anni di lotta e dopo che destra e sinistra sono state sconfitte da un gruppo di liste civiche. La votazione del Consiglio Comunale per chiedere indietro gli acquedotti, si è risolta con 22 sì e 4 no, indovinate di chi? Ma è naturale, del Pdl! A Berlusconi non bastano le TV, i giornali, le banche, ecc, ecc, ma ora l’IMPERO vuole l’acqua. Pensate cosa può diventare l’Italia della gestione Pdl-Lega.

Beh, in un’Italia che dorme pesantemente, vincere una battaglia per un diritto fondamentale, indiscutibile, intoccabile e inalienabile, non mi sembra poco. La pesantezza del “sonno” è invece data dal fatto che qualcuno ci sta provando lo stesso a toccare un bene così essenziale alla vita umana, come l’aria o il sangue che ci scorre nelle vene, e le persone glielo lasciano fare. Ma forse dire che ci siamo tutti addormentati è un eufemismo non proprio calzante e per certi versi semplicistico, perché chi dorme non si informa e non risponde, e invece tutti noi sentiamo almeno i telegiornali e leggiamo i giornali (chi più e chi meno), ma reagiamo come sotto l’effetto di un fungo allucinogeno. Quando sentiamo la frase: “privatizzazione dell’acqua”, sentiamo rimbombare nel cervello lo scroscio di cascate tiepide che emanano dolci vapori profumati e ci sentiamo coccolati e protetti da chi “pensa per noi”, e si preoccupa di fornirci quel bene essenziale lasciandoci godere nel vapore rilassante della cascata paradisiaca. Il fungo allucinogeno si chiama “Capitalismo” e si divide in specie più o meno tossiche, come “Privatizzazione”, “Mutinazionale”, “Conflitto di interessi”, “Mercificazione”, “Consumismo”… e i suoi pusher sono la Stampa e l’Informazione controllata e bugiarda, la Pubblicità selvaggia che non informa sui prodotti che dovrebbe vendere, ma li grida e li presenta come panacea alle frustrazioni che inietta ai suoi “sudditi”, lo Spettacolo degradato e degradante che “somministra” stili di vita irraggiungibili e privi di valori morali.

Per tutto questo, la città di Aprilia può rappresentare il primo sintomo di quel risveglio tanto auspicato ad una nazione ormai narcotizzata. Certo si dovrà passare in quella fase tanto dolorosa che è la “crisi d’astinenza”, ma pur necessaria se vogliamo di nuovo saper distinguere i valori della solidarietà da quelli dell’egoismo, della collettività da quelli dell’individualismo, del rispetto da quelli della sopraffazione.


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Di Pietro e il pelo nell'acqua - Ida Rotano


Di Pietro e il pelo nell'acqua
di Ida Rotano

08 aprile 2010

Lo scorso 31 marzo 2010, il Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua (che, già nel 2007, presentò una proposta di legge d'iniziativa popolare, sottoscritta da 400 mila cittadini, per la ripubblicizzazione dell'oro blu) ha depositato a Roma, presso la Corte di Cassazione, i tre quesiti referendari preparati dai giuristi Alberto Lucarelli, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Stefano Rodotà, Ugo Mattei, Luca Nivarra. La raccolta delle firme partirà già nei prossimi giorni.
Il primo chiede l'abrogazione dell'articolo 23 bis della legge 133 del 2008, cioè l'architrave su cui poggia la privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico).

Il secondo propone la cancellazione dell'articolo 150 del decreto 152 del 2006 (o codice ambientale) che individua le forme di gestione e affidamento del servizio idrico.
Il terzo, più specifico, vuole invece l'abrogazione dell'articolo 154 del già citato decreto 152, nella parte in cui parla "dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito" nella determinazione del sistema tariffario.

Oggi, ci troviamo quindi di fronte ad una situazione surreale e paradossale con due campagne di firme parallele sullo stesso tema.
E' il triste epilogo delle divisioni che hanno caratterizzato nell'ultimo mese il lavoro del Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua. E' l'altra faccia della politica, la faccia mai ufficializzata ma spesso preminente, che porta i partiti a cercare di "cavalcare" i movimenti e a muoversi solo in cambio di una visibilità assoluta e di un consenso sia pure a corto raggio.

E' di qualche settimana fa la grande manifestazione di piazza del Popolo a Roma, partecipata da 200.000 persone, a rappresentare il mondo cattolico e religioso, l'associazionismo sociale, la cooperazione, il sindacato, il popolo viola e altri ancora. Un mondo variegato di cittadini che si ritrovano tutti insieme a difendere un bene primario.

Un mondo che ha bisogno di rafforzare la sua unità e di allargare la partecipazione per vincere una battaglia difficile. L'ex pm si era speso in prima persona per quella mobilitazione, poi, all'improvviso, la sua "ritirata". Alcune voci raccontano di un'ultima riunione "di fuoco", durante la quale il leader dell'IdV avrebbe battuto i pugni sul tavolo, ricordando l'investimento economico fornito dall sua organizzazione e pretendendo la visibilità sul palco. Palco che i movimenti non erano disposti a tramutare in una vetrina per i partiti. Rigettata al mittente la sua richiesta, Antonio Di Pietro non solo ha boicottato la piazza ma ha forse deciso di fare di più, depositando quesiti alternativi per referendum che, a questo punto, difficilmente arriveranno al quorum.

"Cosa non si fa per ottenere un po' di consenso. Di Pietro è disposto anche a perdere battaglie fondamentali come quelle su acqua e nucleare pur di accreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica come paladino di questi temi. L'Idv, rompendo il fronte con tutte le associazioni, sta facendo un regalo a Berlusconi". Così Ciro Pesacane, presidente del Forum Ambientalista, commenta la consegna in Cassazione dei quesiti referendari su acqua e nucleare depositati dall'Idv.

"E' surreale, adesso avremo due campagne referendarie contro la privatizzazione dell'acqua: una di noi associazioni che da sempre ci battiamo in difesa dell'oro blu e che abbiamo consegnato i requisiti in Cassazione lo scorso 31 marzo ed, ora, una dell'Idv - aggiunge Pesacane - Mi complimento con Di Pietro che è riuscito a rompere il fronte unitario, depotenziando così lo strumento referendario. Se non raggiungeremo il quorum sappiamo già con chi prendercela!".
"Stessa storia sul nucleare - spiega l'ambientalista - l'Idv ha agito unilateralmente rompendo un fronte molto ampio".

"A questo punto - conclude - l'auspicio è che Di Pietro capisca l'errore fatto e che ritiri i suoi referendum. Per non dimostrarsi amico di Berlusconi e soprattutto nemico delle battaglie ambientaliste su acqua e nucleare".

Per il Verde Angelo Bonelli, quella di Di Pietro, che durante il governo Prodi ha votato per la privatizzazione dell'acqua, "è una forma di cannibalismo dell'ambientalismo e dei movimenti" che si stanno battendo per l'acqua pubblica. E' "ormai chiaro che la decisione dell'Idv di presentare da sola i referendum ha solo un carattere di mera e semplice strumentalità politica per crearsi solo un consenso nell'immediato senza preoccuparsi minimamente di vincere la battaglia referendaria. Grazie a questa scelta irresponsabile coloro che hanno voluto la privatizzazione dell'acqua e che vogliono le centrali nucleari potranno brindare".

Per quanto riguarda il nucleare vale lo stesso ragionamento. Il referendum sul nucleare fu vinto nel 1987 grazie ad un ampio fronte che andava dal Pci ai Verdi, ai Radicali al sindacato e a tante realtà associative. Oggi, partiti, associazioni e comitati erano all'opera per ricostituire quel clima. Un invito rivolto anche all'Idv, perché non superare il quorum oggi significherebbe spianare la strada definitivamente al nucleare.

"Con la presentazione unilaterale dei quesiti su acqua e nucleare avvenuta oggi, Antonio Di Pietro fa una scelta strumentale, che specula impropriamente sui movimenti, scippando loro la titolarità della battaglia, e divide lo schieramento referendario a fini di pura propaganda politica". Questo il duro giudizio del portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero.

"Come sul legittimo impedimento, Di Pietro brandisce i referendum con assoluta leggerezza come puro strumento di propaganda politica - osserva Ferrero -. La presentazione di altri quesiti sull'acqua si muove infatti in aperto contrasto con il movimento per l'acqua pubblica, che ha già presentato i propri quesiti e sta iniziando la racconta di firme, scippando loro la bandiera della campagna referendaria per bassi interessi di propaganda politica". Al contrario, secondo Ferrero, "l'impegno di tutte le forze, politiche, sociali e associative, è quello di dar forza al movimento e di partecipare con spirito e impegno unitario alla mobilitazione: non solo al fine di raggiungere l'obiettivo prioritario delle firme necessarie al referendum, ma per far crescere insieme la coscienza civile e politica unitaria".

Di Pietro, "con il suo comportamento unilaterale, non solo mette a rischio l'obiettivo della raccolta di firme, ma fa una vera e propria speculazione con l'esclusivo interesse di fare propaganda a scapito del movimento, del suo protagonismo e della sua unità". Lo stesso, conclude Ferrero, "avviene sul tema del nucleare, rispetto a cui un vasto arco di forze si è impegnato a realizzare una battaglia comune, che Di Pietro non ha remore a scippare".

In queste ore sono tanti gli appelli a Tonino di "ripensarci" e fare un passo indietro. Perché i referendum non si vincono con i personalismi. Nel momento in cui Di Pietro vorrà procedere senza ascoltare ragione, finiremmo per pensare che gli interessi siano altri, e di ciò Berlusconi sarà profondamente grato.

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Il 24 Aprile parte in tutta Italia la raccolta firme



Tre referendum per l'acqua pubblica

Il 24 Aprile parte in tutta Italia la raccolta firme


nasoneIl Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, costituito da centinaia di comitati territoriali che si oppongono alla privatizzazione, insieme a numerose realtà sociali e culturali ha deciso di promuovere 3 quesiti referendari, depositati presso la Corte di Cassazione di Roma mercoledì 31 marzo 2010. Sosterranno tale iniziativa anche diverse forze politiche.

A partire dal sabato 24 aprile inizieremo la raccolta delle firme, in tre mesi dovremo arrivare almeno a quota 500.000 per poter richiedere i referendum. I banchetti per la raccolta delle firme saranno allestiti su tutto il territorio nazionale.

I tre quesiti vogliono abrogare la vergognosa legge approvata dall’attuale governo lnel novembre 2009 e le norme approvate da altri governi in passato che andavano nella stessa direzione, quella di considerare l’acqua una merce e la sua gestione finalizzata a produrre profitti.

Dal punto di vista normativo, l’approvazione dei tre quesiti rimanderà, per l’affidamento del servizio idrico integrato, al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.

Tale articolo prevede il ricorso alle aziende speciali o, in ogni caso, ad enti di diritto pubblico che qualificano il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e privo di profitti nella sua erogazione.

Verrebbero poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini. E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali.


Vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.

Vogliamo restituire questo bene comune alla gestione condivisa dei territori.

Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene collettivo.

Per conservarlo per le future generazioni.

Perchè tre referendum sull’acqua

Il costituendo Comitato Promotore

I referenti territoriali della campagna referendaria

I materiali per la raccolta firme

Leggi la relazione introduttiva e i tre quesiti referendari

Perché si scrive acqua ma si legge democrazia

GOCCE DI DEMOCRAZIA. PARTE LA CAMPAGNA REFERENDARIA PER L’ACQUA PUBBLICA


GOCCE DI DEMOCRAZIA.
PARTE LA CAMPAGNA REFERENDARIA
PER L’ACQUA PUBBLICA



Una “partita” ancora tutta da giocare, una sfida culturale e politica che vede in ballo la stessa democrazia e il cui esito è nelle mani di tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese. È alta la posta in gioco della campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua promossa dal Forum Italiano Movimenti per l’Acqua (in collaborazione con molteplici altre realtà, tra cui le Acli, Beati i Costruttori di Pace, Libera, Pax Christi, Rete Radié Resch, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), e presentata a Roma il 31 marzo scorso da Marco Bersani, rappresentante del Forum, p. Alex Zanotelli e dai costituzionalisti Stefano Rodotà e Gianni Ferrara.

Dopo la manifestazione del 20 marzo scorso a Roma, alla quale hanno partecipato circa 200mila persone, il Coordinamento ha depositato in Cassazione tre quesiti referendari che mirano a modificare le attuali norme in materia di servizio idrico, approvate con il decreto Ronchi del novembre scorso (v. Adista n. 117/09) e, prima, dal governo Prodi: a partire dal fine settimana del 24 e 25 aprile comincerà la raccolta firme necessaria all’indizione del referendum, previsto per l’anno venturo. “Se il governo Berlusconi si era illuso, con l’approvazione del decreto Ronchi, di aver chiuso definitivamente la partita sull’acqua con la sua consegna al mercato e alle grandi multinazionali, sarà costretto a ricredersi”, ha dichiarato Marco Bersani in conferenza stampa: “La partita, come dimostra la manifestazione nazionale del 20 marzo, non solo è aperta, ma è stata presa in mano da centinaia di migliaia di donne e uomini consapevoli della posta in gioco”. I movimenti per l’acqua, secondo Bersani, hanno già vinto culturalmente: “Chi oggi privatizza non lo fa più alla luce del sole”, al contrario, “è costretto a negare l’evidenza, a trincerarsi dietro farsesche motivazioni sulla garanzia dell’acqua pubblica e sulla privatizzazione solo della sua gestione”.

Una vittoria che però da culturale deve diventare anche politica. Così, dopo aver presentato già nel 2007 una proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua - che, denuncia Bersani, “giace nei cassetti della Commissione parlamentare cui è stata assegnata” -, il Forum ha deciso di avviare questa campagna referendaria per “far uscire l’acqua dal mercato e togliere i profitti dall’acqua”.

Il primo quesito mira ad abrogare l'art 23 bis della legge 133/2008 che stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico (ma più in generale dei servizi pubblici) l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

Il secondo quesito intende abrogare l'art. 150 del decreto legislativo 152/2006, che prevede come uniche forme societarie possibili per l’affidamento del servizio idrico integrato, le Società per Azioni, che possono essere a capitale totalmente privato, a capitale misto pubblico privato o a capitale interamente pubblico. Obiettivi di questo secondo quesito sono due: “Il primo - come spiegano dal Forum - è quello di qualificare più compiutamente il percorso referendario come relativo al tema dell’acqua (l’art 23 bis, oggetto del primo quesito, non riguarda infatti il solo settore idrico). Il secondo è relativo alla necessità di intervenire sul problema della gestione diretta del servizio idrico, attraverso forme societarie che siano idonee a svolgere una funzione sociale e di preminente interesse generale. Da questo punto di vista, la mera abrogazione dell’art. 23 bis, lascerebbe immutato il panorama di affidamento, oggi interamente coperto da SpA, ovvero da società di tipo privatistico (anche quando a totale capitale pubblico)”.

Il terzo quesito si propone infine di abrogare l’art. 154 del decreto legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto dell’adeguata remunerazione del capitale investito: “La norma che si vorrebbe abrogare - sottolinea il Forum - è quella che consente al gestore di fare profitti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Con un effetto per i cittadini di doppia vessazione, poiché da una parte viene mercificato il bene comune acqua, dall’altra gli utenti vengono obbligati a garantire il profitto al soggetto gestore”.

“Su questo percorso - ha sottolineato ancora Bersani - abbiamo incontrato tutta la cittadinanza attiva di questo Paese: dal mondo cattolico alle associazioni ambientaliste, dal mondo sindacale alle forze politiche” (anche se a pochi giorni dalla presentazione della campagna, l’Italia dei Valori ha fatto sapere di voler promuovere, con un’azione autonoma e solitaria, una serie di referendum, tra i quali uno sull’acqua, e il suo leader, Antonio Di Pietro, ha rifiutato l’invito a incontrarsi rivoltogli dal Forum): “Sarà un grande percorso di sensibilizzazione sociale e mobilitazione diffusa. Una grande sfida per la riappropriazione dell’acqua e della democrazia”.

In chiusura di conferenza stampa, p. Zanotelli ha efficacemente sintetizzato la questione: “L’acqua è fonte di vita e privatizzarla sarebbe come privatizzare la propria madre: lo fareste mai?”.

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L’acqua non si vende. Il 24 e 25 aprile partono i referendum per l’acqua pubblica.



L’acqua non si vende. Il 24 e
25 aprile partono i referendum per l’acqua pubblica


La raccolta delle firme sarà un grande momento di azione politica collettiva

Depositati in Cassazione i quesiti referendari per l’acqua pubblica

Sono stati depositati stamattina presso la Corte di Cassazione di Roma i quesiti per i tre referendum che chiedono l’abrogazione di tutte le norme che hanno aperto le porte della gestione dell’acqua ai privati e fatto della risorsa bene comune per eccellenza una merce.


La raccolta delle 500 mila firme necessarie per l’ammissione dei referendum inizierà nel fine settimana del 24-25 aprile, una data simbolo per quella che il Forum dei Movimenti per l’Acqua intende come la Liberazione dell’acqua dalle logiche di profitto.

“Se il governo crede di aver chiuso la partita dovrà ricredersi, – ha detto Marco Bersani dei Forum Movimenti per l’Acqua durante l’affollata conferenza stampa – la coalizione che appoggia i referendum è la più ampia aggregazione formale di movimenti, associazioni laiche e cattoliche, forze politiche e sindacali che si sia mai riunita intorno a un tema simile. Queste forze ci porteranno a raccogliere le firme, approvare i referendum e votare tre sì per l’acqua pubblica”.

Presenti alla conferenza stampa anche Padre Alex Zanotelli e tre dei costituzionalisti che hanno redatto i quesiti referendari: Stefano Rodotà, Gianni Ferrara e Alberto Lucarelli.

“Il mezzo referendario – ha sottolineato Rodotà – è lo strumento per rimettere in moto la politica in questo periodo di grande disaffezione, la raccolta delle firme sarà un grande momento di azione politica collettiva”.

Secondo Alex Zanotelli chi pagherebbe di più dalla privatizzazione dell’acqua sarebbero i poveri, “la nostra vittoria servirà non solo nel panorama italiano ma darà anche una scossa all’Unione Europea. Se Parigi ha ripubblicizzato l’acqua, se nelle Costituzioni di Bolivia e Uruguay l’acqua è definito bene comune non mercificabile, possiamo farcela anche noi”.

A chi chiedeva una risposta al Ministro Ronchi che più volte, anche in questi giorni, ha screditato i promotori dei referendum accusandoli di veicolare messaggi menzogneri sulla sua legge, Marco Bersani ha risposto con una sfida al Ministro: “Scelga lui il luogo e l’ora, noi siamo disponibili ad un confronto, dati alla mano, sugli effetti della suo decreto e dell’apertura ai privati della gestione dell’acqua nel nostro paese”.

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ACQUA IN BALLO C'E' IL FUTURO DI TUTTI NOI - di Ugo Mattei




ACQUA IN BALLO
C'E' IL FUTURO DI TUTTI NOI
di Ugo Mattei

22 marzo 2010

Caro Direttore,
in questi giorni il dibattito sulla privatizzazione dell’acqua, successivo all’approvazione del decreto Ronchi e alla decisione di sottoporlo a referendum ex art. 75 della Costituzione si sta arricchendo di importanti contributi. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il nostro Paese ha visto, sabato scorso, sfilare a Roma migliaia di persone che hanno protestato contro la nuova norma. Se è vero che invariabilmente gli ultimi referendum non hanno raggiunto il quorum del 50% dei partecipanti dimostrando stanchezza dell’elettorato per uno strumento di democrazia diretta che dovrebbe essere usato soltanto come extrema ratio, è altrettanto vero che questa volta la posta in gioco è altissima. Un dibattito serio su questo tema è dunque essenziale perché davvero ne va di mezzo il futuro di tutti noi.

Infatti, la consegna definitiva del controllo delle riserve idriche a soggetti privati multinazionali, voluta dal Decreto Ronchi costituisce la più significativa resa della sovranità politica a soggetti privati multinazionali avvenuta in Italia negli ultimi vent’anni. Ciò è avvenuto con un semplice voto di fiducia (senza dibattito parlamentare) proprio mentre in tutto il mondo si sta cercando di ripensare il modello di sviluppo fondato sulla privatizzazione e sull’egemonia delle compagnie multinazionali per smussarne quantomeno i lati speculativi più inaccettabili.

Per esempio, il Comune di Parigi, dopo venticinque anni in cui due multinazionali si spartivano il controllo del mercato idrico, è tornato ad un modello di gestione pubblicistica con immediata riduzione delle tariffe ed aumento degli investimenti. Infatti, abbiamo visto come la gestione «for profit» dei servizi idrici, come peraltro di tutti i servizi di pubblica utilità resi in regime di monopolio o di oligopolio (per esempio le Autostrade), comporti storicamente una riduzione degli investimenti ed un aumento dei prezzi.

Per far fronte a questo problema strutturale occorre perciò escogitare buoni strumenti non profit (su cui la cultura giuridica sta lavorando), i soli che consentono il prevalere di una logica ecologica di lungo periodo piuttosto che di quella economica di brevissimo periodo dettata dai valori delle azioni sui mercati finanziari.

La progressiva scarsità dell’acqua sta creando in tutto il mondo una corsa delle multinazionali al controllo di ogni risorsa idrica, perché si tratta di controllare una potenziale fonte di profitto ingentissima creato da un bisogno ineludibile, quello di bere ed irrigare. Senza acqua la vita è semplicemente impossibile e ci sarà quindi sempre domanda di oro blu. Ma questa risorsa soddisfa un diritto fondamentale dell’uomo ed è troppo importante per essere gestita con a mente il solo profitto.

Il decreto Ronchi obbliga alla privatizzazione del servizio idrico costringendo ogni ente, (pubblico o privato che sia) che attualmente in modo diverso da territorio a territorio sta gestendo l’acqua a trasferire il controllo a società private entro fine 2011. Questa scelta politica, provocando la simultanea offerta sul mercato di tutte le quote di gestione, avrà come effetto naturale la svendita del servizio creando le condizioni per un ennesimo regalo dal pubblico al privato.

È singolare come il decreto sia stato voluto da una maggioranza in cui una componente assai forte fa del federalismo e dell’autonomia dei territori una propria bandiera. Esso concretizza in realtà una mossa di centralizzazione nella gestione dell’acqua irragionevole, autoritaria ed estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza. Molti amministratori locali, costretti a svendere strutture e tecnologie create negli anni sulla base della fiscalità generale, se ne stanno accorgendo. La speranza è che il dibattito referendario possa far capire questa drammatica realtà anche a quei cittadini che vogliono essere padroni a casa propria.

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