Acqua. Berlino dà l’esempio - di Andrea Bertaglio

 Il referendum popolare di domenica scorsa si è chiuso con una vittoria che ha sfiorato l’unanimità: il 98,2 per cento dei cittadini vuole che la Berliner Wasserbetriebe sia gestita esclusivamente dal Comune

Anche a Berlino l’acqua torna pubblica. A deciderlo una consultazione popolare che ha chiesto ai cittadini della capitale tedesca, domenica 13 febbraio, di dire “sì” o “no” alla proposta di togliere la gestione dell’acqua ai privati. 
 
Se in Italia si deve ancora votare sulla questione della privatizzazione dei servizi idrici, e se in una città come Parigi è già stato deciso da parecchio tempo di renderli nuovamente pubblici, oggi anche Berlino ha deciso che non si possono più associare speculazioni e profitti ad un bene di primaria importanza come l’acqua. I berlinesi hanno infatti votato “sì” al referendum per l’annullamento della privatizzazione parziale della società di gestione dei servizi idrici. Una vittoria a dir poco schiacciante: su oltre 678.000 elettori, il 98,2%, ha votato a favore di un’inversione di marcia, rivendicando anche una maggiore trasparenza dei contratti.
 
«Un bene essenziale come l'acqua non può essere fonte di profitto, vogliamo che torni in mano pubblica», ha dichiarato il portavoce del Comitato promotore, Thomas Rodek. E così sarà. Quello del referendum berlinese è stato un trionfo dei sì: ne servivano almeno 616.571, e ne sono arrivati 665.713. Andreas Fuchs, il cassiere del comitato referendario, commenta: «Ci speravo, ma non me l’aspettavo più, vista la scarsa affluenza in mattinata». Ed aggiunge: «È la prova che si può fare molto anche con pochi mezzi». Pochi mezzi davvero, dato che il comitato disponeva di soli 12 mila euro per organizzare tutto: soldi ottenuti interamente da donazioni (mentre gli organizzatori del fallito referendum sulla religione a scuola di due anni fa avevano raccolto centinaia di migliaia di euro).
 
La richiesta riguardava la pubblicazione integrale del contratto con cui nel 1999 la capitale tedesca, cercando di fare cassa, decise di vendere alle società Rwe e Veolia il 49,9% dell’azienda dei servizi idrici comunali, la Berliner Wasserbetriebe. Un contratto di cui solo nel novembre del 2010 i promotori del referendum hanno ottenuto la pubblicazione da parte del municipio berlinese: 700 pagine che illustrano il processo di privatizzazione parziale. Un dossier che mostra come la città abbia garantito alti margini di guadagno alle due imprese interessate, Rwe e Veolia. Che, nell’arco di dieci anni, hanno incassato più utili dell’intera città di Berlino: 1,3 miliardi contro 696 milioni. Ora l’obiettivo del comitato referendario resta quello di riportare completamente la Berliner Wasserbetriebe in mani pubbliche. Evitando possibilmente di replicare quanto successo nella vicina Potsdam, dove, nonostante la società di gestione dei servizi idrici sia stata rimunicipalizzata dieci anni fa, i prezzi hanno continuato a salire. E a far pagare oggi un metro cubo d’acqua più che a Berlino (5,82 euro).
 
In una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno gli italiani si potranno esprimere sul quesito riguardante l'abrogazione del decreto Ronchi, col quale nel 2009 è stato sancito che il servizio idrico non potrà più essere gestito da società pubbliche, ma solamente affidato a società che sono o totalmente private, o possedute da privati per almeno il 40%. Il secondo quesito riguarda invece la cancellazione del “Codice dell'ambiente”, una norma che prevede una quota di profitto sulla tariffa per il servizio idrico, la cosiddetta "remunerazione del capitale investito". 
 
Secondo i detrattori italiani dei referendum sull’acqua “privatizzare non può che migliorare la qualità dei servizi”. Per i sostenitori del referendum di Berlino, invece, in seguito alla privatizzazione parziale dei servizi idrici comunali i prezzi dell’acqua sono aumentati del 35%, collocandosi fra i più alti di qualsiasi altra città tedesca. A Berlino un metro cubo d’acqua costa 5,12 euro, a Colonia 3,26. Teniamolo ben presente, quando questa primavera ci recheremo a votare. Ce lo ricorda anche Dorothea Härlin, del comitato referendario berlinese, che sottolinea l’importanza internazionale del successo registrato nelle urne il 13 febbraio, ricordando che «non soltanto i berlinesi, ma i cittadini di tutto il mondo si battono per l’acqua».
 

Perché dobbiamo opporci all´acqua privatizzata - di Carlo Petrini


Salvare l’acqua pubblica anche per salvare la terra.
"Fiumi battete le mani", ha commentato Padre Zanotelli quando ha saputo che i quesiti referendari contro la privatizzazione dell´acqua erano stati accolti. «Cittadini, battiamo un colpo», mi viene da dire dopo aver osservato per giorni la pressoché totale indifferenza di media e politici su questo tema.

La campagna referendaria è iniziata, ma non ce ne siamo accorti perché siamo insabbiati in questa politica di piccolissimo cabotaggio, che rema a fatica da una notiziola giudiziaria all´altra. Non è un caso se tra i quesiti referendari l´unico che ha avuto dignità di stampa è quello che chiede l´annullamento della legge sul legittimo impedimento.
Ma, come diceva Einstein, non possiamo pensare di risolvere i problemi con la stessa mentalità con cui li abbiamo creati. Abbiamo creduto che il mondo della politica fosse interamente e costantemente al servizio del bene pubblico. Quella politica ha prodotto una norma inaccettabile, che addirittura dimentica alcune leggi fondamentali del tanto amato libero mercato.

Sì, perché nel libero mercato si deve essere liberi di vendere ma anche di comprare. Le due controparti (la domanda e l´offerta) si possono influenzare reciprocamente, stanno in una sorta di rapporto paritario, o per lo meno presunto tale. Se tu alzi troppo i prezzi io non compro, e quando vedrai che nessuno compra allora abbasserai i prezzi. Questo può succedere solo se tu sei libero di vendere e io sono libero di comprare. Ma se tu possiedi qualcosa di indispensabile per la mia stessa esistenza, allora la mia libertà di acquistare non esiste. L´acqua, l´aria, le sementi, la salute, l´educazione, la fertilità dei suoli, la bellezza dei paesaggi, la creatività.... non possono essere assimilate alla categoria delle merci.

Il diritto necessita di nuovi paradigmi per gestire i cosiddetti "beni comuni". Se i beni comuni diventano proprietà di qualcuno, tutti gli altri, ad esclusione di quel "qualcuno" ne avranno un danno, la loro vita sarà in pericolo.

Ora, siamo a questo punto: esiste una norma che rende privatizzabile l´acqua e con quei referendum la possiamo cancellare. Occorre però che vadano a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Nelle ultime elezioni politiche gli aventi diritto erano circa 47 milioni. Mal contati, occorre che circa 25 milioni di cittadini italiani, si rechino a votare.

Ma prima di tutto questo occorre che siano informati, che sappiano dove informarsi, che si rendano conto che siamo nel bel mezzo di una campagna referendaria fondamentale. A chi affidiamo questo incarico? Quella che ha prodotto la legge sulla privatizzazione? Oppure all´informazione, quella che si lascia trascinare nelle sabbie mobili della politica? Occorre iniziare a far da noi. "Uscirne da soli – diceva don Milani – è l´avarizia. Uscirne insieme è la politica". Ecco, usciamone insieme da questo pantano, e creiamo, in ogni città, un nuovo soggetto politico, che faccia da punto di riferimento per la difesa dei beni comuni e l´informazione che li riguarda. Oggi lavorerà sull´acqua, ma le emergenze non scarseggiano: dalla cementificazione dilagante alle polveri sottili nell´aria alle lapidi fotovoltaiche sui campi fertili, dalle scuole senza carta igienica alle strade piene di immondizia.

La politica dei partiti non ce la fa. Non ha strumenti né energie, in questo momento, culturali o intellettuali, per una simile rivoluzione. Occorre che i cittadini si attivino. Senza bandiere, né raggruppamenti di sigle: non importa a nessuno sapere che berretto abbiamo sulla testa, importa sapere che pensieri abbiamo dentro la testa e che azioni sappiamo produrre. Chiamiamola Azione Popolare, come suggerisce Settis nel suo libro "Paesaggio, costituzione, cemento" (Einaudi), o in qualsiasi altro modo. Ma sbrighiamoci, perché abbiamo bisogno di queste nuove strutture, leggere, puntuali, attente, legate ai municipi, alle parrocchie alle bocciofile, non importa: basta che coagulino persone che agiscano come presidi di cervelli e cuori sui territori, nelle grandi città come nei borghi. Oggi si diano da fare per far sapere a tutti di cosa si sta parlando quando si parla di acqua pubblica, quali valori sono in gioco, quali pericoli sono in agguato.

Il comitato promotore dei referendum "Acqua bene comune" ha fatto, finora, i miracoli. Quasi un milione e mezzo di firme raccolte e due quesiti su tre passati è un risultato straordinario. Adesso i territori si mobilitino, fino a quando non avremo la certezza che 25 milioni di italiani sono andati a votare: altrimenti i referendum non saranno validi. Poi, statene certi, quelle strutture non resteranno senza lavoro. Lo dico con un po´ di tristezza, perché in un mondo ideale non dovrebbero avere nulla da fare. Ma siamo nel mondo reale, e c´è tanto lavoro da fare perchè diventi il miglior mondo possibile.


mineracqua, quando la pubblicità è ingannevole

In anteprima, il contenuto della sentenza del Giurì contro lo spot istituzionale degli industriali delle acque minerali

C’ha provato, Mineracqua, ma è stata colta in fallo. Se non vedete più su quotidiani e periodici la pubblicità istituzionale della federazione nazionale delle aziende che imbottigliano e vendono acqua minerale, infatti, non è perché sono finiti i soldi.
 
È stato il Giurì di autodisciplina pubblicitaria (www.iap.it) a “bocciare”, giudicandolo ingannevole, il contenuto dello spot, il cui claim era “Acqua minerale. Molto più che potabile” e il cui messaggio era una (presunta) comparazione tra le caratteristiche delle acque minerali e di quella erogata dagli acquedotti (vedi Ae 121). Una comparazione a senso unico. 
 
Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, intervistato a metà gennaio da Radio 24 in merito alla decisione del Giurì ha spiegato come, a suo avviso, si trattasse di “una decisione politica e non tecnico-giuridica”.
 
Altreconomia ha potuto visionare in anteprima la pronuncia del Giurì (la decisione è stata presa a fine novembre 2010, ma la sentenza non è stata ancora pubblicata), un testo che smonta la “tesi” di Fortuna e fornisce spunti di riflessione in merito al rapporto tra diritto a una corretta informazione e informazione commerciale.
 
Il Giurì, infatti, ha scelto di trattare (e sanzionare) il messaggio pubblicitario tanto nel merito quanto sul metodo. Da un lato scrive che “i quattro aspetti che il messaggio evidenzia quali caratteristiche che accrediterebbero alle acque minerali un grado di sicurezza per i consumatori maggiore rispetto a quello della cosiddetta acqua di rubinetto -sintetizzati dai titoli 'senza cloro', 'senza deroghe', 'senza trasformazioni' e 'senza paragoni'- risultano trattati con una impostazione non corretta, idonea ad ingenerare nel pubblico convinzioni errate e timori non giustificati circa una tendenziale insicurezza delle acque potabili, in particolare per la salute dei fruitori”. In particolare, l'affermazione secondo la quale l'acqua minerale è “solo” bevibile -scrive il Giurì- “ha in sé una valenza spregiativa non giustificabile”.   

Poiché la pubblicità si chiude con la frase “Da un'informazione trasparente nascono scelte libere”, il Giurì ha ritenuto opportuno censurare anche il metodo utilizzato da Mineracqua, secondo la quale la pubblicità era una forma di contro informazione necessaria per pareggiare il conto con le campagne che, come la nostra “Imbrocchiamola!”, “hanno promosso verso i cittadini il consumo di acqua potabile a discapito della minerale imbottigliata”. “L'annuncio, che promette oltretutto una 'informazione trasparente', quasi a sottolineare una carenza di corretta informazione che circonderebbe e proteggerebbe il mondo delle acque di rubinetto, fa così leva sulla enunciazione di dati parziali, o di suggestione, per pervenire al risultato di una comunicazione tendenziosa che getta ombre di potenziale insicurezza, o comunque discredito, sull'acqua erogata dagli acquedotti” spiega il Giurì.    
 
Mineracqua esce così con le ossa rotte dal primo tentativo di pubblicità istituzionale. Ettore Fortuna, cui la bocciatura ha senz'altro dato fastidio, nell'intervista con Radio 24 aveva fatto intendere anche che l’azione presso il comitato di controllo sia stata promossa da alcuni enti locali, con riferimento in particolare al Comune di Milano. Niente di più sbagliato, anche in questo caso: Vincenzo Guggino, segretario generale dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap), ci ha spiegato che “l’istanza è un’iniziativa autonoma del Giurì. La materia -ha continuato- è d’interesse perché la pubblicità mette in discussione la qualità dell’acqua di rubinetto. Il comitato di controllo, che istruisce l’istanza, è una sorta di pm; il Giurì, organo giudicante, è un giudice terzo”. Guggino ha definito “bizzarro” l’atteggiamento di Fortuna, visto che in passato “le associate a Mineracqua in più occasioni hanno usato il Giurì per ‘guerre commerciali’”. Non oggi però, e l’attività e i giudizi dell’Istituto vanno delegittimati.

Fonte

Acqua, il comune aderisca al referendum per mantenerla pubblica

Appello del “comitato acqua referendum del saronnese” che chiede: “Cosa succedere dopo le perdite di bilancio nella gestione dell’acquedotto?”
 
Saronno - «Muoversi subito per fare qualcosa che tuteli l’acqua come bene pubblico. Chiediamo anche all’amministrazione comunale e al sindaco Porro di aderire al referendum acqua». Parole del “comitato referendum acqua del saronnese” che chiede una chiara presa di posizione al comune di Saronno. La proposta è stata presentata dai responsabili del comitato: Roberto Guaglianone, Walter Porcelli, Mirko Giammella, Roberto Strada. Il Comitato Referendum Acqua del saronnese comprende tutti i comuni del saronnese: Saronno, Caronno, Origgio, Uboldo, Gerenzano e Cislago.
La prima uscita pubblica del Comitato referendum Acqua sarà sabato 5 febbraio dalle 15.00 alle 19.00 in concomitanza con l'iniziativa Nazionale, saremo presenti in Piazza Volontari del Sangue con un Gazebo. Inoltre Giovedì sera alle 21.15 presso la sede di Attac in viale Amendola ci sarà la prima riunione del comitato, aperta a tutti i cittadini o associazioni che vorranno aderire.  

«Vogliamo - spiegano i responsabili del comitato - tramite il referendum rendere nulle le conseguenze dell'attuale decreto Rochi e dell'attuale legge regionale, che di fatto, nelle loro applicazioni, impongono la privatizzazione dei servizi e "il tasso di profitto obbligatorio" (io investo nella rete distributiva e ho diritto ad una remunerazione che non può essere inferiore al 7%) , di fatto studi sulle conseguenze della privatizzazione dell'acqua portano a considerare che le attuali tariffe aumenteranno del 250, 300% rispetto alle attuali».  

«Ci domandiamo, che fine farà l'acqua del saronnese - proseguono dal comitato - Attualmente per esempio l'acqua di Saronno, Uboldo e Origgio è gestita da una società per azioni (di diritto privato)  Saronno Servizi SpA  che ha capitale interamente pubblico, con regole di funzionamento private, Che non è obbligata a rispondere del suo operato ai rappresentanti dei cittadini, cioè al Consiglio Comunale. Lo stesso vale per Caronno (Lura Ambiente SpA), Gerenzano (Sogeiva SpA) e Cislago (Seprio Servizi Srl),  pensate che il comune di Saronno ha ripianato, anche quest'anno, il bilancio in perdita di saronno Servizi Spa: oltre 300 mila euro, curiosamente corrispondenti al "buco" gestionale del servizio Idrico integrato, cioè la gestione dell'acqua dei tre comuni gestiti da Saronno Servizi. Ora il Decreto Ronchi impone la cessione ai privati del 40 % del capitale dela SpA a capitale pubblico, entro il 31.12.2011, la legge regionale approvata il 22 dicembre 2010 dalla maggioranza di Centriodestra, non solo impone la privatizzazione prevista dal decreto Ronchi, ma sottrae ai comuni la gestione dell'acqua, facendola affidare ai privati da una società non pubblica della Provincia».  

Dal comitato giungono quindi domande dirette al comune: «È legittimo chiedersi, in un quadro come questo,  che fine farà il nostro acquedotto? Automatico sarà l'aumento delle tariffe, la gestione del servizio sarà completamente fuori dal controllo pubblico e finalizzata ad un profitto (7% minimo) riconosciuto addirittura obbligatorio per legge.  Si può evitare tutto ciò? Occorre che il referendum che abrogha gli articoli della legge Ronchi vinca. Invitamo inoltre l'amministrazione di saronno e il Sindaco Porro a schierarsi apertamente per il referndum sostenendo la campagna referendaria ed aderendo alla rete nazionale degli enti locali per l'acqua pubblica, invitiamo inoltre l'amministrazione comunale ed il Sindaco Porro ad attuare ogni forma di pressione istituzionale possibile al fine di contrastare l'attuazione della Legge Regionale, anche in raccordo con le opposizioni in Consiglio Regionale, invitiamo il Sindaco a convocare prima possibile la Commissione Acqua appena costituita. 
 

Acqua, la Corte Costituzionale ha detto sì ai referendum- di Luca Martinelli

Segnalato da FabioNews

Due dei tre quesiti hanno passato il vaglio della Consulta

La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili 2 dei tre quesiti referendari contro la privatizzazione dell'acqua promossi dal Comitato promotore referendario.

Paolo Carsetti, segretario del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e del Comitato promotore spiega che "l'interpretazione della Corte conferma la nostra impostazione sull'abrogazione totale del decreto Ronchi (l. 166/2009). A breve arriverà la comunicazione ufficiale della Corte, per bloccare ogni tipo di speculazione".
 
È attesa invece entro febbraio la sentenza, nella quale la Corte chiarirà le motivazioni che hanno spinto invece a bocciare il secondo dei tre quesiti referendari, quello che chiedeva l'abrogazione dell'articolo 150 del Testo unico dell'ambiente (152/2006) in merito all'affidamento del servizio escludendo le società per azioni, società di capitali: "Crediamo che ciò sia dovuto al fatto che la disciplina sia stata modificata, con l'approvazione dei decreti attuativi del decreto Ronchi, in una data successiva rispetto alla presentazione dei nostri quesiti referendari", spiega Carsetti.

In mattinata (del 12 gennaio, ndr) si è tenuta la Camera di consiglio della Corte, durata circa due ore, che ha visto gli interventi di quanti avevano depositato memorie ad adiuvandum, ovvero a favore dei tre quesiti (l'avvocato Luciani per il Comitato promotore; i professori Ugo Mattei, Alberto Lucarelli e l'avvocato Franzo Grande Stevens per il Comitato Siacquapubblica; Pietro Adami per i Giuristi Democratici) e ad opponendun, ovvero contro (Antonio Tallarida per l'Avvocatura di Stato; Tommaso Edoardo Frosini e Giovanni Pitruzzella per il Comitato Acqualiberatutti; Tommaso Edoardo Frosini per Fare Ambiente; Federico Sorrentino per l'Associazione nazionale fra gli industriali degli acquedotti, Anfida). Le considerazioni poste da coloro che si opponevano all'ammissione dei tre referendum non hanno saputo "conquistare" i giudici della Corte Costituzionale. Dalle "memorie" presentate si evince, ad esempio, l'affermazione che il decreto Ronchi non era abrogabile (come chiede il primo quesito) perché norma comunitaria, il che è un falso. Un'altra opposizione poneva l'accento sul fatto che la campagna informativa del Comitato promotore era falsata, perché "eterogenea" rispetto all'oggetto del referendum. Il decreto, infatti, fa riferimento a una pluralità di servizi pubblici locali.

"La relazione più efficace è stata fatta da Sorrentino, per conto della Anfida, l'Associazione nazionale fra gli industriali degli acquedotti in seno Confindustria -spiega Carsetti-. Le altre erano molto deboli". La Corte Costituzionale ha infine bocciato il quesito referendario sull'acqua promosso dal partito dell'Italia dei Valori. In un comunicato stampa, il Comitato promotore ha evidenziato i prossimi passi in vista del voto, atteso per la primavera: "Il Comitato Promotore oggi più che mai esige un immediato provvedimento di moratoria sulle scadenze del Decreto Ronchi e sull'abrogazione degli Ambiti territoriali ottimali, un necessario atto di democrazia perché a decidere sull'acqua siano davvero gli italiani. Il Comitato Promotore attiverà tutti i contatti istituzionali necessari per chiedere che la data del voto referendario coincida con quella delle elezioni amministrative della prossima primavera".

L’acqua e i veleni - di Concita De Gregorio

L’acqua e i veleni
Ho visto un bellissimo film: «Anche la pioggia» di Iciar Bollain, la regista autrice di «Ti do i miei occhi», opera che mi auguro abbiate amato in molti. È candidato a rappresentare la Spagna agli Oscar, un temibile avversario per il nostro «La prima cosa bella», uscirà presto in Italia. Ve ne parlo oggi perchè uscendo dalla sala ho molto pensato a quanto poco i giornali e le tv nazionali parlino della grande battaglia contro la privatizzazione dell’acqua, uno di quei temi che mobilitano grandi passioni soprattutto giovanili  si tratta del futuro, del resto  e che sono trattati in genere, invece, come quelle campagne di certi estremisti che si ritovano sul web a protestare, inascoltati dalla politica e ignorati dai grandi mezzi di informazione. È di acqua che parla, anche, il film di Iciar Bollain. Della grande rivolta contro la privatizzazione dell’acqua in Bolivia  anche l’acqua della pioggia, anche su quella il governo ha preteso un dazio  mentre racconta di un film che una troupe spagnola sta girando su Colombo, la conquista delle Indie, Bartolomeo de las Casas. Mentre gli attori il produttore il regista girano una storia di 600 anni fa, si trovano ad osservare, per le strade di Cochabamba, le stesse dinamiche, gli stessi soprusi ai danni degli indios, le stesse parole in bocca a moderni rivoltosi che pretendono solo di continuare a vivere nella loro terra senza morire per riverire l’invasore. Ieri la Spagna, oggi le leggi dell’economia americana. Ve ne parlo perchè la battaglia per l’acqua pubblica è uno di quei segni del tempo che passano inosservati e sono invece grandi trasformazioni epocali destinate a modificare il destino dei popoli, delle generazioni a venire.

Oggi non è di acqua ma di federalismo che si discute. Discutere è un concetto forte: diciamo che la maggioranza degli italiani subisce senza sapere una trasformazione di cui non conosce connotati e conseguenze. È la Lega che mena la danza. Da anni ripete che il federalismo è il futuro del paese, la chiave per chiudere col passato, è la strada per andare avanti anziché tornare indietro. Il federalismo fiscale, antipasto di quello più ampio che dovrebbe seguire a ruota, sta dettando l’agenda politica del paese e del governo. Senza federalismo niente Unità d’Italia. Senza federalismo cade il governo. Senza federalismo si va alle urne. È una patacca, ma che volete che sia? L’importante è avere un argomento per vincere le elezioni, uno scalpo da mostrare in campagna elettorale. Quella che sta per arrivare. Perché il disegno della Lega è chiaro: prendere il federalismo, andare alle urne, fare il pieno di voti e puntare su un cavallo più verde che azzurro: Tremonti, ad esempio. È il sogno di Bossi ma anche l’incubo di Berlusconi, sulla cui testa si addensano nubi minacciose, come quella che uscirà giovedì dal palazzo della Consulta. Incubi e sospetti, veleni e coltelli (vedi lo splendido duello Feltri-Sallusti). Eccola l’agenda politica del presidente del Consiglio: non risolvere i guai del paese, ma difendere la poltrona più alta. E il federalismo? Sarà un disastro ma facciamo silenzio, non diciamolo a nessuno. Lasciamo che sia il popolo del web ad accorgersene.

Vi stanno togliendo l’acqua, e moltissimo di più.

Prealpi Servizi leader nel ciclo integrato dell'acqua

caianiello_33_320x223"Prealpi Servizi lavora quotidianamente per l'ambiente. La gestione delle risorse idriche è un'attività fondamentale per garantire efficienza, qualità e continuità nel servizio ai cittadini. Noi siamo la sola azienda sul territorio provinciale ad occuparci del ciclo integrato dell'acqua e contiamo di poter mantenere e ampliare il nostro ruolo anche dopo l'entrata in vigore della nuova legge regionale, in via d'approvazione, che detterà le nuove regole per il settore".

Nino Caianiello, Amministratore Delegato di Prealpi Servizi, non ha dubbi sulle potenzialità della Società che dirige. Una società a capitale interamente pubblico e della quale sono Soci, tra gli altri, le ex municipalizzate di Varese, Busto Arsizio e Gallarate oltre alle Società ecologiche provinciali (ex Consorzi).

"Attualmente – spiega Caianiello – gestiamo 21 depuratori biologici per il trattamento delle acque di scarico civili e industriali. Tradotto in cifre, questo significa circa 100 milioni di metri cubi di reflui fognari trattati ogni anno dai quali eliminiamo oltre 50.000 tonnellate di sostanze inquinanti".

I comuni serviti dai depuratori affidati a Prealpi Servizi sono poco meno di un centinaio, per una popolazione di circa 600.000 persone. L'altro grande settore d'intervento della Società è quello degli acquedotti.

"Sì – continua Caianiello – la Provincia di Varese ci ha affidato gli acquedotti provinciali di Barza e dell'Arnona, che servono acqua "all'ingrosso" a 22 comuni, mentre siamo direttamente impegnati nella gestione del servizio di fornitura dell'acqua potabile in tre importanti realtà: Tradate, Gerenzano e Venegono Superiore".

In questi mesi si è a lungo discusso, anche in relazione alle nuove normative che stanno per essere varate e alle quali accennavamo all'inizio, di acqua pubblica o privata.

"Bisogna distinguere – dice l'Amministratore delegato di Prealpi Servizi - tra proprietà degli impianti e delle strutture, che è e resterà pubblica, e gestione. Nessun provvedimento legislativo, a livello comunitario, nazionale o regionale, ha mai messo in discussione che l'acqua, intesa anche come acquedotti e depuratori, è pubblica. La legge in via d'approvazione al Consiglio regionale della Lombardia prevede la possibilità di liberalizzazione delle gestioni, con l'intervento di privati, ma non esclude anche altre scelte. La cosa più importante – conclude Caianiello - è che ci sia una certezza normativa, per permettere di effettuare i necessari investimenti d'ammodernamento delle reti di distribuzione e degli impianti di trattamento, e un adeguamento delle tariffe (in Italia tra le più basse d'Europa) ormai ferme da più di dieci anni".

Il popolo dell'acqua torna in piazza! - di Redazione

Il 4 dicembre 2010 in tutta Italia i movimenti per l'acqua pubblica torneranno in piazza. Iniziative in tutte le regioni (leggi qui quali - in aggiornamento) daranno vita a nodi pulsanti di una rete che, da nord a sud, difende dalla privatizzazione un bene primario come l'acqua.

Ma la nostra battaglia non è solo di resistenza perché abbiamo rilanciato, contro una cinica e neoliberista visione della realtà, una serie di possibilità che tracciano un'alternativa possibile alla gestione del servizio idrico.

La creazione di enti di diritto pubblico che garantiscano la collettività dalle speculazione delle multinazionali e dei poteri forti di casa nostra sostenuti in maniera bipartisan; ma anche la prospettiva di un nuovo pubblico non statalista che faccia della partecipazione dei cittadini e dei lavoratori le gambe su cui muoversi. Ma soprattutto che venga garantita la ripubblicizzazione dell'acqua e che venga garantito un diritto di tutti noi!

In quella giornata chiederemo innanzitutto la moratoria sulle scadenze previste dal “decreto Ronchi”, ovvero lo stop immediato della messa a gara dei diversi servizi idrici, e sulla normativa di soppressione delle Autorità d’Ambito territoriale. Questo almeno fino a quando i cittadini e le cittadine non si saranno potute esprimere attraverso un referendum che 1.400.000 persone hanno chiesto che venga realizzato. Chiediamo da subito che la consultazione venga comunque effettuata entro, e non oltre, il 2011.

Per questa battaglia è necessario l'impegno e l'attivazione di tutti e di tutte per poter garantire la forza, la partecipazione e l' indipendenza di un percorso che difende un bene comune fondamentale per la vita. Per questo avviamo una campagna di autofinanziamento per rendere autonomo economicamente questo movimento, per poter affrontare al meglio la campagna referendaria e poter sostenere la sua comunicazione ed organizzazione. Lo facciamo attivando due strumenti: la donazione e la sottoscrizione con restituzione, con i quali chiunque, con qualunque cifra potrà sostenere ed attivarsi.

Vinciamo insieme i referendum !

L'acqua è un diritto. La privatizzazione ce la toglie. Fermiamoli.

Fonte


Acqua, i cittadini lombardi si oppongono alla privatizzazione - di Michele Sasso

13 novembre 2010

- I comitati intendono bloccare l'approvazione del progetto di legge votato lo scorso 26 ottobre dalla giunta Formigoni per riformare il servizio idrico. Si attende il giudizio della Corte Costituzionale sui tre referendum nazionali -

“Alt alla legge regionale che rischia di privatizzare l’acqua della Lombardia”. E’ perentorio lo slogan dei comitati per l’acqua pubblica che intendono bloccare l’approvazione del progetto di legge votato lo scorso 26 ottobre dalla giunta Formigoni per riformare il servizio idrico. Le altre regioni prendono tempo capeggiate dal Veneto del governatore Zaia che chiede una moratoria all’applicazione del Decreto Ronchi, il provvedimento del Governo che contiene la riforma dei servizi pubblici locali, e obbliga a cedere ai privati la gestione dell’acqua. La Toscana accentra le competenze a un unico commissario regionale mentre la Puglia va in direzione opposta ha con una legge che sancisce la gestione totalmente pubblica.

“Con questo testo di legge l’acqua di tutta la Lombardia – commenta Roberto Fumagalli del contratto mondiale sull’acqua – finirebbe nelle mani di poche imprese private interessate solo a fare profitto. E sarebbe la fine delle virtuose gestioni pubbliche: Milano risulta all’avanguardia con la tariffa più bassa d’Europa: 72 centesimi per mille litri”.

Il testo in discussione ribadisce che “l’acqua è e rimane un bene pubblico, le tariffe non aumentano, le Province assumono le competenze delle ex Ato (Ambito territoriale ottimale) e i Comuni vanno ad acquisire un ruolo di fondamentale importanza all’interno della Consulta nella quale saranno inseriti”.

Ma di fatto i sindaci vengono esclusi dal controllo degli acquedotti perchè con la nuova legge avranno un ruolo consultivo ma non vincolante nelle scelte di nuove strutture create ad hoc dalla regione: l’Ufficio d’Ambito. Il presidente di Anci Lombardia e sindaco leghista di Varese Attilio Fontana è pronto alle barricate: “Pronti alla guerra totale se il parere dei comuni non sarà vincolante”.

Di diverso avviso l’assessore lombardo all’Ambiente energia e reti Marcello Raimondi: “Con questo progetto di legge abbiamo fatto uno sforzo importante per garantire gli investimenti necessari in futuro, la gestione ottimale, la rappresentanza degli enti locali, ma, soprattutto, cosa che ci sta ancora più a cuore, il miglior servizio possibile ai cittadini, ai prezzi più bassi”.

La spada di Damocle sulla legge lombarda è rappresentata anche dalla Corte Costituzionale che nei prossimi mesi si esprimerà sui 3 referendum nazionali che chiedono il controllo pubblico dell’acqua. In Lombardia sono state raccolte 237 mila firme, su un totale nazionale di 1 milione e 400 mila. Con la loro firma, attraverso la richiesta di referendum, i cittadini hanno posto un’imprescindibile questione di democrazia: la gestione di un bene essenziale alla vita non può essere delegato ai privati.

Ora la questione è in mano alla maggioranza lombarda che il 23 novembre voterà in consiglio regionale. I comitati hanno organizzato, sabato 13 novembre, una manifestazione davanti al Pirellone (sede della Regione Lombardia).

Fonte

Varese, acqua contaminata Il Comune vieta il consumo

VARESE Allarme inquinamento nei Comuni di Varese, Luvinate e Casciago. Palazzo Estense ha predisposto un'ordinanza in cui limita l'utilizzo ai soli fini igienico-sanitari. Nel capoluogo lo stop interessa il 30% degli utenti. Nello specifico si tratta dei residenti nelle zone di: Masnago, Sant'Ambrogio, Montello, Rasa, Sacro Monte, Calcinate Pesce e degli Orrigoni, Mustonate, Valle Luna, Via Giordani, via Campigli, via Piemonte e una parte della Carnaga. Vieto bere l'acqua del rubinetto, vietato usarla anche per cucinare.

Sono state rilevate tracce di idrocarburi. La fonte, che è sita nel Comune di Luvinate, è stata isolata. Son in corso le analisi del laboratorio dell'Asl. Ignota al momento la causa dell'inquinamento. Di sicuro ci vorrà qualche giorno prima che l'ordinanza rientri. La fonte contaminata è stata isolata, i serbatoi dell'acquedotto verranno via via riempiti con acqua pulita.

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L'acqua del tuo rubinetto è sana? - di Helene Benedetti

acqua_di_rubinettoL'acqua del rubinetto è buona, sana, ecologica e ci fa risparmiare un sacco di soldi. Gli italiani che scelgono di bere l'acqua del rubinetto sono sempre più numerosi.

Nonostante tutto, in confronto al resto d'Europa, gli italiani sono i primi consumatori di acqua minerale in bottiglia, e i terzi al mondo. Le campagne pubblicitarie televisive non aiutano di certo a istruire i più diffidenti e fan di un sistema che si ostina a pubblicizzare l'acqua minerale in bottiglia facendo credere che sia più sana e controllata di quella del rubinetto.

Quindi subiamo concetti di "più plin plin", particelle di sodio che si sentono sole, acque altissime e purissime, bimbi nudi che svolazzano su schermi di purezza, calcoli dei tot bicchieri al giorno per l'idratazione quotidiana...
Il servizio pubblico "RAI" pubblicizza acqua minerale e non istruisce sul fatto che i pochi centesimi dell'acqua dei nostri rubinetti, vale oro!

L'acqua in bottiglia costa sicuramente di più,il trasporto, la plastica per le bottiglie, gli intermediari e l'iva, in confronto all'apertura del rubinetto è ovviamente un risparmio notevole.
Per i più diffidenti è nato "Immediatest", un kit monouso reperibile in tutti gli Eco Store al prezzo di euro 16,90 che analizza in pochi minuti l'acqua del vostro rubinetto. Consente di verificare il Ph dell'acqua, la quantità di calcare contenuta in essa e la presenza di elementi inquinanti.

Poi, per chi non fosse ancora convinto, ci sono le brocche o caraffe, che filtrano e purificano l'acqua e ci sono anche i depuratori di acqua domestica che la rendono persino frizzante.

Insomma, non ci sono più scuse, abbiamo a disposizione molti elementi per risparmiare e non inquinare; cosa aspettare a fidarvi dell'oro che esce dal vostro rubinetto?

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Manda anche tu un’e-mail agli Assessori della Regione Lombardia per dire NO alla privatizzazione dell’acqua inLombardia

Manda anche tu un’e-mail agli Assessori della Regione Lombardia per dire NO alla privatizzazione dell’acqua inLombardia


Vedasi aritcolo de La Repubblica Milano del 18 ottobre 2010: ''Lombardia - Acquedotti ai privati, la Regione ci riprova con una nuova legge''




INDIRIZZI:


p.c. roberto@circoloambiente.org


OGGETTO: NO alla privatizzazione dell'acqua inLombardia.

TESTO:

Agli Assessori della Giunta Regionale della Lombardia


Egregio Assessore,
ci riferiamo alle intenzioni della Giunta Regionale di approvare un Progettodi Legge inerente la gestione dei servizi idrici integrati (S.I.I.), in applicazione del cosiddetto Decreto Ronchi (art.23 bis della Legge 133/2008, così come modificato dall'art. 15 della Legge166/2009).
Le anticipazioni sui contenuti del PDL riguardo lemodalità di affidamento dei S.I.I. ci preoccupano, poichè obbligherebbero alla privatizzazione dellagestione dell'acqua.
Infatti con l'applicazione del Decreto Ronchi ,l'affidamento della gestione dei S.I.I. a soggetti privati - ovvero a imprese italiane ostraniere interessate solo a fare profitto - diventa la modalità ordinaria diassegnazione del servizio; in tal modo si porrebbe fine alle virtuose gestionipubbliche che, in alcune province della Lombardia, risultanoall'avanguardia a livello europeo.

Ricordiamo in questa occasione che a sostegno del Referendumper l'abrogazione del Decreto Ronchi e per la ripubblicizzazionedel servizio idrico, in Italia sono state raccolte 1 milione e 400 milafirme, delle quali ben 237 mila nella sola Lombardia (www.acquabenecomune.org).

Si rammenta inoltre che ben cinque Regioni hanno impugnato perincostituzionalità l'art. 23 bis (così come modificatodall'art. 15 del Decreto Ronchi), ritenendo la norma lesiva delle prerogativedelle Regioni stesse in materia di servizio idrico.

E' inopportuno che vengano adottati provvedimenti fintantoche la Corte Costituzionale non si esprima sui ricorsi delle Regioni esull'ammissibilità dei Referendum abrogativi sottoscritti da 1 milione e 400mila cittadini.

Inoltre è utile ricordare che negli scorsi anni in Lombardia si è attivatauna vasta mobilitazione popolare contro le precedenti Leggi Regionali inmateria di servizi idrici, in particolare contro le L.R. n. 21/1998 e n. 18/2006, per le parti cheimponevano la privatizzazione dell'erogazione dell'acqua. A sostegno di talimobilitazioni si sono attivati i Comuni; nel 2007 ben 144 Consigli Comunalidella Lombardia hanno deliberato contro la L.R. 18/2006; conla successiva L.R. 1/2009, "concordata" coi sindaci referendari, è stata reintrodotta la possibilitàdell'affidamento diretto ad aziende totalmente pubbliche.

A tale proposito, ci preoccupa l'eventuale attribuzione delle competenze delgoverno dei S.I.I. alleProvince, che di fatto esautorerebbe i Comuni (ovvero gli Enti piùvicini ai cittadini) dalle decisioni su un bene vitale e di interesse per tuttii cittadini qual è l'acqua, cancellando il federalismo rappresentato dai Comunistessi.

Alla luce di quanto sopra, si chiede di non approvare il suddetto Progettodi Legge per le parti in cui si applica il Decreto Ronchi (che di fatto consegnerà ai privati la gestione dell'acqua) e incui si esautorano i Comuni delle decisioni in materia di governo dei serviziidrici.
Certi che prenderete in considerazione le nostrerichieste, porgiamo distinti saluti.


NOME COGNOME

rif.: Coordinamento Regionale Lombardodei Comitati per l'Acqua Pubblica - email: roberto@circoloambiente.org


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Acquedotti ai privati, la Regione ci riprova con una nuova leggee

di ANDREA MONTANARI


In arrivo un provvedimento che mira a tagliare i contributi attualmente concessi ai Comuni. Ma c'è di più: il Pirellone intende introdurre la possibilità di affidare la gestione all’esterno



Al Pirellone arriva la nuova legge sulla privatizzazione dell’acqua. Ieri, il primo via libera dei capigruppo della maggioranza di centrodestra al nuovo testo della proposta di legge dell’assessore regionale all’Ambiente, Marcello Raimondi, sul sistema idrico integrato. Oggi il progetto sarà all’esame dell’ufficio legislativo. Sette articoli scritti in sei paginette che, pur raccogliendo in parte le osservazioni dei Comuni, aprono la strada di fatto alla privatizzazione della gestione degli acquedotti superando gli Ato (Ambito territoriale ottimale), e all’aumento delle tariffe.


L’articolo 50, infatti, ora stabilisce che «la Regione possa concedere (prima il testo diceva “concede”) incentivi e contributi sulla base degli obiettivi strategici fissati nel suo programma di sviluppo». E visto che le casse dei comuni sono notoriamente vuote e la manovra del governo ha già tagliato le risorse, l’unica prospettiva per i comuni sarà l’aumento delle tariffe.

Il progetto, inoltre, concede ai municipi da ora in poi trenta giorni per esprimere un parere sui nuovi Piani d’ambito. Poi le Province e il Comune, solo nel caso di Milano, avranno le mani libere. Stabilisce che la rete idrica resterà pubblica, ma che la gestione degli acquedotti potrà essere affidata anche ai privati. L’entrata in vigore è prevista per l’inizio del 2011, ma prima dovrà passare in giunta e in consiglio regionale.

Il secondo comma dell’articolo 49 prevede che gli enti locali «possano costituire una società patrimoniale (...) a condizione che vi partecipino, direttamente o indirettamente, mediante conferimento della proprietà delle reti, degli impianti dei comuni rappresentativi di almeno due terzi del numero dei comuni dell’ambito». Successivamente il nuovo testo precisa che «il comune nel caso di Milano e le province possono assegnare alla società patrimoniale il compito di espletare gare per l’affidamento del servizio, le attività di progettazione e le infrastrutture del servizio idrico».

Già sulle barricate l’opposizione di centrosinistra. «Se la Regione volterà le spalle ai comuni riducendo contributi e incentivi per gli investimenti e le manutenzioni — attacca Arianna Cavicchioli (Pd) — il risultato sarà un aumento delle tariffe. La Lombardia dovrebbe essere molto attenta a tutelare un servizio pubblico essenziale come quello idrico».

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L'oro di Cantello


di Paolo Bertossa e Marco Dalla Fiore

Un’autostrada che collega direttamente Varese a Como passando per il Ticino. È questa l’intenzione del presidente della Provincia di Varese, Dario Galli. L’idea, anche se può sembrare provocatoria, si inserisce nel grande progetto della Pedemontana lombarda. Un’opera che con la costruzione della ferrovia Arcisate-Stabio, completerà i grandi assi di comunicazione varesini verso la Svizzera. Ma gli interventi sono destinati a intaccare pesantemente l’ambiente sui due lati della frontiera. In particolare Cantello e tutta la Valle della Bevera, rischiano di dovere sacrificare i redditizi campi di asparago, importanti riserve acquifere e una parte del terreno coltivabile, per fare posto alle grandi opere, alle cave e agli interessi di politici e cavatori.

La vita vince, lettera - di Alex Zanotelli

14 settembre 2010

La cittadinanza attiva italiana ha ottenuto una straordinaria vittoria raccogliendo un milione e quattrocentomila firme per chiedere un referendum contro la privatizzazione dell'acqua (Legge Ronchi, 19 novembre 2009).

Questo grazie a una straordinaria convergenza di forze sociali che vanno da associazioni laiche come Arci o Mani Tese, o cattoliche come Agesci o Acli, da sindacati , da movimenti come NO TAV o NO Dal Molin, da reti come Lilliput o Assobotteghe.... In nessun referendum si era mai visto un tale schieramento di forze sociali così trasversali , che hanno trovato poi la capacità di organizzarsi a livello locale, provinciale, regionale. E' stata l'acqua, fonte della vita, che ha riunito in unità la cittadinanza attiva. E' fondamentale notare che tutto questo è avvenuto senza l'appoggio dei partiti, senza soldi e senza la grande stampa. I partiti al governo ci hanno attaccato pesantemente (le dure dichiarazioni di Ronchi e Tremonti), mentre i partiti dell'opposizione presenti in Parlamento(PD e IDV)ci hanno remato contro.

Il Comitato Referendario ha sfidato il popolo italiano con delle scelte ben precise. In piena vittoria del mercato e della finanza, i 3 quesiti referendari chiedevano che , primo, l'acqua venisse dichiarata un bene di non rilevanza economica, secondo, l'acqua venisse tolta dal mercato e, terzo, che non si facesse profitto sull'acqua. E' il massimo che si può chiedere a un popolo in pieno neo-liberismo.

Intorno ai banchetti della raccolta firme, si è svolta "la battaglia antropologica fra la persona, dotata di diritti e doveri e l'homo economicus, furbo, speculatore irresponsabile e pronto a tutto, pur di arricchirsi"- così ha scritto il costituzionalista Ugo Mattei. Ha vinto la persona, ha vinto il diritto umano. Ed è la prima grande vittoria per un bene comune (insieme all'aria) più prezioso che abbiamo. A Roma abbiamo festeggiato questa vittoria a Piazza Navona il 19 luglio, portando poi gli scatoloni contenenti le firme alla Corte di Cassazione. Che festa!

Ma ora si apre la campagna referendaria vera e propria!

Per questo, il 4 settembre, i referenti regionali del Forum italiano dei movimenti per l'acqua pubblica, si sono ritrovati a Roma per valutare come procedere e sopratutto per preparare l'incontro nazionale di tutto il movimento in difesa dell'acqua pubblica, che si terrà a Firenze (18-19 settembre). La Corte Costituzionale entro il 15 ottobre dovrà esprimersi sulla validità delle firme raccolte e poi darci i quesiti referendari, ed infine dovrà fissare la data del referendum dal 15 aprile al 15 giugno 2011. E' un appuntamento fondamentale questo,per cui dobbiamo organizzarci così bene da portare almeno 25 milioni di italiani a votare (è il quorum necessario per la validità del referendum).

Mi appello a tutti perchè ogni cittadino italiano e ogni cristiano si impegni per salvare "sorella acqua". In questo cammino referendario, abbiamo avuto l'impegno serio di tante associazioni cristiane, di parrocchie e anche di diocesi (la diocesi di Termoli per esempio), ma ci è mancata la voce dei Vescovi, sopratutto della CEI. Dopo le parole così chiare del Papa sull'acqua nella sua enciclica sociale, mi aspetto che i vescovi facciano altrettanto ,perchè questo è un problema etico, morale, vitale per il nostro paese e per l'umanità.Se perdiamo il referendum sull'acqua, abbiamo perso tutto.

Per questo chiediamo a tutti di impegnarsi a tutti i livelli.

A livello personale chiediamo uno sforzo per informarsi e informare sull'acqua tramite internet (www.acquabenecomune.org), tramite cd o dvd (come Per amore dell'acqua), libri, opuscoli per potere poi coscientizzare la gente con incontri pubblici, dibattiti, conferenze e serate sul tema. Solo così potremo portare 25 milioni di italiani a votare. La grande stampa e i media non ci aiuteranno!

A livello comunale, chiediamo a tutti di fare pressione sui propri consigli comunali perchè votino a maggioranza che l'acqua è un bene di non -rilevanza economica, modificando poi lo statuto comunale per inserirvi quella decisione. Questo potrebbe diventare un altro referendum popolare. Perché, per esempio, per la Giornata dell'acqua (22 marzo 2011), non potremo invitare quei Comuni che hanno così votato ad esporre un simbolo e a contarsi?Potrebbe essere questo il referendum dei Comuni.

Ma c'è di più! Dobbiamo far passare la notizia che la legge Ronchi non proibisce il totalmente pubblico. E quello che la legge non proibisce , facciamolo! Dobbiamo gridare dai tetti che i Comuni, le province, le regioni e le comunità di valle che vogliono gestire la loro acqua come Azienda Speciale o Ente di Diritto Pubblico, lo possono fare. E' questo il contributo della cittadinanza attiva di Napoli alla lotta contro la privatizzazione dell'acqua.E' stato l'avvocato M. Montalto, sostenuto dall'Ordine degli avvocati dell'Ambiente di Napoli, e il costituzionalista A.Lucarelli della Federico II di Napoli, a dimostrare che questo si può fare. E' questa la sfida in atto in Puglia per trasformare l'Acquedotto Pugliese da Spa a Ente di diritto pubblico. E' la sfida in atto nel Comune di Napoli di far passare l'Arin da Spa a Azienda Speciale. Speriamo che questo avvenga presto e Napoli diventi la "capitale dell'acqua pubblica", anticipando il risultato del referendum.

Ci conforta in questo la decisione dell'assemblea Generale dell'ONU, che ha approvato lo scorso luglio la risoluzione che "dichiara il diritto all'acqua potabile e sicura e ai servizi igienici ,un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani".

"Questa risoluzione è un fatto storico importante- ha detto R.Petrella - , un significativo passo in avanti sul cammino dell'accesso all'acqua potabile per tutti." Questo nostro impegno per l'acqua pubblica, ha infatti una portata mondiale, sopratutto per i più poveri. Sull'acqua ci giochiamo tutto sia per noi, sia per i poveri. Se perdiamo l'acqua, abbiamo perso tutto.

Dobbiamo vincere! Se ce l'ha fatta l'Uruguay, la Bolivia, l'Ecuador, Parigi, ce la possiamo fare anche noi.

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Acqua, quanto mi costi? Servizio Idrico Integrato l'affare del secolo

acquadi Roberta Lemma

La giornata si apre con un piccolo comizio improvvisato davanti ad una caffetteria; l'unica aperta nel quartiere in questo periodo di ferie agostane.


Anche io mi trovo seduta attorno ad uno di questi tavolini all'ombra e seguo il crescente mormorio. Man mano la rabbia sembra montare dietro cifre urlate: io ho avuto 100 euro, io 80 euro, io 120 euro.
Tutti parlano di cifre dai settanta in su, poi capisco, parlano delle nuove fatture del Servizio Idrico Integrato, il SII. Anche questo è conseguenza della – privatizzazione.

Il servizio idrico, il bene più prezioso e vitale cui nessuno può fare a meno. Un gioco sottile, nascosto da inspiegabili voci sul dettaglio consumi. Un gioco politico, fatto di decreti piccolissimi, che parte da lontano, da molto lontano, fino ad arrivare nella vostra cassetta delle poste. Fino al 1990 le aziende dell'acqua erano municipalizzate, aziende senza scopo di lucro cui gestione era di tipo comunale; dopodiché iniziano i giochi, quei giochi strani che hanno nomi strani; privatizzazione e liberalizzazione.
Queste aziende senza scopo di lucro, quindi esentasse e quindi dai costi contenuti vengono trasformate, in - aziende speciali – sempre di tipo pubbliche ma con una possibilità in più; vale a dire con la possibilità, per queste aziende, di subappaltare, la gestione idrica, ad aziende private a scopo di lucro. Essendo soggetti a scopo di lucro sono obbligati a versare le tasse sui loro utili e, pagando le tasse sui loro utili, vendono il prodotto, in questo caso l'acqua, a prezzi più alti.

Questo primissimo, iniziale passaggio, è importantissimo. Infatti, da questo iniziale passaggio, inizia il business dell'acqua. Dando la gestione della rete idrica ad aziende private, se è vero che per legge non possono usufruire di soldi pubblici, è pur vero, che le stesse, possono ed hanno assoluto potere decisionale in merito ai costi e alla gestione dell'acqua, ciò ricade su di noi e sulle nostre bollette. I dati analizzati lasciano quindi intendere che le tariffe negli ultimi anni sono cresciute e sono destinate a crescere anche negli anni a venire, poiché è necessario realizzare consistenti programmi di investimento per adeguare e mantenere le infrastrutture necessarie ad assicurare adeguati livelli di servizio.
Alle difficoltà pratiche legate agli aumenti tariffari necessari a finanziare gli investimenti, vanno aggiunte le difficoltà derivanti dalle errate previsioni di volumi erogati crescenti, che non si sono verificate, determinando entrate tariffarie minori rispetto a quelle previste perciò insufficienti coperture per gli investimenti programmati. Si tratta di un aspetto estremamente importante, perché evidenzia un deficit di capacità previsionale di cui è assolutamente necessario il rapido superamento. - ( Rapporto Conviri, Comitato per la Vigilanza sull'Uso delle Risorse Idriche – Roma 2009 )

Prendiamo una fattura qualunque e snoccioliamo il dettaglio:
Anticipo consumi: 66 euro Uso: Domestico residente Quota Fissa: 6,00 euro/ trim.
Servizio di depurazione: Assente.
Ma, nella seconda parte del dettaglio consumi scrivono: Dom. Res. - Es. Fogna/Depu – Bac.A, poi una serie di cifre a metro cubo che non spiegano e dicono niente e che nemmeno svelano la tariffa aggiunta in seguito e sotto finte e poco chiare sigle al calcolo del totale della fattura stessa.
Sappiamo solo che trattano la depurazione e la rete fognaria dichiarata, sopra, Assente.
Dettaglio addebiti/accrediti; il periodo conteggiato va dal 14 gennaio 2010 al 29 agosto 2010. Domanda, se ad ogni fattura calcolano un largo acconto sui consumi, come può questa voce avere sul finire un accredito di altri 15 euro? Senza contare che ogni singola cifra riscuote un ulteriore 10% di iva.

Finalmente arriviamo alla voce del corrispettivo per consumo, euro, 30, ma, la fattura indica nel totale un salasso inspiegabile, euro 113. come è possibile? Errore? Se così fosse tutte le fatture di tutti gli altri cittadini sono in errore e sono in errore non solo quelli dei comuni campani, ma anche quelli di Treviso, Lipari e Latina e così via.
Basta leggere e cercare tra le notizie locali, ben nascoste dalla stampa nazionale e dai media di prima serata e di prima pagina! Quindi ricapitoliamo la Fattura per il servizio idrico integrato: Quota fissa 12 euro, ( fissa su cosa? )
Acconti quota fissa in bolletta precedente 6 euro, perchè non le 12 euro conteggiate? Acan – Rimborso anticipo consumi meno euro 15; Adan –
Addebito anticipo consumi più euro 56; Arrotondamento precedente più Nuovo arrotondamento, pochi centesimi che, se li addizioniamo agli altri pochi centesimi di migliaia di utenti fanno una bella e tonta cifra regalata alla società responsabile; Iva 10% su 57 euro, quindi l'iva calcolata anche sull'anticipo dell'acconto consumi che forse consumeremo, altra truffa.

Conteggiando non si spiega comunque il totale della fattura, che invece si spiegherebbe provando ad aggiungere quel conteggio, non specificato ma trascritto sulla depurazione e sula rete fognaria titolata Assente sull'inizio del dettaglio. In questo caso si parla della Gori, ma la Gori entra nel circuito di quelle società che fanno parte dell' Ambito Territoriale Ottimale, (ATO): organizzazione servizi pubblici integrati, ad esempio quello idrico o quello dei rifiuti (vedi Codice dell'Ambiente, D. Lgs 152/2006 e succ. modifiche, che ha abrogato la L.36/94). Tali ambiti sono individuati dalle Regioni con apposita legge regionale (nel caso del Servizio Idrico Integrato con riferimento ai bacini idrografici).
Ogni regione ha quindi un suo Ato che regola secondo le disposizioni dell'Ato nazionale. Gli ATO Acqua sono stati originariamente istituiti a seguito della legge 5 gennaio 1994 n. 36 "Disposizioni in materia di risorse idriche" che ha riorganizzato i servizi idrici aggregando sotto un'unica autorità (l'Autorità d'Ambito) i servizi di acquedotto, fognatura e depurazione in tutte le loro fasi, ivi comprese le relative tariffe.
Pertanto l’ATO è l’insieme dei comuni (appartenenti ad una provincia) che operano in virtù di una forma di cooperazione che può essere o il consorzio di enti o la convenzione di cooperazione come accade per l’ATO Provincia di Milano. Cos'è il Servizio idrico integrato (Sii)? La legge 36/1994, cosiddetta “Legge Galli”, prevede il superamento della frammentazione sul territorio della gestione dei vari comparti del ciclo delle acque (captazione, adduzione, distribuzione, depurazione), perseguendone l’accorpamento in un unico schema coordinato di servizi, indicato appunto come “servizio idrico integrato”.
Perciò il SII è l'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione d’acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue.
Che cos’è la Conviri? di mp, 14/04/2010 La Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) è stata istituita dalla Legge n. 77 del 24 giugno 2009, che all'art. 9 bis comma 6.
"Per garantire l'efficienza degli impianti per la gestione dei servizi idrici e la salvaguardia delle risorse idriche nel territorio nazionale, ai fini della prevenzione e del controllo degli effetti di eventi sismici, entro quarantacinque giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare avvia il Programma nazionale per il coordinamento delle iniziative di monitoraggio, verifica e consolidamento degli impianti per la gestione dei servizi idrici.

Il Programma e' predisposto dalla Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, che, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e' istituita presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, subentrando nelle competenze gia' attribuite all'Autorita' di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti ai sensi degli articoli 99, 101, 146, 148, 149, 152, 154, 172 e 174 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successivamente attribuite al Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche, il quale, a decorrere dalla medesima data, e' soppresso".

Che cos’è l’Autorità d’Ambito (AATO)? Il termine “Autorità d’Ambito” non compare nella legge 36/1994.
E’ entrato in uso a seguito delle leggi regionali di recepimento della L. Galli. Così, ad esempio, la Regione Lombardia stabilì con la L.R. 26/2003 che in ciascun ATO [4] si costituisca una Autorità d’Ambito, nelle forme previste dall’Art. 30 e dall’Art. 31 del D.lgs.267/2000; inoltre che ciascuna Autorità d’Ambito definisca, sulla base dello schema tipo regionale, la Convenzione tra gli Enti Locali ricompresi nello stesso ATO per l’organizzazione del servizio idrico integrato.

Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 152/2006, recante “Norme in materia ambientale”, sono state introdotte le seguenti nuove disposizioni:• nella Parte terza, Sezione III, è disciplinato il “Servizio Idrico Integrato”, in cui vengono ripresi ed ampliati gli obiettivi che erano stati posti della legge 36/1994, che nel contempo viene abrogata;• è stata confermata la competenza delle Regioni per quanto attiene alle delimitazioni degli ATO nonché a disciplinare le forme ed i modi della cooperazione tra gli enti locali ricadenti nel medesimo ATO;• è riservava alle Regioni la facoltà di scegliere la forma di cooperazione tra gli enti locali ricadenti nel medesimo ATO tra la forma del Consorzio e quella della Convenzione, • l’Autorità d’Ambito è una struttura dotata di personalità giuridica alla quale gli enti locali partecipano obbligatoriamente ed alla quale è trasferito l’esercizio delle competenze ad essa spettanti in materia di gestione delle risorse idriche.

Quali sono i compiti dell’Autorità d’Ambito? di mp, 12/04/2010 All’Autorità d’Ambito compete, principalmente, l’organizzazione del SII [1] “in nome e per conto di tutti gli Enti locali appartenenti all’ATO [4]”.Tra gli altri i compiti si ricordano:• definire il modello organizzativo e individure le forme di gestione del SII, • affidarne la gestione degli impianti ad un soggetto Gestore nonché affidare l’erogazione del servizio idrico ad un soggetto Erogatore i quali, in base alla L.R. 18/2006, sono società distinte ed individuate nel rispetto della normativa vigente;• assicurare il rispetto dei contratti ovvero delle Convenzioni di Gestione. • approva il programma di attuazione delle infrastrutture e di acquisizione delle altre dotazioni necessarie per l’organizzazione del servizio; • determina le tariffe del servizio e dispone in ordine alla destinazione dei proventi tariffari;• il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dalla programmazione regionale nonché il raggiungimento dell’unitarietà della tariffa d’ambito definita in funzione della qualità delle risorse e del servizio fornito (Art. 13, comma 3 della L. 36/94);
• rimuovere i fattori che potrebbero causare diseconomia nella produzione di servizi e nella qualità del prodotto erogato all’utenza;
• garantire livelli omogenei e standard di qualità e di consumo nonché la tutela dei cittadini meno abbienti da attuare attraverso meccanismi di compensazione tariffaria;
• la definizione e l’attuazione di un programma di investimenti finalizzato all’estensione, razionalizzazione e qualificazione dei servizi, privilegiando le azioni mirate al risparmio idrico e al riutilizzo delle acque reflue.

Quali sono i Gestori dell’ATO? Il soggetto che eroga il servizio, indicato come società Erogatrice, non può coincidere con la società che amministra il bene patrimoniale che è denominato società Patrimoniale o società di Gestione. Entrambe le società devono essere formate con soci esclusivamente pubblici; le società di Gestione potranno avere, dopo apposita gara, anche un socio privato minoritario. In questo modo potranno usufruire degli stanziamenti pubblici ma, al contempo, subappaltare il lavoro a ditte private dietro lauta mazzetta o percentuale.
L’Erogatore è quindi il soggetto a cui l'Autorità d'Ambito ha affidato il servizio per la fornitura d'acqua, la raccolta degli scarichi fognari e la loro depurazione; il servizio è ripagato dalla tariffa [ riscossa dall'utenza. Una quota di tariffa andrà versata al Gestore per consentire l’ammodernamento e completamento delle infrastrutture.

Per ulteriore precisazione occorre ricordare che tanto l’Erogatore quanto i Gestori dovranno operare secondo apposito Contratto e relativo Disciplinare al momento in fase di elaborazione. Per effetto dell’affidamento e non solo, non è consentito ad altri soggetti di svolgere le attività che competono alle predette società; pertanto anche la gestione in economia tipica dell’Ente locale, non è per legge più ammessa. Le tariffe.
La tariffa per il servizio idrico integrato è calcolata sulla base di un valore, chiamato "tariffa reale media", determinato nel Piano d'Ambito per ciascun anno di gestione in funzione del piano finanziario. Il Decreto del Ministro dei Lavori Pubblici del 1 agosto 1996 stabilisce che la "tariffa reale media" venga calcolata, con metodo molto rigoroso, partendo da parametri economici basati sugli investimenti previsti nel Piano d'Ambito e deve essere inferiore a un valore massimo di calcolo.

Per legge la tariffa deve coprire integralmente tutti gli investimenti previsti nell'Ambito. In questo modo i cittadini, dietro voci fantasiose, ripagheranno stipendi e stanziamenti.
Tutti questi Enti, privati e pubblici gravano terribilmente sulla fornitura dell'acqua, che si aggiudica il titolo di – oro blu -. Sempre tornando al comizio che apre l'articolo, a chi rivolgersi? Come farsi giustizia?
Ci si appella ai comitati civici, alle associazioni per i consumatori, tuttavia è bene dire come stanno le cose, e cioè, che se non si pagano le fatture dell'acqua le società hanno il potere di interrompere la fornitura, immediatamente. Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152 "Norme in materia ambientale" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2006 - Supplemento Ordinario n. 96 ART. 110 (trattamento di rifiuti presso impianti di trattamento delle acque reflue urbane) 1.
Salvo quanto previsto ai commi 2 e 3, e' vietato l'utilizzo degli impianti di trattamento di acque reflue urbane per lo smaltimento di rifiuti. 2. In deroga al comma 1, l'autorità competente, d'intesa con l'Autorità d'ambito, in relazione a particolari esigenze e nei limiti della capacità residua di trattamento, autorizza il gestore del servizio idrico integrato a smaltire nell'impianto di trattamento di acque reflue urbane rifiuti liquidi, limitatamente alle tipologie compatibili con il processo di depurazione.
3. Il gestore del servizio idrico integrato, previa comunicazione all'autorità competente ai sensi dell'articolo 124, e' comunque autorizzato ad accettare in impianti con caratteristiche e capacità depurative adeguate, che rispettino i valori limite di cui all'articolo 101, commi 1 e 2, i seguenti rifiuti e materiali, purche' provenienti dal proprio Ambito territoriale ottimale oppure da altro Ambito territoriale ottimale sprovvisto di impianti adeguati:
a) rifiuti costituiti da acque reflue che rispettino i valori limite stabiliti per lo scarico in fognatura;
b) rifiuti costituiti dal materiale proveniente dalla manutenzione ordinaria di sistemi di trattamento di acque reflue domestiche previsti ai sensi dell'articolo 100, comma 3;
c) materiali derivanti dalla manutenzione ordinaria della rete fognaria nonche' quelli derivanti da altri impianti di trattamento delle acque reflue urbane, nei quali l'ulteriore trattamento dei medesimi non risulti realizzabile tecnicamente e/o economicamente.
4. L'attività di cui ai commi 2 e 3 può essere consentita purche' non sia compromesso il possibile riutilizzo delle acque reflue e dei fanghi.
5. Nella comunicazione prevista al comma 3 il gestore del servizio idrico integrato deve indicare la capacità residua dell'impianto e le caratteristiche e quantità dei rifiuti che intende trattare. L'autorità competente può indicare quantità diverse o vietare il trattamento di specifiche categorie di rifiuti. L'autorità competente provvede altresì all'iscrizione in appositi elenchi dei gestori di impianti di trattamento che hanno effettuato la comunicazione di cui al comma 3. 6.
Allo smaltimento dei rifiuti di cui ai commi 2 e 3 si applica l'apposita tariffa determinata dall'Autorità d'ambito. 7. Il produttore ed il trasportatore dei rifiuti sono tenuti al rispetto della normativa in materia di rifiuti, fatta eccezione per il produttore dei rifiuti di cui al comma 3, lettera b), che e' tenuto al rispetto dei soli obblighi previsti per i produttori dalla vigente normativa in materia di rifiuti. Il gestore del servizio idrico integrato che, ai sensi dei commi 3 e 5, tratta rifiuti e' soggetto all'obbligo di tenuta del registro di carico e scarico secondo quanto previsto dalla vigente normativa in materia di rifiuti.

In una Italia pienamente '' saccheggiata '' questa è una delle tante beffe cui spetta ai cittadini subire.

La rivoluzione dell'acqua - Marco Bersani

Un contributo di Marco Bersani - Attac Italia segnalato da FabioNews

Un milione e quattrocentomila donne e uomini che sottoscrivono i tre referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua rappresentano una piccola grande rivoluzione.

Come tale, provoca immediato spavento nei poteri forti e in un quadro politico-istituzionale non avvezzo all’idea che possa esistere una soggettività sociale capace di prendere parola e di progettazione autonoma.

Un primo tratto di questa rivoluzione risiede nel fatto che sul tema dell’acqua si è ormai costituito, per la prima volta dopo decenni, un vero e proprio movimento nazionale di massa.

L’Italia, come ciascuno può intuire anche ad un’ osservazione superficiale, è un Paese tutt’altro che pacificato : decine di conflitti attraversano il mondo del lavoro, la società e le realtà territoriali.

Sono esperienze dotate spesso di una fortissima radicalità ma al contempo di altrettanta frammentazione.

Dentro questo contesto, il movimento per l’acqua si colloca come una fertile anomalia : estremamente reticolare e radicato nei territori, su questo humus ha saputo costruire e vivificare nel tempo –dalla legge d’iniziativa popolare alla campagna referendaria, passando per due grandi manifestazioni nazionali- una forte vertenza nazionale, capace di incidere sull’agenda politica del Paese.

Il secondo tratto risiede nel non negoziabile contrasto con il pensiero unico del mercato : dopo due decenni di egemonia della cultura dell’impresa sulla società e la vita delle persone, il movimento per l’acqua costruisce una mobilitazione densa non per ottenere qualche riduzione del danno, bensì per affermare la totale fuoriuscita dell’acqua e dei beni comuni –essenziali alla vita- dal gorgo delle Società per Azioni comunque delineate. E per affermarne la riappropriazione sociale e una gestione pubblica e partecipata dalle comunità locali.

O la Borsa o la vita, per dirla senza perifrasi.

Il terzo tratto nasce dalla straordinaria domanda di democrazia e di protagonismo sociale che questo movimento ha messo in campo e ha saputo intercettare : le donne e gli uomini che hanno profuso energie, in ogni comitato nato nella più grande metropoli così come nel più piccolo paese di montagna, e i cittadini corsi a frotte a firmare affermano la straordinaria volontà di decidere tutte e tutti in prima persona su ciò che a tutti appartiene. Per la qualità della vita nel presente oggi e una possibilità di futuro per le future generazioni.

Da questo punto di vista, il referendum è uno strumento ma anche un fine in sé, in quanto afferma il principio che su beni essenziali alla vita come l’acqua nessuna delega è autorizzata e la decisione deve appartenere a tutte e tutti.

Da ultimo, ma non per importanza, emerge il tratto di laboratorio di democrazia e partecipazione che il movimento per l’acqua ha saputo costruire in quasi un decennio di esperienza. Il costante rapporto fra locale e globale, l’approccio inclusivo verso le più diverse culture e provenienze, il metodo del consenso come elemento costitutivo di tutti processi decisionali fondamentali, hanno fatto di questa esperienza un interessante laboratorio di formazione collettiva, di saperi condivisi, di redistribuzione della conoscenza.

Un laboratorio perfettibile, ma sufficientemente attrezzato da consentire al movimento dell’acqua, a differenza di altri luoghi di costruzione dell’opposizione sociale e politica, di evitare una delle conseguenze più nefaste del degrado della politica : la nascita dei populismi, che, anche nelle loro versioni più avanzate, costruiscono appartenenza sull’elemento simbolico della personalizzazione.

Al contrario, nel movimento per l’acqua l’appartenenza nasce dalla condivisione del tema e di una piattaforma valoriale, culturale e politica che si fonda su obiettivi di radicale trasformazione della democrazia nel senso della partecipazione sociale.

Sono queste alcune delle caratteristiche che, nel determinare il successo della campagna di raccolta firme, mettono in campo un potenziale di cambiamento di grande fertilità sociale.

Un popolo che riprende collettivamente parola è molto più pericoloso di un popolo che cerca di volta in volta qualcuno a cui affidarsi.

Sarà un autunno caldo per la battaglia dell’acqua.

Sapremo rinfrescarci in primavera con una marea di SI alla riappropriazione sociale dell’acqua.

Marco Bersani Attac Italia Luglio 2010

L'acqua del rubinetto? È vietata ai minori di 14 anni (ma con le deroghe...) - di Giorgia Nardelli


27/05/10

Un'interessante inchiesta del Salvagente (oggi in edicola, in vendita anche on line).
In alcuni comuni d’Italia l’acqua del rubinetto è vietata ai minori di 14 anni, quasi fosse un medicinale. Fortunati, quei cittadini, visto che altri devono correre ogni giorno a comprare l’acqua in bottiglia, perché è scattato per tutti il divieto di potabilità.
Ma questi sono i meno.
Moltissimi altri, in molte parti dell’evoluta Italia ingoiano ignari quel che esce dai rubinetti, e che tutti i requisiti per essere bevuto non li ha.
Eppure, come spiega il Salvagente in un'inchiesta che sarà in edicola da oggi (in vendita a 1 euro anche nel nostro negozio on line), in tutti questi casi - a volte senza che neppure i cittadini ne siano informati - l'acqua è perfettamente legale, grazie a deroghe concesse da anni agli enti locali che non riescono a rientrare nei limiti di legge sulla potabilità.

L'Italia è il paese delle deroghe
Da quando nel 2001 è entrata in vigore la norma che impone regole più stringenti sulla presenza di inquinanti e metalli pesanti, 13 Regioni su 20 hanno fatto richiesta al ministero della Salute di consentire a questo o a quel Comune di dichiarare bevibile la sua acqua, nonostante gli sforamenti.
Tra i paesi europei l'Italia è quello che, per stessa denuncia della Ue, ha approvato più richieste di deroga. Arsenico, boro, fluoro, nitrati, vanadio e trialometani le sostanze i cui livelli più spesso “eccedono”. Colpa soprattutto dell'origine vulcanica del nostro territorio, e dell'orografia complessa, che rende le nostre acque naturalmente ricche di metalli pesanti. Ma anche la mano umana ha fatto la sua parte, e lo si nota rilevando residui di sostanze usate in agricoltura, o sottoprodotti dei processi di potabilizzazione.

Una scappatoia perfettamente "legale" per rimediare
Per rimediare c'è la scappatoia. Lo prevede la stessa legge 31/01, adeguamento di una direttiva europea: i Comuni che si rendono conto di avere parametri non in regola possono fare richiesta di deroga alla Regione, che a sua volta la gira al ministero della Salute, che, sentito il Consiglio superiore di sanità, concede che l'acqua venga comunque destinata “a uso umano” e bevuta, ma a certe condizioni. Tra queste, la presentazione di un piano di interventi per bonificare le acque, e l'impegno a informare la cittadinanza del problema.
Fino a oggi non è mai successo che il ministero rifiutasse una deroga. D'altro canto, difficilmente si è visto un Comune o una società distributrice “pubblicizzare” questi problemi. Quanto agli interventi, 9 anni non sono stati sufficienti a eliminare le criticità, specie in alcuni territori. Lo testimoniano i report annuali di Cittadinanzattiva, che da anni monitora la “purezza” delle acque italiane. Dall'ultimo dossier sul servizio idrico integrato, pubblicato a ottobre 2009, emerge la situazione in tutta la sua assurdità.

C'è pure il federalismo del rubinetto

Il primato va alla Campania, in deroga permanente da 7 anni, perché dal 2002 non riesce a fare rientrare i livelli di fluoro. Ma l'elenco è lungo: il Lazio vi compare dal 2006 (fluoro, arsenico, e vanadio oltre i limiti), la Toscana dal 2003 (prima magnesio e solfati, poi arsenico, boro, e trialometani, cui si sono aggiunti i cloriti), la Lombardia dal 2004 (arsenico) come il Piemonte (arsenico e nichel, rientrato nel 2008) e la Puglia (cloriti fino al 2006 e trialometani). Nel 2009 in 8 hanno rinnovato la richiesta. Ma anche in questo caso la situazione non si è di molto modificata.
Per il 2010 sono in attesa di un responso Lazio, Toscana, Trentino, Lombardia, e Campania, ma le cose si vanno facendo più difficili. Da quest'anno dovranno attendere la valutazione del comitato scientifico Scher dell'Unione europea, che si esprimerà sulla validità dei piani di intervento. E dal 2012 non avranno più scappatoie: niente più deroghe. Intanto hanno tre anni di tempo, anche se il primo pronunciamento del comitato non fa presagire molta tolleranza. Constatando che in alcuni territori i livelli di inquinanti superano di ben cinque volte i valori massimi ammissibili, lo Scher ha dichiarato che l'acqua italiana arriva in alcuni casi a mettere a rischio la salute di bambini e adolescenti, specie se le sostanze fuori legge sono arsenico, boro e fluoruro.

“Colpa di Bruxelles, molti Comuni messi in crisi dalla burocrazia”
Non consola, saperlo. Anche se qualcuno fa vedere l'altra faccia della medaglia.
Il numero effettivo dei comuni dove l'acqua servita è “non a norma” infatti è diminuito molto. Lo afferma Renato Drusiani, responsabile Acqua per Federutility, la federazione delle imprese energetiche e idriche.
“A dispetto delle apparenze, in alcune zone d'Italia si è lavorato molto in questi anni, e si è investito tanto sulla qualità dell'acqua”.E poi, dice, “l'Italia non è messa peggio di altri paesi. Il problema delle deroghe per lo più è stato originato dal fatto che, con il recepimento della direttiva europea, sono stati abbassati drasticamente i limiti ammissibili delle sostanze indesiderate, e di colpo molti Comuni si sono trovati non in regola.

L'esempio della Toscana e del Lazio e la strana sparizione dei cloriti
Faccio un esempio: l'Oms ha ridotto di cinque volte i livelli consentiti di arsenico, eppure l'arsenico è stato bevuto per millenni dagli abitanti della Toscana e del Lazio, perché presente naturalmente nelle acque. Diversamente, negli stessi anni è 'sparito' il problema dei cloriti, derivati dall'uso di disinfettanti, perché a livello internazionale è stata stabilita una soglia più alta”.
Insomma, molti Comuni sarebbero stati messi in crisi dalla burocrazia.
Ma mentre qualcuno è riuscito a mettersi in regola, altri hanno continuato a servire ai propri cittadini acque non proprio limpide.


Le schede: in questi Comuni l'acqua è potabile "per deroga"


LAZIO - PROVINCIA DI ROMA

Niente acqua per i bambini e divieto di fabbricare alimenti

La triste conta arriva nel Lazio a 92. Tanti erano nel 2009 i comuni “non a norma”, sparsi tra Viterbo (62, una provincia infestata), Roma e Latina. L’ultimo decreto del ministero della Salute che concede le deroghe è datato marzo 2010 e conferma anche per quest’anno tolleranza per vanadio, clorito e trialometani. Non è specificato per quali territori (solo “per i comuni per cui è stata fatta richiesta”), e non fornisce un quadro completo, perché l’emergenza si chiama anche fluoro, arsenico, boro.
Nulla di così scandaloso per una zona vulcanica. Scandaloso, semmai, è che dal 2001 fino a oggi si sia intervenuto poco.
Prendiamo la provincia di Roma. Le deroghe si susseguono di anno in anno e in attesa che l’Acea realizzi gli impianti per la bonifica sono 12 i comuni interessati (non la Capitale che non soffre di questi problemi). Sarà bene riportare l’elenco per i nostri lettori.
Si tratta di Albano laziale, Ariccia, Castelgandolfo, Castelnovo di Porto, Cerveteri, Ciampino, Genzano, Lanuvio, Lariano, Tolfa, Trevignano e Velletri. Mentre si attendono gli interventi del “piano di rientro”, i comuni dell'hinterland, e la Asl Roma hanno inviato messaggi chiari alla cittadinanza: niente dentifrici al fluoro per bambini, niente integratori e alimenti con elevato contenuto di fluoro, e soprattutto, niente acqua del rubinetto fino ai 14 anni. Ben più rivelatrici sono però le prescrizioni verso le aziende che producono alimenti in zona. “In base alle prescrizioni di Regione e ministero”, spiega Fernando Maurizi, segretario dell’Ordine nazionale dei chimici e a capo di una società di consulenza nel settore ambientale e alimentare, “queste aziende non possono commercializzare fuori dal territorio alimenti prodotti con l’acqua ‘potabile’ della zona”. Le imprese hanno dovuto di corsa dotarsi di un impianto proprio di potabilizzazione, ma questo, certo, non tranquillizza chi quell’acqua la beve tutti i giorni.
L’elenco dei comuni (la lista è per il 2009. Per i comuni dell’Ambito territoriale 2, provincia di Roma, i dati sono aggiornati al 2010):
Per l’arsenico: Anzio, Nettuno, Lariano (Rm), Latina, Aprilia, Cisterna, Cori, Sermoneta, Pontinia, Sabaudia, San Felice Circeo, Sezze, Privernio, (Lt).
Per i trialometani: Civitavecchia e Santa Marinella (Rm).
Per arsenico, fluoruro, vanadio e selenio: tutti i comuni appartenenti all’Ambito territoriale 1 (la provincia di Viterbo), Civitavecchia, Santa Marinella (Rm), Magliano Sabina (Ri).
Per arsenico, fluoruro e vanadio: Ciampino, Albano Laziale, Lanuvio, Castel Gandolfo, Genzano, Velletri, Ariccia (Rm).
Per arsenico e fluoruro: Trevignano Romano, Tolfa, Cerveteri (Rm).


LAZIO - LAGO DI VICO
Acqua minerale per tutti. Ci sono le tossine cancerogene

È nulla una deroga sull’arsenico (vige in tantissimi comuni in provincia di Viterbo) in confronto alla storia dei piccoli centri di Caprarola e Ronciglione, dove l’acqua arriva in acquedotto dal lago di Vico. Oltre all’arsenico qui c’è da fare i conti con qualcosa di peggiore.
Nel 2008 la Asl di Viterbo ha proposto per la prima volta ai due Comuni di emettere ordinanza di non potabilità. Le acque del lago, oltre a essere ricche di arsenico, presentavano periodiche fioriture di alga rossa, che a sua volta produce una microcistina cancerogena.
La contaminazione che ha provocato il disastro potrebbe arrivare da più fonti: “scarichi fognari di insediamenti residenziali non a norma, fitofarmaci derivanti dalle coltivazioni limitrofe, composti azotati e fosfati”, spiega Antonietta Litta dell’associazione medici per l’ambiente di Viterbo.
Oggi una nuova fioritura di alga rossa ha messo in allerta le autorità sanitarie, e la Asl di Viterbo ha nuovamente consigliato ai due Comuni di emettere l’ordinanza. Eppure in tre anni, nonostante i tentativi dell’associazione, nulla si è mosso. “Le alghe sono state ritrovate anche in acquedotto, segno che gli impianti di potabilizzazione non funzionavano a dovere”, dice la Litta. “In più (cosa confermata da funzionari della Asl, ndr.), gli esami fatti fino a oggi non sono in grado di rilevare la presenza della dannosa microcistina nelle acque in erogazione, rivelando però elevate quantità di alghe”. Per cui, per paradosso, l’acqua è “in regola”.


LOMBARDIA
Dalla maglia nera alla promozione del rubinetto. Tranne qualche eccezione

È un po’ che la Lombardia promuove “il rubinetto”. L’ultima iniziativa risale a qualche giorno fa, quando a Milano è partita la campagna in borraccia, per convincere cittadini e turisti a circolare con borracce riempite con acqua delle fontanelle. “L'acqua di rete a Milano è sicura”, ha dichiarato Paolo Massari, assessore all’ambiente del Comune di Milano.
Una sorpresa? Quella della Lombardia è stata in realtà una vera metamorfosi. Pur essendo in deroga permanente dal 2004, la regione compare tra coloro che hanno “lavorato”. Sei anni fa i comuni con problematiche erano 100, oggi sono 10, “a cui se ne aggiungono tre nella provincia di Pavia, i cui interventi di sanificazione dovrebbero concludersi entro giugno”, spiega Maurizio Salamana dalla direzione regionale Sanità.
Gli sforamenti riguardano sempre l’arsenico, ma la Regione è stata molto severa, e l’anno scorso ha minacciato i Comuni non in regola che non avrebbe trasmesso la richiesta di deroga al ministero se i piani di riordino non fossero stati convincenti.
A Mantova per esempio, “la rete è stata adeguata con interventi di potabilizzazione sui pozzi, in altri casi, quando i pozzi risultavano troppo ricchi di metallo, sono stati esclusi dalla rete”, dice il direttore generale dell’Ato Francesco Peri (gli Ato sono gli enti che si occupano della gestione delle risorse idriche nei territori).
Ma neanche qui è tutto rose fiori e il vero cruccio resta la presenza di nitrati nei territori dell’alto mantovano. Stavolta le caratteristiche del suolo non c’entrano, i nitrati sono “l’effetto collaterale” dell’uso agricolo dei suoli. “Siamo in emergenza”, dice Peri, “si cerca di migliorare la situazione disinfettando i pozzi, ma non sempre è sufficiente, e qualche volta siamo stati molto vicini a dichiarare lo stato di non potabilità”.
L’elenco dei comuni (tutti in deroga per l’arsenico):
Bassano Bresciano, San Gervasio Bresciano (Bs), Sueglio(Lc),
Marcaria, Roncoferraro, Viadana (Mn), Valdidentro,
Valfurva (So), Maccagno, Sesto Calende (Va), Alagna, Cava Manara, Gambolò (Pv).


TOSCANA
Arsenico da record

Boro, arsenico, clorito e trialometani. Sono le bestie nere che fanno della Toscana tra le regioni più problematiche d’Italia. Territorio di origine vulcanica e residui di processi di potabilizzazione hanno messo fuori legge, al 2009, 41 comuni.
Nel chiedere le deroghe al ministero della Salute e alla Commissione europea la Regione ha presentato un piano di intervento che prevede la regolarizzazione di 10 di questi entro la fine del 2010, ma per gli altri, interessati dalla presenza di boro e arsenico, “vista la complessità degli interventi da mettere in atto, si rende necessaria un’ulteriore richiesta di deroga per il prossimo triennio”, si legge nella relazione inviata dalla Direzione generale politiche ambientali.
33 zone - per lo più sulla costa - restano dunque non a norma, per valori che superano i limiti da 2 fino a 5 volte, nel peggiore dei casi, quelli stabiliti per legge, e sono, in quest’ultimo caso, pericolosamente vicini a quella che è la quantità considerata off-limits, oltre la quale, cioè, ci sono rischi per la salute umana.

L’elenco dei comuni:
Per il clorito: Figline, Incisa, Reggello (Fi), Chiusi (Si).
Per il boro: Montevarchi, Bucine (Ar), Cecina, Piombino Rio, San Vincenzo (Li), Montecatini (Pt).
Per i trialometani: Cortona, Marciano, Foiano Chiana (Ar).
Per l’arsenico: Foiano della Chiana, Marciano della Chiana (Ar), Castelnuovo Val di Cecina, Pomarance (Pi).
Per boro e arsenico: Monterotondo marittimo (Gr), Campiglia Marittima, Campo Elba, Capoliveri, Marciana, Marciana Marittima, Piombino, Porto Azzurro, Porto Ferraio, Rio Elba, Rio Marina, Suvereto (Li), Castelnuovo Val di Cecina (Pi), Radicondoli, (Si).


CALABRIA
Finta virtuosa

Potrebbe essere definita “finta virtuosa”, la Calabria. È tra le poche a non avere mai fatto richiesta di deroghe per “normalizzare” la sua acqua. Ma è anche, forse, l’unica regione in cui non è un paesino, ma un importante capoluogo di provincia, Reggio Calabria, a non avere acqua potabile.
Lo scorso dicembre il Comune ha emesso una delibera in cui si impegna a rimborsare i cittadini del 50% di quanto versato per il canone acqua dal 2002 al 2007. Erano anni che gli abitanti (gli interessati sono i residenti nel centro storico) e le associazioni intentavano cause dinanzi al giudice di pace per ottenere un risarcimento.
La presenza eccessiva di cloruri, rende infatti l’acqua non destinabile “all’uso umano”. Potrebbe essere tutto risolto, ma pur avendo collaudato l’impianto di desalinizzazione (per bonificare l’acqua delle condotte comunali), il Comune ha scoperto la penetrazione di acqua marina nelle falde acquifere.
Quindi, a oggi, non è possibile usare quell’acqua nemmeno per farci il caffè. 2010, punto a capo.


PUGLIA
Tre province intere a rischio cloriti

In questo caso la differenza la fa il numero degli abitanti interessati. A stare sopra le righe non sono comuni di poche migliaia di anime ma le tre intere province di Foggia, Lecce e Taranto.
Tre province su un totale di sei. Il parametro che non torna è quello di trialometani, “sottoprodotti delle attività di clorazione delle acque negli impianti di potabilizzazione”, chiarisce l’ultima comunicazione della Regione Puglia destinata ai cittadini interessati.
La deroga ammette un valore massimo pari a 80 microgrammi per litro, (il limite Ue è pari a 30). Come da protocollo, la Regione, “informa la cittadinanza che la presenza di trialometani nell’acqua potabile distribuita dall'Aqp nelle province di Foggia, Lecce e Taranto, non costituisce un rischio specifico per la popolazione”.
E che “le acque potabili distribuite sono, comunque, sempre e costantemente monitorate dalle Asl al fine di garantire la qualità dell’acqua e la salute pubblica”.
Del piano di intervento non si parla. Chissà cosa ne pensano gli interessati.L’elenco comprende tutti i comuni in provincia di Foggia, Lecce e Taranto (tutti in deroga per i trialometani).


Fonte