ACQUA: GARIGLIO, PRIVATIZZARLA AFFRONTO AL MONITO DEL PAPA

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24ora


ACQUA: GARIGLIO, PRIVATIZZARLA
AFFRONTO AL MONITO DEL PAPA

19 novembre 2009

Privatizzare l'acqua "e' un aperto affronto al monito del Papa". E' quanto sostiene il presidente del Consiglio regionale del PIemonte, Davide Gariglio (Pd). "Il Decreto Ronchi e' un incredibile punto di non ritorno - sottolinea Gariglio - Un precedente gravissimo, un salto nel vuoto con cui l'Italia di Berlusconi si pone in assurda controtendenza col mondo intero". Gariglio ricorda che "Proprio mentre tutti i Paesi - compresi gli Stati Uniti del presidente Obama - stanno finalmente prendendo coscienza globale dei beni inalienabili per la sopravvivenza del pianeta, delle fonti prime di sussistenza che vanno sottratte alle logiche economiche del profitto e dello sfruttamento, l'Italia apre le porte alla privatizzazione dell'acqua". Il Presidente del Consiglio della Regione Piemonte definisce il decreto "un aperto affronto al monito che il Santo Padre Benedetto XVI ha affidato alla Caritas in veritate: 'L'accesso all'acqua' e' diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni e discriminazioni'. Chiaramente - aggiunge - nessuno e' contrario in linea di principio ad affidare ai privati la gestione dei servizi, se questo e' davvero in grado di razionalizzare l'offerta e rendere piu' competitivi i costi per il cittadino. Ma che credibilita' ha questa ennesima speculazione in un Paese che in questi anni non e' riuscito a fare bene una sola privatizzazione? Un Paese in cui le logiche del profitto hanno sempre finito per prevalere sull'interesse della collettivita'?" Per Gariglio "prima di regalare nuove opportunita' di guadagno a pochi, qualunque intervento legislativo deve mettere a punto ferrei meccanismi di tutela del cittadino, di garanzie nella qualita' dei servizi e di assoluto controllo dell'effettiva competitivita' economica del servizio. Meccanismi che, in questo Paese inceppato, inevitabilmente si ridurranno a generare l'ennesima authority burocratica con le sue impotenti grida manzoniane". Vai 191837 NOV 09

Ci hanno rubato l'acqua - C.R

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Ci hanno rubato l'acqua
C.R.

19 novembre 2009

- Con 302 sì, 263 no e nessun astenuto, l'aula della Camera approva, in via definitiva, il decreto Ronchi "salva- infrazioni". La privatizzazione dell'acqua è legge. La protesta del Forum italiano dei movimenti per l'acqua: mani blu e catene davanti a Montecitorio. Regioni e Comuni scendono in campo. 20 marzo manifestazione nazionale -

302 deputati hanno rubato agli italiani l'acqua. Mentre dal 2007 giace in Parlamento una legge di proposta popolare firmata da 400mila cittadini che chiedono che l'acqua resti pubblica. Così, al megafono, rappresentanti del coordinamento romano dell'acqua pubblica del Forum italiano dei movimenti dell'acqua, con striscioni contestano la riforma dei servizi idrici locali contenuta nel Dl Salva-infrazioni su cui il governo ha ottenuto la fiducia e che oggi è stato convertito in legge.

L'Articolo 15 del provvedimento licenziato dal parlamento da un lato ribadisce come la proprietà dell'acqua sia pubblica; dall'altra però manda in soffitta tutte le gestioni in house entro il 31 dicembre 2011 a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati.
La norma, in particolare, prevede due modalità per la gestione dell'acqua in via ordinaria ed un'altra in via straordinaria. Si stabilisce così che la gestione del servizio idrico debba essere affidato ad un soggetto privato scelto tramite gara ad evidenza pubblica oppure ad una società mista (pubblico-privato) nella quale il privato sia stato scelto con gara. Oppure, ed è il caso straordinario, la gestione del servizio idrico può essere affidata ("in casi eccezionali") in via diretta, vale a dire senza gara, ad una società privata o pubblica. In tal caso, però, si deve in primo luogo trattare di una società in house, ossia una società su cui l'ente locale esercita un controllo molto stretto; in secondo luogo, l'ente locale deve presentare una relazione all'Antitrust in cui motiva la ragione dell'affidamento senza gara. In terzo luogo, l'Antitrust deve dare il proprio parere. Poiché, come noto, ad oggi sono già moltissimi i casi di affidamento in house, il decreto mette nero su bianco il da farsi nella fase transitoria. Il provvedimento, infatti, prevede nel dettaglio che le gestioni in house debbano tutte decadere entro il 2011, a meno che entro questa data la società che gestisce il servizio non sia per il 40% affidata a privati. Resta comunque possibile per la società spiegare all'Antitrust i motivi per cui ricorra il caso straordinario che permette l'affidamento diretto.

Nella sostanza, però, si stabilisce che cesseranno tutti gli affidamenti in house al 31 dicembre 2011 visto che potranno proseguire fino alla naturale estinzione del contratto solo quelle società in house che si trasformeranno in una società mista con un 40% in mano ai privati. Di fatto, insomma, con l'attuale formulazione dell'articolo 15 si obbligano gli enti locali a mettere sul mercato l'acqua.

Mani blu e catene per dire che "questo furto non passerà". Esponenti del Forum per l'acqua si sono incatenati alle inferriate adiacenti a Montecitorio e hanno aperto gli striscioni. Le forze dell'ordine hanno tagliato le catene con dei tronchesini, ma la manifestazione non si è fermata.
In cantiere ci sono una serie di iniziative che sfoceranno in una "grande manifestazione nazionale a Roma il 20 marzo". Il Forum chiederà "a tutte le Regioni di impugnare la legge perché è incostituzionale e già alcune Regioni come Puglia, Emilia Romagna e Piemonte" si stanno dirigendo su questa strada; "diremo a tutti i Comuni che possono sottrarsi, con modifiche ai loro Statuti, definendo il servizio idrico come "privo di rilevanza economica" come ha fatto al Puglia che ha trasformato l'acquedotto da Spa in ente di diritto pubblico".
Quanto all'Europa, "non ci impone niente". L'argomentazione utilizzata è un alibi per privatizzare la gestione dell'acqua. "Ogni Stato membro - spiegano i manifestanti - decide quali servizi mettere sul mercato e solo in questo caso l'Europa impone di fare le gare e permettere a tutti di partecipare.
Infatti in Olanda il servizio idrico è pubblico e in Francia a partire da Parigi si sta tornando in questa direzione e l'Europa non dice nulla". Anche perché, proseguono, il Trattato di Lisbona prevede il "principio di neutralità".

Il Forum valuterà "collettivamente" la raccolta di firme per il referendum e alla fine, fanno capire, ci dovrebbero essere, ma, polemizzano, "sono anni che ci occupiamo di questa tematica e un referendum non si improvvisa. E' necessaria una mobilitazione diffusa", dicono riferendosi ai partiti politici (IdV, Verdi e Prc) che hanno già annunciato la raccolta di firme per abrogare la legge. "Comunque abbiamo già inviato una lettera a chi ha annunciato che raccoglierà le firme. Noi avremo una riunione del coordinamento nazionale il 28 novembre".

Michele Mangano, presidente nazionale Auser, spiega che si tratta di un "provvedimento che non tiene conto né della tutela di una risorsa fondamentale e preziosa come l'acqua, né dell'interesse dei cittadini. L'acqua è un bene pubblico essenziale ed è inaccettabile che invece di migliorare un servizio alla fine si favoriscano solo interessi privati. Un provvedimento che in alcune regioni italiane costituisce un regalo alla criminalità organizzata".

Del resto questo Governo negli ultimi mesi non si è distinto nelle strategie sul piano della legalità. Pensiamo al condono fiscale, all'affido ai privati della gestione dei rifiuti solidi urbani, alla proposta di mettere in vendita i beni confiscati ai mafiosi. Una mappa di interventi inquietanti. Non si può più rimanere indifferenti, tutti questi provvedimenti incideranno profondamente nella vita di tutti i cittadini e affonderanno l'Italia nell'illegalità.
Intanto, a Montecitorio , con 302 sì, 263 no e nessun astenuto, l'aula della Camera ha approvato, in via definitiva, il decreto Ronchi "salva- infrazioni" . Diventa quindi legge il provvedimento che contiene la riforma dei servizi pubblici locali, tra cui la privatizzazione dell'acqua.
A votare a favore sono stati Pdl, Lega e Mpa. Hanno votato contro Pd, Idv, Udc, minoranze linguistiche. (Ieri, l'aula aveva accolto un ordine del giorno della Lega che impegna il governo a valutare deroghe alla liberalizzazione della gestione dell'acqua per i Comuni più virtuosi. Sulle votazioni agli ordini del giorno la maggioranza era andata 'sotto' ben quattro volte. Alla fine il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi ha deciso di accogliere come raccomandazioni tutti gli odg, compresi quelli dell'opposizione).

"Noi dell'Italia dei valori parteciperemo tutti e da singoli alla manifestazione del 5 dicembre. Ci parteciperemo da cittadini, lasciando che sul palco salgano gli operai di Eutelia, i lavoratori precari della scuola, coloro che non hanno voce e a cui noi vogliamo dare voce. Quei cittadini, signor presidente del Consiglio a cui lei, oltre che la voce, toglie ora anche il diritto di bere e di respirare, attraverso la deriva delle privatizzazioni". Lo ha detto il leader Idv, Antonio Di Pietro, intervenendo oggi in aula alla Camera. Di Pietro ha parlato di "leggi schifezza" imposte dal governo anche a una maggioranza che non le voterebbe se non fosse per il "ricatto delle elezioni, poiché la legge elettorale prevede che tutti i parlamentari siano nominati dal sultano di turno e non dal popolo italiano".

Per i parlamentari del Pd, "quella della privatizzazione dell'acqua è una scelta sbagliata, un pasticcio che produrrà problemi agli amministratori locali, maggiori costi per i cittadini, vantaggi per pochi gruppi industriali e finanziari. Per coprire questo pasticcio il governo usa le bugie".
"Per motivare questa scelta sbagliata il governo fa ricorso ad una serie di bugie, raddoppiando l'errore- dice - prima bugia: non c'è nessun obbligo, come sostiene il governo, né nessuna infrazione comunitaria a cui il nostro paese debba corrispondere". Seconda bugia: "la sentenza della Corte di Giustizia Europea, citata dal governo per giustificare la privatizzazione, si occupa di società miste e non di società pubbliche". Terza bugia: il ministro dei Rapporti con le regioni Raffele Fitto "dichiara che, negli ultimi anni, 'avremmo assistito a vergognose politiche di pubblicizzazione nel settore dell'acqua'. Questa è proprio grossa- afferma Causi - negli ultimi 15 anni, su 114 Ato, 56 sono passati a gestioni miste e soltanto 58 hanno gestione pubblica. Inoltre, le gestioni pubbliche sono più diffuse al Centro Nord.Considerata la maggiore efficienza della gestione del servizio idrico, al Centro Nord, forse le gestioni pubbliche sono migliori".
"Infine, il governo sostiene che per i cittadini ci saranno 'solo vantaggi'- dice l'esponente democratico, basta leggere le dichiarazioni del presidente di Federutiliy, per capire come andranno le cose: "Se non si aumentano le tariffe non si riescono ad attrarre i privati". Questo è un provvedimento "che darà il via all'aumento delle tariffe: il governo- conclude il parlamentare Pd- metterà le mani nelle tasche dei cittadini attraverso le tariffe".


L’acqua privata è migliore?, Vantaggi e svantaggi della privatizzazione - di Sirio Valent

Fonte
Il Picco


L’acqua privata è migliore?,
Vantaggi e svantaggi della privatizzazione
di Sirio Valent



Il dl Ronchi (Scarica il testo del Dl) apre alla liberalizzazione del mercato dell’acqua: le società pubbliche dovranno trovarsi entro due anni dei partner privati con cui gestire il servizio pubblico. La bufera politica si sta concentrando sulle parole: acqua come bene pubblico, quasi-pubblico, o di mercato. Ma il vero nodo su cui riflettere è l’efficienza.

Il decreto legge prevede la nascita di enti a capitale misto, con un tetto del 30% per la partecipazione statale, oppure l’assegnazione dell’appalto tramite gara pubblica ai privati. L’assegnazione per gara dovrebbe essere la normalità: straordinaria invece la procedura che concede direttamente ad una società privata la gestione delle acque, previo parere vincolante dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Queste le misure in questione: ma sono un bene o un male per i consumatori?

La teoria delle privatizzazioni è convinta di sì. Affidare ai privati gli appalti pubblici consentirebbe di ridurre i costi per lo Stato, di generare un circolo virtuoso di concorrenza e di incrementare gli investimenti per migliorare il servizio. Tutto a vantaggio del bene collettivo. Ma tra teoria e pratica, mai come in questo caso, c’è di mezzo il mare. Di acqua.

Una società privata, infatti, deve sostenere massicci costi iniziali in termini di strutture, personale e tecnologia. Deve assicurare un servizio capillare e costante, affrontare la morosità cronica di alcune fasce di popolazione, difendersi dagli altri concorrenti in sede di gara d’appalto proponendo progetti ambiziosi di crescita. Per farlo, una società privata non può chiedere fondi allo Stato: deve aumentare le tariffe. La realtà lo dimostra già adesso. Nel Lazio, il gruppo privato Acqua Latina ha aumentato le tariffe del 300% rispetto al passato. Lo stesso è successo dove opera la multinazionale francese Veolia, che controlla il 47% della società calabrese per la distribuzione dell’acqua (la Sorical). È importante notare che anche società a capitale misto tendono ad aumentare il prezzo di vendita dell’acqua: il pareggio di bilancio è infatti priorità sia della componente privata che di quella statale degli amministratori, e lo Stato finirebbe per accettare tariffe più alte in cambio di progetti più altisonanti e ambiziosi.

Ma quanto durerebbero questi prezzi maggiorati? Secondo gli analisti “pro privato”, nel lungo periodo gli investimenti “naturali” del settore profit ripagano in termini di efficienza, e i prezzi tornano a scendere grazie alla concorrenza. Ma anche su questo, ci sono forti dubbi. Perché, infatti, una società privata, che ha costruito una rete propria o adattato quella esistente alle proprie strutture, dovrebbe abbassare le tariffe? Il consumo di acqua è uno dei meno flessibili nel tempo. I volumi acquistati non crescono al diminuire del prezzo, né viceversa. Quindi, mantenere alte le tariffe costituisce un guadagno netto. La concorrenza tra società diverse, poi, non avverrebbe sul campo del prezzo dell’acqua venduta, ma sul controllo societario dell’impresa già attiva: quel che vedremmo, quindi, non è Veolia che concorre con Acqua Latina abbassando i prezzi, ma Veolia che cerca di comprare Acqua Latina in borsa. Il vincitore della lotta in borsa, una volta in sella, è tentato di mantenere le stesse politiche tariffarie per sanare i costi della scalata. Per il consumatore, tutto resta come prima.

Esiste poi la possibilità, per niente remota, che le società private non investano in nuove reti, ma si limitino ad appoggiarsi alla rete pubblica esistente (e datata), preferendo concentrarsi sul marketing del proprio nome. È una storia già vista nella telefonia fissa: per tutte le località non raggiunte dalla fibra ottica, Fastweb sfrutta la vecchia rete Sip, mantenuta in vita dallo stesso canone che la società Fastweb non fa pagare.

È difficile dire se il Dl Ronchi aumenterà o ridurrà le inefficienze del sistema idrico italiano. Tutto dipenderà da quanto saranno trasparenti le gare di appalto, dalla serietà degli amministratori e dall’attenzione dell’Autority pubblica. Di sicuro, però, aumenteranno i costi per i consumatori e il potere delle società erogatrici: un potere che la nuova class action, indebolita e infiacchita dall’attuale governo, non può contrastare.


Privatizzazione dell'acqua, il governo ottiene la fiducia. Protestano i consumatori

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IGN

Privatizzazione dell'acqua,
il governo ottiene la fiducia.
Protestano i consumatori


18 novembre 2009

Roma - Approvato con 320 sì e 270 no il decreto legge Ronchi che prevede una serie di liberalizzazioni nei servizi pubblici. Le associazioni dei consumatori lanciano l'allarme: "Le bollette aumenteranno di oltre il 40%, pronti al referendum. Privatizzazione dell'acqua, il Governo pone la fiducia. La piazza organizza la protesta. (FORUM)

Roma, 18 nov. (Adnkronos/Ign) - Con 320 voti a favore il governo ha ottenuto la fiducia alla Camera sul decreto legge Ronchi che prevede una serie di liberalizzazioni nel settore dei servizi pubblici, tra le quali l'erogazione dell'acqua. Contro il governo hanno votato 270 deputati.

Dalla maggioranza, il responsabile nazionale Enti locali del Pdl, Giovanni Collino, assicura che "non ci sara' alcuna privatizzazione selvaggia, tanto meno dell'acqua la cui proprieta' viene inderogabilmente garantita nelle mani pubbliche''. ''La riforma dei servizi pubblici locali che include anche la liberalizzazione del settore idrico e' un provvedimento che va incontro alle esigenze dei cittadini e degli operatori, all'interno di una cornice normativa certa e con precisi paletti". ''Adesso - aggiunge l'esponente del Pdl - e' necessario concentrarsi subito sulla previsione di un'Authority che regoli e controlli il settore idrico, con particolare riferimento alla determinazione delle tariffe".

Protesta l'opposizione mentre le associazioni dei consumatori annunciano l'intenzione di ricorrere al referendum. Dal Pd il senatore Roberto Della Seta, capogruppo nella Commissione Ambiente, pu nta il dito contro la Lega. "E' indecente il doppio gioco che fanno sull'acqua: con Calderoli firma il decreto che obbliga alla privatizzazione dei servizi idrici. In Parlamento pero' fa finta di non essere d'accordo, con l'aggravante della fiducia sul decreto". "Etica pubblica - prosegue - vuol dire anche non prendere in giro i cittadini. E oggi i cittadini devono sapere che la Lega e' uno dei principali artefici di una norma che consegnera' il business dell'acqua a quattro o cinque multinazionali, impedendo ogni efficace controllo pubblico sui criteri d'uso, sul prezzo, sulla tutela di un bene comune come le risorse idriche".

Duro il giudizio delle associazioni dei consumatori. ''Troviamo del tutto inaccettabile ed improponibile la norma sulla privatizzazione del servizio idrico". Federconsumatori ed Adusbef sono gia' pronte a raccogliere le firme per un referendum abrogativo. Le autorizzazioni per l'installazione dei gazebo destinati alla raccolta sono gia' state preparate. ''Avvieremo tutte le misure in nostro potere per far si' che questa norma, che e' un vero e proprio insulto ai cittadini, non entri in vigore'', affermano in una nota i presidenti delle due associazioni Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti. L'acqua, si sottolinea, ''e' un bene primario e vitale, che non puo' finire alla merce' di interessi privati''.

I consumatori temono in particolare per i rincari. Francesco Luongo, responsabile del del Movimento Difesa del Cittadino (Mdc) avverte: ''Ai costi dei vari carrozzoni pubblici e aziende municipalizzate si aggiungera' la necessita' dei profitti delle Spa con inevitabili conseguenze sulle tariffe e le bollette che aumenteranno di oltre il 40%, come già accaduto per la rete telefonica nazionale e per le autostrade".

Parigi: l’acqua ritorna pubblica

Fonte
Partito del Sud



Parigi: l’acqua ritorna pubblica

Dal 1° gennaio 2010 la gestione delle acque ritornerà pubblica al 100%, dopo 25 anni di disastrosa gestione privata.

Ancora poche settimane e l’intera gestione delle acque potabili parigine ritornerà nelle mani del Comune. Sin dallo scorso maggio il sindaco Bertrand Delanoë aveva annunciato alla cittadinanza la decisione di ritornare ad una gestione idrica pubblica e di non rinnovare i contratti di distribuzione e fatturazione delle acque parigine alle multinazionali francesi Veolia e Suez, in scadenza il prossimo 31 dicembre. Dal 1° gennaio 2010 l’intero servizio idrico passerà nelle mani di un Ente di diritto pubblico che si chiamerà EAU DE PARIS e che si occuperà di ogni singola fase: dalla captazione delle fonti alla fatturazione. E’ stato calcolato che, grazie alla ri-municipalizzazione, il Comune risparmierà 30 milioni di euro l’anno, che serviranno sia a migliorare la rete idrica, sia a stabilizzare il prezzo di 2,77 euro al metro cubo fino al 2014.

La decisione del Comune di Parigi si iscrive nel movimento di ri-municipalizzazione dell’acqua in Francia e nella più ampia battaglia mondiale per il riconoscimento dell’acqua come diritto umano e per la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici. La Francia a suo tempo fu all’avanguardia nella corsa alla privatizzazione: il passaggio da una gestione idrica pubblica ad una privata delle acque parigine venne deciso sin dal 1984 da Jaques Chirac (all’epoca sindaco di Parigi-n.d.a.) e diventò effettivo a partire dal 1° gennaio 1985, per una durata di 25 anni. La captazione dell’acqua alle fonti fu affidata ad una società mista, la SAGEP (diventata poi SEM-Eau de Paris) di cui facevano parte il Comune di Parigi, con una quota del 72%, Veolia e Suez, ciascuna col 14%. Compiti principali della SAGEP erano sia di monitorare la qualità dell’acqua, sia di controllare i gestori privati incaricati della distribuzione. E a chi venne affidato il servizio di distribuzione delle acque (insieme alla conseguente rendicontazione, tariffazione e fatturazione)? Al GIE, una società privata costituita da Veolia e Suez, che si divisero equamente la capitale: Veolia-Compagnie des Eaux de Paris sulla rive droite e Suez-Eau et Force-Parisienne des Eaux sulla rive gauche. In pratica i privati “controllati” dalla SAGEP erano i “controllori” stessi.

Da studi recenti si evince come la gestione privata delle acque parigine abbia generato in questi 25 anni solo un aumento sistematico dei prezzi, non accompagnato da un conseguente miglioramento dei servizi, bensì da una lunga serie di abusi, prezzi gonfiati, casi di corruzione e servizi obsoleti, perché modernizzarli avrebbe richiesto investimenti e, dunque, meno profitti. Le indagini dell’”Ufficio Servizio Pubblico 2000” hanno dimostrato come la differenza del costo dell’acqua tra Parigi e il resto della Francia non sia dipesa da un maggior consumo di acqua, ma alla presenza stessa del GIE, che ha generato un’ingiustificabile espansione dei costi, consentendo alle multinazionali di realizzare profitti enormi. Inoltre, è stato evidenziato come dietro ai lunghi ritardi nella liquidazione delle somme non dovute da parte del GIE, si nascondesse una vera e propria rendita finanziaria a favore del GIE stesso.

Nemmeno la società mista SAGEP-SEM-Eau de Paris, però, è stata immune da critiche. La Camera dei Conti dell’Ile de France, infatti, ha documentato come anch’essa si sia caratterizzata per la totale mancanza di trasparenza contabile, soprattutto nel periodo 1998-2000. Secondo l’Associazione dei consumatori “FC-Que Choisir”, infine, la gestione privata delle acque di Parigi ha vinto (nel 2006 e 2007) il primo premio della sovra-fatturazione, con un tasso di margine del 58,7%, che testimonia gli incredibili profitti di Veolia e Suez.

Per tutte queste ragioni, e nonostante in Francia la gestione dell’acqua sia privatizzata, il Comune di Parigi ha preso la storica decisione di riappropriarsi dell’intero servizio idrico. Dopo Parigi, Grenoble (già ri-pubblicizzata dal 2001) e Cherbourg (dal 2005), altre importanti città ed aree urbane come Tolosa, Lione e l’Ile de France – insieme a più di 40 comunità – stanno obbligando le multinazionali a rinegoziare i contratti e stanno prendendo in seria considerazione l’opportunità di ritornare alla gestione pubblica. Una tendenza che si osserva anche a livello planetario e che dipende dalla consapevolezza sempre più diffusa che la privatizzazione dell’acqua non è conveniente, né per la rete idrica, né per gli utenti.

FONTE:http://www.ilpassatore.it/2009/11/11/acqua-privata-la-francia-torna-indietro/
Pubblicato da NON MI ARRENDO a 11/13/2009 12:33:00 PM
Etichette: politica

http://news.illecito.com

I servizi idrici e la partecipazione di operatori privati

I servizi idrici
e la partecipazione
di operatori privati


18-11-2009

Il governo ha posto e ottenuto la fiducia sul decreto salva-infrazioni comunitarie che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. Il testo, dopo la preventiva approvazione del Senato, è passato oggi alla Camera e contiene l'attuazione di una serie di obblighi già giunti in scadenza per il ritardo o il non corretto recepimento della normativa comunitaria nell'ordinamento italiano. Tra gli argomenti affrontati: l'obbligo di consegna ai centri di raccolta dei pezzi usati asportati al momento della riparazione solo in capo alle imprese di autoriparazione, il funzionamento dell'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie, la gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, l'etichettatura, la presentazione e la pubblicità dei prodotti alimentari, la promozione dell'ambientalizzazione delle imprese e delle innovazioni tecnologiche finalizzate alla protezione dell'ambiente e alla riduzione delle emissioni, l'individuazione di risorse per il Numero di emergenza unico europeo, i controlli in materia di sicurezza alimentare, i sistemi di misura installati nelle reti di trasporto del gas, l'adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica e le norme sul Made in Italy. II testo prevede in particolare che la quota di capitale in mano pubblica nelle società di gestione dei servizi scenda sotto il 40%, lasciando spazio ai privati e rendendo di fatto obbligatorie le gare per l'affidamento dei servizi da parte degli enti locali (18 novembre 2009). In particolare, l'art.15 DDL 25/9/2009 n.135 prescrive che l'Ente Pubblico ceda in appalto al Privato una serie di servizi, tra cui quello dell'ACQUA, per una quota almeno del 40%, esautorando di fatto le società a gestione mista che detengono una quota superiore al 40%, A.T.O.(= Ambito Territoriale Ottimale) che sono quindi destinate a decadere, anche a fronte di una comprovata efficienza. Il governo sceglie così la strada della privatizzazione, bypassando le competenze delle Regioni, anche a fronte di situazioni di efficienza da parte delle società a partecipazione mista, pubblica e privata, come le regioni Toscana ed Emilia Romagna che già da tempo avevano bandito gare d'appalto regolari per la gestione del servizio idrico integrato. Una dismissione di fatto dei servizi pubblici è stata attuata, per esempio, nel Regno Unito già nel 1989 (Water Act), con la creazione di dieci Water and sewerage companies regionali, operanti in Inghilterra e Galles. Il problema non sta tanto nella privatizzazione di per sè dei servizi pubblici, ma nell'efficienza dei servizi stessi, efficienza strettamente collegata all'efficacia della capacità di controllo dell'Ente Pubblico appaltante. Se l'entrata di una quota del privato superiore al 40% nelle Public Utilities può essere vista come un incentivo alla concorrenza nel mercato e un ampliamento della possibilità di scelta da parte degli utenti, il rischio è quello di comportamenti monopolistici legati all'assenza di una regolamentazione effettiva o di un controllo efficace del pubblico sul privato. Il caso di Trenitalia mi sembra un esempio lampante di fallimento dell'efficienza della gestione a quota privata di un servizio pubblico e dell'incapacità dello Stato di imporre efficacemente il rispetto di uno standard di qualità minimo dei servizi erogati all'utenza. Sarà anche il caso dell'acqua? Quanto saremo disposti a pagare per l'efficienza dei servizi, per il ripristino delle reti idriche obsolete ed inefficienti, per il controllo della gestione delle risorse?

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Fonte


La fonte è l'art. 15 del DDL approvato oggi alla Camera: Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica

1. All'articolo 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112,
convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sono
apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, terzo periodo, dopo le parole: «in materia di distribuzione
del gas naturale», sono inserite le seguenti: «, le disposizioni del
decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e della legge 23 agosto 2004, n.
239, in materia di distribuzione di energia elettrica, le disposizioni
della legge 2 aprile 1968, n. 475, relativamente alla gestione delle
farmacie comunali, nonchè quelle del decreto legislativo 19 novembre 1997,
n. 422, relativamente alla disciplina del trasporto ferroviario
regionale»;

a-bis) al comma 1, quarto periodo, dopo le parole: "sono determinati" sono
inserite le seguenti: ", entro il 31 dicembre 2012,";

b) i commi 2, 3 e 4 sono sostituiti dai seguenti:

«2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in
via ordinaria:

a) a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite
individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel
rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunità europea e
dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare,
dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza,
adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo
riconoscimento e proporzionalità;

b) a società a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che
la selezione del socio avvenga mediante procedure competitive ad evidenza
pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a), le quali abbiano ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l'attribuzione di specifici compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita una partecipazione non
inferiore al 40 per cento.

3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per
situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche
economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l'affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipata dall'ente
locale, che abbia i requisiti richiesti dall'ordinamento comunitario per
la gestione cosiddetta "in house" e, comunque, nel rispetto dei principi
della disciplina comunitaria in materia di controllo analogo sulla società
e di prevalenza dell'attività svolta dalla stessa con l'ente o gli enti
pubblici che la controllano.

4. Nei casi di cui al comma 3, l'ente affidante deve dare adeguata
pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un'analisi del mercato e
contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della
predetta verifica all'Autorità garante della concorrenza e del mercato per
l'espressione di un parere preventivo, da rendere entro sessanta giorni
dalla ricezione della predetta relazione.
Decorso il termine, il parere, se non reso, si intende espresso in senso
favorevole.»;

c) dopo il comma 4, è inserito il seguente: «4-bis. I regolamenti di cui
al comma 10 definiscono

le soglie oltre le quali gli affidamenti di servizi pubblici locali
assumono rilevanza ai fini dell'espressione del parere di cui al comma
4.»;

d) i commi 8 e 9 sono sostituiti dai seguenti:

«8. Il regime transitorio degli affidamenti non conformi a quanto
stabilito ai commi 2 e 3 è il seguente:

a) le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008 affidate
conformemente ai principi comunitari in materia di cosiddetta "in house"
cessano, improrogabilmente e senza necessità di deliberazione da parte
dell'ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011. Esse cessano alla
scadenza prevista dal contratto di servizio a condizione che entro il 31
dicembre 2011 le amministrazioni cedano almeno il 40 per cento del
capitale attraverso le modalità di cui alla lettera b) del comma 2;

b) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista
pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante
procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di
cui alla lettera a) del comma 2, le quali non abbiano avuto ad oggetto, al
tempo stesso, la qualità di socio e l'attribuzione dei compiti operativi
connessi alla gestione del servizio, cessano, improrogabilmente e senza
necessità di apposita deliberazione dell'ente affidante, alla data del 31
dicembre 2011;

c) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista
pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante
procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di
cui alla lettera a) del comma 2, le quali abbiano avuto ad oggetto, al
tempo stesso, la qualità di socio e l'attribuzione dei compiti operativi
connessi alla gestione del servizio, cessano

alla scadenza prevista nel contratto di servizio;

d) gli affidamenti diretti assentiti alla data del 1° ottobre 2003 a
società a partecipazione pubblica già quotate in borsa a tale data e a
quelle da esse controllate ai sensi dell'articolo 2359 del codice civile,
cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che
la partecipazione pubblica, si riduca anche progressivamente, attraverso
procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso
investitori qualificati e operatori industriali, aad una quota non
superiore al 40 per cento entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30
per cento entro il 31 dicembre 2015; ove siffatte condizioni non si
verifichino, gli affidamenti cessano improrogabilmente e senza necessità
di apposita deliberazione dell'ente affidante, rispettivamente, alla data
del 30 giugno 2013 o del 31 dicembre 2015;

e) le gestioni affidate che non rientrano nei casi di cui alle lettere da
a) a d) cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010,
senza necessità di apposita deliberazione dell'ente

affidante.

9. Le società, le loro controllate, controllanti e controllate da una
medesima controllante, anche non appartenenti a Stati membri dell'Unione
europea, che, in Italia o all'estero, gestiscono di fatto o per
disposizioni di legge, di atto amministrativo o per contratto servizi
pubblici locali in virtù di affidamento diretto, di una procedura non ad
evidenza pubblica ovvero ai sensi del comma 2, lettera b), nonchè i soggetti cui è affidata la gestione delle reti, degliimpianti e delle altre dotazioni patrimoniali degli enti locali, qualora separata dall'attività di erogazione dei servizi, non possono acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi, nè
svolgere servizi o attività per altri enti pubblici o privati, nè
direttamente, nè tramite loro controllanti o altre società che siano da
essi controllate o partecipate, nè partecipando a gare. Il divieto di cui
al primo periodo opera per tutta la durata della gestione e non si applica
alle società quotate in mercati regolamentatie al socio selezionato ai
sensi della lettera b) del comma 2. I soggetti affidatari diretti di
servizi pubblici locali possono comunque concorrere su tutto il territorio
nazionale alla prima gara successiva alla cessazione del servizio, svolta
mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica, avente ad oggetto i
servizi da essi forniti.»;

e) al comma 10, nell'alinea, le parole: «centottanta giorni dalla data di
entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto» sono
sostituite dalle seguenti: «il 31 dicembre

2009»;

f) al comma 10, alla lettera a) la parola: «diretti» è sostituita dalle
seguenti: «cosiddetti in house» e dopo le parole: «patto di stabilità
interno» sono inserite le seguenti: «, tenendo conto delle

scadenze fissate al comma 8,»;

g) al comma 10, la lettera e) è abrogata.

1-bis. Ai fini dell'applicazione dell'articolo 23-bis, comma 8, lettera
e), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con
modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come sostituito dal
comma 1 del presente articolo, nelle regioni a statuto speciale e nelle
province autonome di Trento e di Bolzano sono fatti salvi, nel rispetto
delle attribuzioni previste dagli statuti delle predette regioni e
province autonome e dalle relative norme di attuazione, i contratti di
servizio in materia di trasporto pubblico locale su gomma di cui
all'articolo 61 della legge 23 luglio 2009, n. 99, in atto alla data di
entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
1-ter. Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico
integrato di cui all'articolo 23-bis del citato decreto-legge n. 112 del
2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, devono
avvenire nel rispetto dei princìpi di autonomia gestionale del soggetto
gestore e di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche,
il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in
particolare in ordine alla qualità e prezzo del servizio, in conformità a
quanto previsto dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, garantendo
il diritto alla universalità ed accessibilità del servizio.

2. All'articolo 9-bis, comma 6, del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39,
convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2009, n. 77, il
quarto periodo è soppresso.

Acqua pubblica. Ai privati - di Antonio Marafioti

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Acqua pubblica. Ai privati
Il governo pone la fiducia sulla privatizzazione dell'acqua
di Antonio Marafioti

17/11/2009

"Un giorno ci faranno pagare anche l'aria che respiriamo". Il vecchio adagio del mugugno popolare presto si potrà applicare a un bene pubblico e prezioso come l'acqua. Che sarà privatizzata - cosa privata - entro il prossimo mercoledì. Non serviranno a nulla le proteste dell'opposizione riformista e cattolica, nè l'invito a riflettere rivolto al PdL da parte degli alleati della Lega. Sul decreto Ronchi è stata posta, per la ventottesima volta, la questione di fiducia. Si blinda la decisione del governo filoimprenditoriale di togliere l'acqua al popolo, e lo si fa bruciando, di fatto, tutte le regole della democrazia parlamentare.
A far pensare che l'operazione legislativa sia l'ennesimo sfoggio dei muscoli da parte della maggioranza è proprio la questione di fiducia. Il colonnello del premier al quale è stato affidato l'arduo compito di comunicare la decisione ai parlamentari è stato Elio Vito, ministro per i rapporti con il Parlamento, che ha giustificato il dictat di Berlusconi con un laconico "scelta per velocizzare i tempi".
Dopo l'approvazione in Senato, avvenuta il 4 novembre scorso, il tempo per una corretta, e doverosa, discussione a palazzo Montecitorio ci sarebbero stati tutti - il provvedimento scade fra una settimana. Solo che il "B-Style" impone di imporre le decisioni di quelli che di voti elettorali ne hanno ottenuti di più. Ed ecco così che o si consegna l'acqua alle multinazionali o si va tutti a casa che, come noto, non è proprio un costume tipicamente italiano. Quindi il quadro che si prospetta è evidente.

Articolo 15. É il fulcro della protesta. In base alla sua applicazione la maggior parte dei servizi ora di competenza degli enti locali verranno liberalizzati (privatizzati). Escluse le gestioni del gas, del trasporto ferroviario regionale e delle farmacie comunali, tutto ciò che prima era di competenza delle giunte locali verrà fagocitato da aziende private. Queste beneficeranno della norma che vieterà allo Stato e agli enti territoriali di mantenere quote di capitale superiori al 30 percento sui servizi. Il resto sarà nelle mani delle Spa che, dopo il 31 dicembre del 2010, non potranno più essere assegnatarie dirette dei servizi ma dovranno obbligatoriamente concorrere a gare d'appalto per la gestione degli stessi. E anche sulle gare d'appalto le usanze italiche sono, purtroppo, ben note.

PeaceReporter ha raggiunto Emilio Molinari, presidente del Contratto mondiale sull'acqua.

Come giudica questa mossa politica del governo?

La fiducia è l'ultimo capitolo di un misfatto che va avanti dal 2003. La privatizzazione in Italia ha una specificità di obbligatorietà che non è stata richiesta dall'Unione Europea. Oltre che un atto di privatizzazione è dunque un atto autoritario e anticostituzionale che sottrae poteri ai Comuni e alle Regioni. Gli enti territoriali stanno diventando forti grazie ai comitati e dal Friuli al Veneto, passando per la stessa città di Milano il Pd ha fatto capire che l'acqua non si tocca. Anche in Parlamento ci sono state forti ripercussioni se si considera, ad esempio, che la Lega ha dovuto subire la fiducia. La partita non è comunque chiusa. Se il decreto dovesse passare inviteremo le Regioni a fare ricorso alla Corte Costituzionale o, in ultima istanza, proporremo un referendum.

Cosa cambierà per i consumatori? I termini di cambiamento ci sono suggeriti dalle realtà di tutte le privatizzazioni: peggioramento del servizio, aumento delle tariffe e licenziamenti. Guardiamo l'esempio Telecom, le varie Centrali del Latte e quello dell'Alitalia. In tutti i comuni italiani dov'è stata già privatizzata l'acqua è avvenuto il peggio. Roma rappresentava il fiore all'occhiello nel campo della fornitura idrica, con tariffe basse e un servizio eccezionale. Dopo la privatizzazione i rappresentanti delle aziende private con quote di partecipazione minoritarie nelle società di servizi hanno iniziato a monopolizzare i consigli d'amministrazione e a fare la voce grossa e le tariffe continuano a salire vertiginosamente. A Bologna dove il servizio idrico era di prim'ordine la privatizzazione ha portato ad un deterioramento delle reti con perdite di resa del 30-35 percento. Senza considerare il raddoppio delle tariffe e la chiusura degli uffici di controllo in citta strategiche nei quali sono stati licenziati decine di dipendenti e esperti molto preparati.

Le piccole e medie imprese risusciranno a superare la sfida con le multinazionali? Assolutamente no. Se si guarda alle quattro big nazionali Acea, A2A, Hera e Iride si potrà notare che tutte hanno già dentro diversi uomini nei Cda delle varie aziende che attualmente riforniscono d'acqua i comuni italiani. Senza contare che la Suez Lyonnaise des Eaux, colosso francese, è già pronta ad acquistare l'acqua dai comuni italiani, che saranno obbligati a vendere e a riacqustare a prezzo triplicato. È una svendita dell'acqua italiana ai privati e alle aziende straniere.

Se il decreto dovesse passare, come ormai sembra certo, l'Italia si troverà di fronte ad una crisi idrica? Non c'è legame diretto tra le due cose. Tuttavia se l'attuale diminuzione delle risorse idriche al sud dovesse continuare e se non si dovessero interrompere i prelievi di montagna l'acqua inizierà a scarseggiare. In quel caso sarà difficile l'approvvigionamento di questo bene comune. Se il parlamento dovesse approvare il provvedimento ci troveremmo di fronte ad una situazione per cui un bene di tutti, l'acqua, diventerà un privilegio riservato ai pochi che avranno le risorse finanziare per accedervi.

Acqua, il governo la privatizza a colpi di fiducia - di Frida Roy

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Acqua, il governo la privatizza
a colpi di fiducia

di Frida Roy

17 novembre 2009

Il governo ha posto la fiducia sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. A prendere la parola il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, il quale ha aggiunto che la fiducia sarà votata su un "maxiemendamento" con un testo "identico" a quello approvato dalla commissione che "è identico a quello arrivato dal Senato". Protestano le opposizioni parlamentari. 'Mugugni" anche dalla Lega. Prende corpo l'ipotesi di un referendum.

Fallisce il tentativo delle opposizioni in parlamento di fermare la privatizzazione dell'acqua.
Il decreto legge 'salva-infrazioni' del ministro Andrea Ronchi per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia europea viene 'blindato' dal governo con l'apposizione della fiducia nell'aula della Camera.
Il testo resta quindi quello uscito dal Senato, dove è stata introdotta anche la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tra cui la gestione dell'acqua. E' su questo punto che si sono incentrati la maggior parte dei 177 emendamenti di Pd, Idv e Udc, che però, vista la questione di fiducia, decadono automaticamente.

Le opposizioni avevano tentato di 'stoppare' il provvedimento anche con due questioni pregiudiziali (appoggiate dall'Idv) che sono state respinte dalla maggioranza. Le pregiudiziali chiedevano di non procedere all'esame del decreto vista "l'eterogeneità" delle norme, che "non sarebbero connesse alle finalità originarie del decreto" licenziato da Palazzo Chigi per evitare 'multe' salate in sede europea. E anche perché, per alcune misure, "non ci sarebbero i requisiti di necessità e urgenza".
Nel corso dell'iter a Palazzo Madama sono state aggiunti 13 articoli ai 21 originari. Visto l'ampliarsi del testo il decreto è stato quindi bollato come l'ennesimo caso di "provvedimento omnibus".

Tra le norme che più preoccupano e indignano c'è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali (prevista dall'articolo 15), che comprende la gestione dell'acqua. Anche se nel testo si precisa che la proprietà pubblica del bene acqua dovrà essere garantita. Una modifica sostenuta dalla lega che pure ancora oggi la giudica "insufficiente". Tanto che il vicepresidente dei deputati del Carroccio, Marco Reguzzoni, spiega che pur -non essendo in dubbio il voto sulla fiducia posta dal Governo al decreto legge salva-infrazioni- "il Carroccio non nasconde la sua insoddisfazione per le norme sull'acqua previste dal provvedimento", preannuncia "la presentazione di un ordine del giorno al decreto", e non esclude la presentazione "di modifiche già in Finanziaria".

L'articolo 15 prevede che la gestione dei servizi pubblici locali sarà conferita "in via ordinaria" attraverso gare pubbliche e la gestione in house sarà consentita soltanto in deroga e "per situazioni eccezionali". Questa formulazione, è la denuncia delle opposizioni parlamentari e del mondo dell'associazionismo, apre la strada alle privatizzazioni.
Non rientrano nella riforma la disciplina della distribuzione del gas naturale e dell'energia elettrica, il trasporto ferroviario regionale e le farmacie comunali.

"Pochi grandi gruppi faranno affari d'oro a discapito dei cittadini che subiranno l'aumento delle tariffe dell'acqua", la vicepresidente del Partito democratico, Marina Sereni, interviene così nell'aula di Montecitorio. "Sconcerto, rammarico e arrabbiatura - dice Sereni - perché il ministro Vito, riproponendo come una pratica burocratica l'ennesimo voto di fiducia, mostra disprezzo e scarsa stima verso il Parlamento e i deputati, anche quelli della maggioranza. Non avete avuto il coraggio di discutere e di stralciare l'articolo 15 - continua la vicepresidente Pd rivolgendosi al governo - perché non vi fidate neanche dei vostri parlamentari. Avete passato il segno, ma non sento levarsi nessuna voce libera da parte del centrodestra". "Vi state abituando ad una pratica che è anche contro di voi - ha detto Sereni rivolgendosi ai parlamentari del Pdl -, contro la vostra libertà di giudizio, contro la vostra dignità di parlamentari della maggioranza. Questo provvedimento sarebbe stato approvato in pochissimo tempo, con un voto unanime di questo Parlamento, se voi aveste accettato di stralciare l'articolo 15, un articolo importante che riguarda i servizi pubblici locali, che voi non avete il coraggio di discutere, non volete discutere. Voglio capire come farete ad andare a spiegarlo ai sindaci, ai vostri comuni".

Verdi e IdV annunciano di essere pronti ad un referendum. "L'Italia dei Valori continuerà ad essere impegnata su questo fronte, promovendo un referendum, da abbinare eventualmente a quello contro il nucleare e, in caso, anche a quello contro la prescrizione breve", spiega il portavoce Leoluca Orlando.
"Con la privatizzazione progressiva dell'acqua, e il rischio che essa diventi proprietà di strutture e società private - ha detto Orlando in una conferenza stampa - i nostri territorio saranno spogliati della democrazia. Pensate a cosa accadrà dove c'è mafia, camorra, e n'drangheta, visto che la criminalità è nata proprio controllando l'acqua sul territorio. Solo che ora non avremo tanti piccoli don che magari controllano i pozzi in un latifondo, ma multinazionali con il monopolio della distribuzione dell'acqua nei centri urbani. Si tratta di una drammatica mortificazione della democrazia". Ha parlato di "offesa alla democrazia" il capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera Massimo Donadi che in Aula ha dichiarato: "Per la diciottesima volta in questa legislatura umiliate il Parlamento, offendete la democrazia, ormai senza più alcun ritegno. Ormai è diventata davvero una formalità burocratica: il ministro Vito viene qui, con aria distratta ci dice che ancora una volta in questo Parlamento non si discute dei problemi del Paese e una maggioranza appecoronata si guarda tutta contenta, perché per una giornata non lavora. Questo è il livello a cui abbiamo ridotto i lavori parlamentari" ha detto Donadi che ha denunciato il rischio di "dare a poche lobby multinazionali" un bene "che dovrebbe essere un diritto sacrosanto di ogni essere umano".
"Dobbiamo dire ai cittadini italiani - ha spiegato Donadi - che allo Stato, ai comuni, agli enti pubblici resteranno soltanto i costi di manutenzione di una rete idrica che già oggi fa acqua da tutti i lati nel vero senso della parola e lasceremo il rubinetto - ma non quello dell'acqua, quello dei soldi - a poche aziende multinazionali, che sulla pelle degli italiani lucreranno".

Critiche anche da parte del deputato Udc Giuseppe Vietti che parla di "prevaricazione nei confronti della Camera" e si domanda "se è normale, in un assetto bicamerale come è quello del nostro Parlamento, che un decreto-legge venga trattenuto da una delle Camere per 45 giorni, che quella Camera intervenga pesantemente sul merito del provvedimento accrescendone vieppiù l'eterogeneità, introducendo addirittura ex novo intere materie, e poi questa Camera che si trova messa di fronte all'alternativa o la fiducia o niente".

Trattare il tema dell'acqua così come si sta facendo in questi giorni in Parlamento è "irresponsabile". Lo affermano Federconsumatori e Adusbef, secondo cui "non vi è solo una questione di metodo, per cui si intende liquidare alla svelta la questione, anche attraverso ipotetici voti di fiducia, ma vi sono anche questioni di merito assai rilevanti". Prima fra tutte la decisione di privatizzare "in termini definitivi e tassativi la gestione del servizio idrico, passando cioè da un monopolio naturale a un monopolio privato, senza poter contare, in questo modo, sulla concorrenza di mercato e, secondo l'esperienza che nel Paese già si è fatta, determinando maggiori tariffe per questo servizio. La seconda questione - osservano le due associazioni - è che tale legge espropria i poteri degli enti locali, e, teoricamente, delle cittadinanze locali in merito al servizio idrico". "Noi siamo pre-giudizialmente contrari ad affidare una risorsa fondamentale come l'acqua, considerato un bene dell'umanità, in mano a privati - dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef - Per tale motivo ci siamo opposti e ci opporremo in maniera molto determinata a tale operazione. Qualora non ci siano sussulti di ‘dignità parlamentare' che determinino uno scorporo delle normative sulla questione del servizio idrico, metteremo in campo tutte le iniziative in nostro potere perché tale misura non diventi operativa, a partire dalla raccolta di firme per un Referendum abrogativo".
Cancellata tale norma, "si apra finalmente nel nostro Paese una riflessione istituzionale sul sistema idrico, sulla razionalizzazione e sulla gestione funzionale dello stesso, basandosi sui criteri fondamentali di efficienza ed efficacia, che devono trovare spazio nella gestione pubblica. Inoltre, a differenza di altri settori dei servizi pubblici, la copertura economica del servizio idrico - osservano - si dovrà realizzare sia attraverso le tariffe da parte delle famiglie, e sia da parte della fiscalità generale, con norme chiare e trasparenti".

Acqua privatizzata, via alla fiducia L'opposizione: "Saliranno i prezzi"

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Il governo blinda il decreto Ronchi. Ronchi: "Vogliamo velocizzare" Stabilita la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, il pubblico sotto il 30%
Acqua privatizzata, via alla fiducia L'opposizione: "Saliranno i prezzi"

La Lega in difficoltà: "Votiamo ma non ci piace"

17 novembre 2009

ROMA - Via libera alla privatizzazione dell'acqua. Il governo, per la 28esima volta, pone la fiducia sul decreto salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. E scatena l'ennesima bagarre con l'opposizione. A cui le motivazioni del ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito ("scelta per velocizzare i tempi") non bastano. Anche perché di tempo per l'esame della Camera ce n'era: il decreto, che l'esecutivo considera blindato, scade fra una settimana.

Tema del contendere è il cosidetto 'decreto Ronchi' che stabilisce la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, prevedendo tra le altre cose che la quota di capitale in mano pubblica scenda sotto il 30%, lasciando spazio ai privati. Il provvedimento rende di fatto obbligatorie le gare per l'affidamento dei servizi da parte degli enti locali e vieta, quindi, salvo per casi eccezionali, l'assegnazione diretta a società prevalentemente pubbliche e controllate in maniera stringente dall'ente locale affidatario. A partire dal 31 dicembre 2010 quindi, le concessioni frutto di una assegnazione diretta cessano.

La liberalizzazione, inoltre, riguarda tutti i servizi pubblici locali, escluso il gas, il trasporto ferroviario regionale e la gestione delle farmacie comunali. Prevedendo tempi 'piu' dilatati per quanto riguarda i rifiuti.

Durissima la reazione dell'opposizione. Angelo Bonelli dei Verdi lancia l'idea di un "referendum" per dire no all'acqua in mano ai privati. "Pochi grandi gruppi faranno affari d'oro a discapito dei cittadini che subiranno l'aumento delle tariffe dell'acqua" spiega Marina Sereni del Pd. Per Massimo Donadi dell'Idv quella attuale è una maggioranza "appecoronata felice di non lavorare per un giorno". Mentre Michele Vietti (Udc) ricorda come il testo sia stato per troppo all'esame del Senato. Una circostanza condivisa anche da Simone Baldelli del Pdl, secondo cui "servono regole certe sui tempi certi per l'esame dei provvedimenti". Ma anche la lega non nasconde le perplessità. "Voteremo la fiducia - dice il vicepresidente dei
deputati del Carroccio, Marco Reguzzoni - ma avremmo voluto migliorare il testo per farlo corrispondere con la sua posizione storica a favore dell'acqua pubblica". Ora il Carroccio preannuncia la presentazione di un ordine del giorno al decreto, e non esclude la presentazione di modifiche già in finanziaria.

Il voto di fiducia ci sarà domani alle ore 15, mentre quello finale è previsto per le ore 13 di giovedì, dopo le dichiarazioni di voto in diretta tv.

Guerra dell'acqua in Parlamento "Deve restare un bene comune" - di PAOLO RUMIZ

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Compromesso al Senato: gestione privata, proprietà pubblica La rete idrica è allo sfascio, e ora si rischia di penalizzare i comuni virtuosi
Guerra dell'acqua in Parlamento "Deve restare un bene comune"
di PAOLO RUMIZ

5 novembre 2009

Con le reti idriche allo sfascio, l'Italia accelera la privatizzazione dell'acqua. Il Parlamento sta discutendo la legge che obbliga a mettere in gara i servizi e ridurre a quote minoritarie la mano pubblica nella gestione, ma nessuno sa dove trovare le risorse per ricuperare questo pazzesco "gap" infrastrutturale.

I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto. Questo mentre 8 milioni di cittadini non hanno accesso all'acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent'anni che si investe al lumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo. Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti.

Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient'altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie": con una maggioranza che crede nell'efficacia salvifica della gara d'appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell'acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, e non intendono alienare "l'acqua del sindaco", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.

Nell'agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta in più verso i privati. Stavolta è d'accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%. Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono. Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale per l'acqua - ultima trincea del pubblico servizio - minaccia fuoco e fiamme.

"In nessun'altra parte d'Europa - attacca il presidente Emilio Molinari - si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center".
Contro il provvedimento s'è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s'è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d'Europa (si dice che abbia dato più da... mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l'acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più pallida idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.

Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti. Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un'azienda comunale totalmente pubblica che finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d'Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alza le tariffe senza fare investimenti; ora non vogliono che questo preluda al passaggio a un'azienda con sede a Milano, Roma o magari all'estero.

A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono la loro rete in modo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l'acqua ad altri. "La fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a statuto speciale" osserva Marco Job del C. m. a di Udine. "Facevamo tutto da soli - ghigna il carnico Franceschino Barazzutti - dalle mie parti il sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, con tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. E' tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati".

Privatizzare è l'ultima speranza di adeguarci all'Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello. proprio l'enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. "Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al mondo finanzierà le piccole imprese, e cos finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplicemente con la forza del nome", spiega Antonio Massarutto dell'università di Udine. Altra cosa che pu falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. "Siamo in Italia" brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: "Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentano perché funzioniamo". Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.

Pubblico o privato? "Non importa che i gatti siano bianchi o neri - scherza Passino citando Marx - l'importante è che mangino i topi". Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l'azienda pubblica è stata privatizzata al cento per cento, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un'authority ventiquattrore su ventiquattro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque anni le tariffe vanno discusse daccapo. Massarutto: "L'anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca furbate o fughe speculative". Figurarsi se poi l'azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.

Altra anomalia: abbiamo le tariffe più basse d'Europa. Questo perché - a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta per le bollette dell'acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell'elettricità, che invece sono - udite - le più alte del Continente. Dire che gli acquedotti si debbano pagare con le tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: "Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto che io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali". Nell'incertezza sul futuro, il ritardo aumenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 115 euro pro-capite l'anno.

Giù le mani dall'acqua - di Maria Campese

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Giù le mani dall'acqua
di Maria Campese*

16 novembre 2009

L'intervento - L'acqua deve essere sottratta a queste spregiudicate logiche mercantili fatte a scapito della collettività. La mobilitazione dal basso deve proseguire, senza escludere anche la possibilità di ricorrere allo strumento referendario per bloccare ogni ipotesi di privatizzazione

Per Talete, il primo filosofo della storia, l'acqua era l'arché, il principio di tutto. A queste conclusioni lo portava l'osservazione di quanto gli stava intorno. Stiamo parlando di 600 anni prima della nascita di Cristo. Oggi che ne sappiamo molto di più, che la scienza e la tecnica hanno fornito ulteriori elementi di conoscenza, un bene così importante, essenziale per la vita, è oggetto di discussione parlamentare in vista di una totale privatizzazione.
Eppure l'acqua è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è alla base di tutte le forme di vita conosciute ed è fondamentale nei suoi diversi usi civili, agricoli e industriali.
Questo sembra non bastare a chi vuol dare l'acqua in pasto alle multinazionali nell'ottica di farne una merce.
E si assiste a questo scempio senza che, in Italia, nessuna voce si levi nelle aule parlamentari.
Fuori, nella società, è però cresciuta una cultura della difesa dei beni comuni.
Lo abbiamo visto anche giovedì 12 novembre, al presidio sotto al Parlamento fatto per impedire che vada in porto questa assurda proposta che mette nelle mani del profitto un bene pubblico necessario per l'esistenza di tutti.
Al presidio erano presenti associazioni, il Forum dei movimenti per l'acqua, forze politiche, e tra queste anche Rifondazione comunista, lavoratori che vedono in prima persona gli effetti nefasti dei processi di mercificazione e tanti semplici cittadini, sempre più consapevoli dei danni che subiranno da queste scelte.

Il Prc ha nel proprio Dna la battaglia in favore dei beni comuni ed ha da tempo assunto come prioritaria la battaglia contro provvedimenti tesi invece a privatizzare.
All'ultimo Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista, tenuto a metà settembre, il partito ha infatti impegnato i rappresentanti istituzionali del Prc nei Comuni a promuovere atti volti all'inserimenti negli Statuti comunali di una specifica formulazione che definisca il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica.
Il Prc è per una gestione pubblica perché considera l'acqua bene comune, essenziale per la vita. Oggi sulla Terra più di un miliardo e trecento milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile. E sono numeri destinati ad aumentare ed alimentati dalle scelte neoliberiste che determinano mostruose diseguaglianze anche nell'accesso a questo bene.
La mercificazione, mettendo l'acqua nelle mani del profitto, comporterebbe anche tariffe salate.
Una gestione pubblica, efficiente e priva della ricerca a tutti i costi del profitto, è invece utile alla salvaguardia di una comunità contro le politiche di rapina dei territori, tutela il paesaggio ed il sistema idrogeologico.
Le acque sotterranee (falde idriche) sono di fondamentale importanza in quanto rappresentano la più grande riserva mondiale di acqua potabile. In Italia costituiscono la riserva alla quale attingono i sistemi acquedottistici per l'85% della portata complessiva captata. La loro corretta gestione ha quindi una funzione strategica sia su scala globale che su quella locale.
Occorrono quindi misure politiche che proteggano le risorse idriche al fine di assicurare una distribuzione di acqua potabile di qualità per tutti ed necessaria una gestione integrata delle acque che preveda anche il riciclaggio e riuso, previa depurazione, delle acque reflue specie per gli usi industriali. Il contrario dell'operazione portata avanti dal governo.
Le mobilitazioni di questi giorni, promosse dai movimenti per l'acqua, stanno registrando successo in termini di partecipazione.

Rifondazione comunista mette a disposizione strutture, organizzazioni e militanti per il prosieguo di questa importante battaglia.
L'acqua deve essere sottratta a queste spregiudicate logiche mercantili fatte a scapito della collettività. La mobilitazione dal basso deve proseguire, senza escludere anche la possibilità di ricorrere allo strumento referendario per bloccare ogni ipotesi di privatizzazione. Giù le mani dall'acqua!

*Segreteria nazionale Prc
(Resp. Dipartimento Territorio/Ambiente)

Acqua, protesta a Montecitorio contro le privatizzazioni - di Frida Roy

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Acqua, protesta a Montecitorio
contro le privatizzazioni

di Frida Roy

12 novembre 2009

Politica Cittadini, associazioni, Verdi e Prc davanti alla Camera, dove arriva il decreto sull'affidamento ai privati della gestione delle risorse idriche e che sarà votato la prossima settimana: "Siamo pronti al referendum". Con le mani dipinte di blu, fischietti e sirene, per spingere i deputati a pronunciarsi contro la conversione in legge da parte della Camera del discusso decreto-legge 25 settembre 2009, n.135 appena approvato dal Senato



Piazza di Montecitorio piena, attivisti con le mani e i volti pitturati di blu, comitati territoriali con fischietti e campane: oggi è stata la giornata di protesta del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, Verdi, Rifondazione comunista, esponenti dell'Idv e rappresentanti della Regione Lazio, insieme ai cittadini, tutti contro un provvedimento giudicato "vergognoso".
Di fronte ai 630 Deputati, che si apprestano a votare l'art. 15 e la definitiva privatizzazione dell'acqua, sono state portate le ragioni dei 406.000 cittadini che già da due anni hanno depositato nello stesso Parlamento una legge d'iniziativa popolare per chiedere la ripubblicizzazione dell'oro blu.

"L'acqua è un diritto, non una merce", "Acqua pubblica" e "ACQUAle costo?", gli striscioni srotolati ed esposti davanti l'ingresso della Camera dei deputati. "Voi 360 deputati noi 406.000 cittadini", ammonisce uno striscione che ricorda agli eletti le oltre 400mila firme raccolte dalla rete di associazioni a sostegno della propria legge di iniziativa popolare per l'acqua pubblica. Al contrario, però, il testo all'esame della Camera prevede che entro il 2012 l'affidamento dei servizi pubblici locali, e in primo luogo dei servizi idrici, passi in mano "a imprenditori o società in qualunque forma costituite", quindi anche pubblico-private, ma sarà solo ai soggetti privati, che non potranno "avere una quota inferiore del 40%" delle società assegnatarie del servizio, che potranno essere affidati "i compiti operativi connessi alla gestione".

"Si sta definitivamente privatizzando l'acqua potabile in Italia - ha spiegato Paolo Carsetti, segretario del Forum - e quello che è un diritto diventa una merce da mettere sul mercato". Il timore è che, come già successo in diverse città italiane, in un momento in cui la crisi è sotto gli occhi di tutti le bollette vadano alle stelle a causa delle gestioni private. Una responsabilità pesante nei confronti dei cittadini più in difficoltà che questo Parlamento rischia di assumersi con troppa leggerezza.

Al termine della giornata, una delegazione del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, accompagnata dall' On. Scilipoti - relatore della legge d'iniziativa popolare - è stata ricevuta dalla Vice-Presidente della Camera, On. Rosi Bindi (Pd), alla quale sono state consegnate le oltre 40.000 firme raccolte in poco più di una settimana sull'appello per chiedere ai Deputati di non votare il famigerato art. 15, insieme ad una fondamentale richiesta di democrazia: che si sospenda l'approvazione di qualsiasi nuova normativa e che si apra un dibattito ampio e articolato, a partire dalla proposta di legge d'iniziativa popolare presentata dai movimenti per l'acqua.
La Vice-Presidente della Camera ha espresso la propria condivisione delle preoccupazioni e delle proposte espresse dalla delegazione del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.

La protesta dei movimenti per l'acqua continua con le tante iniziative in programma su tutto il territorio nazionale e attraverso l'e-mail bombing, ovvero la richiesta a tutte e tutti i cittadini di inviare, in questi giorni e prima del voto finale previsto per martedì 17, una e-mail a tutti i 630 Deputati con la richiesta di non votare l'art. 15 e di ascoltare le ragioni dei movimenti per l'acqua.


Ato, i comuni restano proprietari dell'acqua

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Ato, i comuni restano proprietari dell'acqua
Firmata la convezione tra Ato di Varese Regione Lombardia, vince il modello duale. Tra due anni la gara per la gestione mentre la patrimoniale avrà i tubi ma solo in uso dagli enti locali

12/11/2009

Varese - L’acqua non sarà privatizzata. I tubi resteranno di proprietà dei comuni. Una società patrimoniale provinciale li avrà in uso. E metterà a gara l’ultimo metro, ovvero la gestione dei servizi idrici. Una volta ricevute le bollette, il proprietario e il gestore si divideranno i ricavi. La Regione Lombardia darà 100 milioni di euro all’Ato di Varese, ovvero all’autorità provinciale che governerò tutto questo processo. Saranno fatti gli investimenti per migliorare le reti idriche, dalla captazione alla depurazione, del ciclo integrato dell’acqua. L’Ato di Varese non sarà uguale a tutti gli altri e come quello di Pavia avrà qualche differenza tecnica, per questo lo hanno chiamato Ato Pilota. Tempi previsti: 6 mesi per il piano, due anni per la gara d’appalto in gestione, a cui potranno partecipare sia aziende pubbliche che private. Di tariffe non si è parlato ma la bozza di piano d’ambito lo prevedeva esplicitamente. Tuttavia, oggi sono considerate insostenibili per qualunque comune, ed è anche a causa degli scarsi investimenti che negli anni scorsi abbiamo avuto la siccità.
Il protocollo d’intesa è stato firmato oggi dal presidente dell’Ato Dario Galli e l’assessore regionale alle reti e servizi Massimo Buscemi, adesso bisogna fare la predisposizione del “piano d’ambito tipo” e il finanziamento degli investimenti previsti.
«Oggi siamo allineati con le altre Province lombarde - ha dichiarato il Presidente Galli – Sono poi soddisfatto per l’accordo raggiunto con tutti i sindaci del territorio anche su questioni delicati come la proprietà e il controllo degli enti pubblici».
«L’Ato pilota che firmiamo con Varese – ha commentato l’Assessore Massimo Buscemi - garantisce maggiore attenzione e maggiori finanziamenti per i primi interventi alle reti e infrastrutture. Infine vorrei sottolineare che il doppio modello scelto non va ad intaccare la proprietà pubblica di reti idriche, infrastrutture e acqua».
La firma arriva dopo la costituzione dell’Ato, avvenuta ufficialmente nel dicembre 2008 e la condivisione con tutti i sindaci del territorio, anche se in certi momenti è stata una guerra, del percorso di scelte delineato dal Presidente Galli. I piccoli comuni avevano osteggiato l’Ato in passato per la cessione delle reti. La paura è quella, ad esempio, che si verifichi un guasto e che il sindaco non abbia nessuno da chiamare in tempi brevi come avviene ora. Galli lo ha ricordato e promesso che sarà trovata una soluzione.


“L’acqua protetta anche dallo statuto comunale”

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“L’acqua protetta anche dallo statuto comunale”
La proposta da parte della lista civica Insieme per Gerenzano
che ha presentato un’interpellanza per un’integrazione del documento


9/11/2009

Gerenzano - Una modifica allo statuto comunale dedicata al bene acqua. È quello che chiede la lista civica Insieme per Gerenzano, secondo cui deve essere inserita nello stato la seguente dichiarazione: “Il Comune di Gerenzano dichiara di riconoscere il Diritto umano dell’acqua, ossia l’accesso all’acqua come diritto umano, universale, individuale, inalienabile e lo status dell’acqua come bene comune pubblico, confermare il principio della proprietà e gestione pubblica del servizio idrico integrato e che tutte le acque , superficiali e sotterranee, anche se non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa da utilizzare secondo criteri di solidarietà; riconoscere che la gestione del servizio idrico integrato è un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica, in quanto servizio pubblico essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana a tutti i cittadini, e quindi la cui gestione va attuata attraverso gli Art. 31 e 144 del d.lgas n. 267/2000”.
La proposta sarà discussa in un prossimo consiglio comunale in seguito alla presentazione di un’apposita interpellanza presentata dal gruppo, composto da Dario Borghi ed Emanuele Pini.

Il grande business dell’acqua privata Una torta da 8 miliardi - di Roberto Rossi

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Il grande business dell’acqua privata
Una torta da 8 miliardi

di Roberto Rossi

6 - 11 - 2009

Il nodo della questione è tutto lì, nel titolo dell’articolo 15 del decreto legge n.135, o decreto Ronchi, tramutato in legge al Senato appena un giorno fa. È lungo solo una riga ma vale miliardi. Soldi che usciranno dalle tasche dei consumatori e che arriveranno in quelle di pochi grandi gruppi. Il titolo, dunque, recita: «Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica». Che vuol dire?Che l'affidamento della gestione dei servizi pubblici locali avverrà, in via ordinaria, attraverso gare ad evidenza pubblica. Quali sono i servizi indicati? Diversi (gas o trasporto, ad esempio). Ma tra questi uno in particolare: l’acqua. Che con il decreto ha cambiato status. Non più bene pubblico, ma merce. Di «proprietà» dello Stato, dopo una emendamento inserito all’ultimo minuto dal Pd, ma gestita da privati. Un business colossale. Quanto grande? Forse otto miliardi nei prossimi dieci anni. Ma è un calcolo in difetto. E solo parametrato sulla semplice gestione. Senza contare gli investimenti pubblici ed europei. Attualmente in Italia la rete idrica è coperta da circa 110 gestori. Divisi tra i 91 Ato (ambito territoriale ottimale) esistenti. Grosso modo ad ogni Ato corrisponde una provincia. A crearli fu la Legge Galli del 1994. Che per la prima volta aprì anche ai privati. Oggi 64 gestori sono a totale capitale pubblico e servono oltre la metà della popolazione. Il resto è a capitale misto o privato.

Questo fino a mercoledì. Perché nel giro di un anno o al massimo entro il 2012 l'affidamento dei servizi pubblici locali passerà in mano a «imprenditori o società in qualunque forma costituite». Anche con capitale misto dunque, purché «l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio» sia nelle mani del privato che non può «avere una quota inferiore al 40%» della società. Il pubblico può rimanere ma è il privato che decide quanto o come investire. E il privato deve fare profitti. E i profitti si fanno abbassando gli investimenti e alzando le tariffe. In Italia dal 1994 (anno della Galli) al 2005 sono stati investiti 700 milioni di euro l'anno nella rete. Nei dieci anni precedenti oltre 2 miliardi di euro. Nel 2008, secondo l’ultimo rapporto del Co.Vi.RI. relativo a 54 Ato, risultavano realizzati solo il 56% degli investimenti previsti (sei miliardi). Questo, scrive Cittadinanzattiva, a fronte di un’impennata delle tariffe di oltre il 47% negli ultimi 10 anni. Seconde solo al petrolio. In Toscana, ad esempio, dove è più forte la presenza di privati, ogni famiglia spende in media per l’acqua 330 euro all’anno a fronte di una dispersione del 34%. I privati, se non regolamentati, non portano efficienza. NelnostroPaesele società più importanti, per capacità e fatturato, sono sei: la romana Acea, la bolognese Hera, la ligure-piemontese Irenia, la triestina Acegas-Aps, la lombarda A2A e Acquedotto Pugliese. Le prime cinque sono quotate. Sono multiutility a capitale misto dove però è il privato che detta le regole. Questo perché ha i soldi necessari e spesso anche il know how. E con la nuova norma avranno un peso ancora maggiore visto che gli enti locali non potranno avere oltre il 40% del capitale delle società in questione.

L’Italia diventeràun terreno fertile per le multinazionali estere, come le francesi Veolia e Suez, che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando fette di territorio. Per l’acqua «si assiste - per usare le parole dell’Antitrust - alla sostituzione di monopoli pubblici conmonopoli privati». Si prenda l’esempio di Acea. La società serve il Lazio, una parte della Campania, l’ Umbria, e 4 Ato su sei della Toscana. È il primo operatore nazionale del circuito idrico (ha il 10% del mercato). È controllata al 51%dalComunedi Roma, al10%circa dalla francese GdF-Suez e al 5% dal costruttore Caltagirone. Ma presto il comune di Roma dovrà cedere a privati l’11% della società per unvalore di circa 200 milioni. Lo stesso dovranno fare i comuni emiliani per Hera o quelli di Genova e Torino per la futura Irenia. In totale sul mercato finiranno oltre un miliardo di euro in azioni. Cha andrà ai privati. I quali investiranno per avere un ritorno. E se i piani industriali di 87 Ato mostrano un incremento medio dei consumi di acqua, da qui al 2023, del 17-20%, vuol dire che la privatizzazione dell' acqua la pagheremo noi.

Guerra dell'acqua in Parlamento "Deve restare un bene comune - di Paolo Rumiz

Fonte
giornale
la Repubblica

Guerra dell'acqua in Parlamento
"Deve restare un bene comune"

Compromesso al Senato: gestione privata, proprietà pubblica
di Paolo Rumiz


I lavori necessari ammontano a 62 miliardi di euro: una cifra enorme, come dieci ponti sullo Stretto, Questo mentre 8 milioni di cittadini lieti hanno accesso all'acqua potabile, 18 milioni bevono acqua non depurata e le perdite del sistema sono salite al 37%, con punte apocalittiche al Sud. Sono più di vent'anni che si investe allumicino, non si costruiscono acquedotti e la manutenzione di quelli esistenti è quasi scomparsa dai bilanci. Un quadro da Terzo Mondo.

Il rischio è di lasciare in eredità ai nostri figli un patrimonio di acqua inquinata da industrie, residui fognari, chimica, arsenico o metalli pesanti. Di fronte a questo allarme concreto sembra sollevarsi nient'altro che il solito polverone. Uno scontro di "teologie: con una maggioranza che crede nell'efficacia salvifica della gara d'appalto e della quotazione in Borsa, e una minoranza che invoca il principio assoluto dell'acqua "bene comune". In mezzo a tutto questo, schiacciata fra le scorrerie dei partiti e gli appetiti finanziari dei privati, una miriade di Comuni virtuosi che finora hanno gestito i servizi a basso costo e in modo eccellente, cuori intendono alienare "l'acqua del sindaco ", intesa come ultima trincea del governo pubblico del territorio.

Nell'agosto 2007 Tremonti aveva già sparato un decreto per la privatizzazione, ma si era rivelato cos? carente che non era stato possibile emanare i regolamenti. Oggi si tenta il bis, con una spinta io pi ù verso i privati. Stavolta è d'accordo anche la Lega: la quota della mano pubblica dovrà scendere al 30%.

Insomma, che i Comuni in bolletta vendano tutto quello che possono, Facciano cassa, subito. E non fa niente se qualcuno grida al furto e il Contratto mondiale peri l'acqua - ultima trincea del pubblico servizio minaccia fuoco e fiamme. «In nessun’altra parte d'Europa - attacca il presidente Emilio Molinari - si vieta alla mano pubblica di conservare la maggioranza azionaria. Il rischio è che tutto finisca in mano delle grandi Spa e alle multinazionali. E se il servizio non funziona, invece che al tuo sindaco dovrai rivolgerti a un call center».

Contro il provvedimento s'è scatenata una guerra di resistenza. In Puglia il presidente della regione Niki Vendola s'è messo in collisione con gli alleati del Pd, ed ha non ha solo annunciato di voler far ricorso contro la privatizzazione, ma ha deciso di ripubblicizzare l'acquedotto pugliese, il più grande e malfamato d'Europa (si dice che abbia dato più da… mangiare che da bere ai pugliesi). Al grido di "l'acqua è una cosa pubblica" ora si tenta la storica marcia indietro, anche se non si ha la più palli da idea di chi (la Regione?) pagherà i debiti del carrozzone.

Intanto si moltiplicano le assemblee: Verona, Bari, Udine, Savona, Potenza, Rieti, Da Milano arrivano segnali di preoccupazione, a difesa di un'azienda comunale totalmente pubblica clic finora ha mantenuto tariffe tra le più basse d'Italia. Il malumore cresce nei Comuni di montagna. In Carnia anche quelli della Lega sono ai ferri corti con la giunta regionale di centrodestra. Già hanno dovuto affidare i loro servizi a una Spa-carrozzone che fa acqua da tutte le parti e alzale tariffe senza fare investimenti; ora noti vogliono che questo preluda al passaggio a un'azienda con sede a Milano, Roma o magari all'estero. A Mezzana Montaldo (Biella) dove si gestiscono loro rete in mondo ineccepibile da oltre un secolo, non ci pensano nemmeno a mollare l'acqua ad altri.

«? la fine del federalismo e dei valori del territorio persino nelle regioni a sta tutu speciale» osserva Marco job del C.m.a di Udine. «Facevaino tutto da soli-ghigna il carnico Francescluno Barazzutti dalle mie parti l sindaco guidava il trattore, e se necessario aggiustava lui stesso la conduttura tra il paese e la sorgente. Oggi devi chiamare i tecnici a Udine, coli tempi maggiori e costi più alti. E se devi segnalare un disservizio, devi andare a Tolmezzo o Udine, mentre prima era tutto sotto casa. È tutto chiaro: hanno fatto una Spa pubblica solo per poi passare la mano ai privati».

Privatizzare è l'ultima speranza di adeguarci all'Europa, puntualizza il governo. Ma qui viene il bello.? proprio l'enormità dei costi di questo adeguamento a falsare la gara. «Senza certezza sul futuro del servizio e con simili costi fissi nessuna banca al inondo finanziera le piccole imprese, e cos? finiranno per vincere le grandi aziende quotate, capaci di autofinanziarsi e di imporsi semplice-mente con la forza del nome», spiega Antonio Massarutto dell'università di Udine. Altra cosa che pu? falsare i giochi è la mancanza di garanzie sul rispetto delle regole. «Siamo in Italia», brontola Roberto Passino, presidente del Coviri, Comitato vigilanza risorse idriche: «Prima si lamentavano perché non funzionavamo, e ora che abbiamo rimesso le cose a posto, tutti si lamentiamo perché funzioniamo». Un problema di comportamento, insomma. Di cultura e responsabilità.

Pubblico o privati)? «Non importa che i gatti siano bianchi o neri-scherza Passino citando Marx-l'importante è che mangino i topi». Quello che conta è il controllo. In Inghilterra l'azienda pubblica è stata privatizzata al cento percen-to, ma la Spa che ha vinto la gara ora ha sul collo il fiato di un'authority ventiquattrore su ventiquat-tro. Le modifiche del contratto sono impossibili. Ogni cinque aiuti le tariffe vanno discusse daccapo.

Massarutto: «L'anomalia italiana è che ci si illude che la gara basti a lavare più bianco. Non è vero niente. Serve uno strumento di controllo e garanzia che impedisca turbate o fughe speculative». Figurarsi se poi l'azienda firma un contratto che include non solo la gestione, ma anche gli investimenti immensi che il settore richiede.

Altra anomalia: abbiamo le, tariffe più basse d'Europa. Questo perché - a differenza di Francia o Germania - finora nessuno ha osato scaricare sulle tariffe il costo di questo immenso arretrato di lavori. Viviamo in uno strano Paese, dove si protesta perle bollette dell'acqua, ma non si osa dir nulla su quelle del gas e dell'elettricità, che invece sono - udite - le più alti del Continente, Dire che gli acquedotti si debbano pagare conte tasse è quantomeno spericolato, osserva Giuseppe Altamore autore di grandi libri sulla questione idrica in Italia: «Non vedo cosa ci sia di giusto nel fatto clic io debba pagare il servizio idrico anche per gli evasori fiscali». Nell'incertezza sul futuro, il ritardo alimenta, e sulle nostre spalle cresce la previsione di una batosta stimata per ora sui 15 euro pro-capite l'anno.