L’informazione è noi. - di Paolo Barnard

L’informazione è noi.
di Paolo Barnard

18/05/2008

Di chi è colpa? Non è colpa di Silvio Berlusconi, di Romano Prodi, di Cicchitto, di Casini, di Caltagirone, e soci. Non è colpa della Casta, né di quella dei giornali coi milioni di euro di prebende, e non è stata colpa di Ingrao, Forlani o Craxi. Non è la Mafia, non sono le logge dei venerabili, né l’Opus Dei, non è Confindustria o la lobby bancaria. La colpa è nostra. Punto. L’informazione che abbiamo è quella che noi italiani vogliamo.

Qui si potrebbe concludere il mio saggio sullo stato dell’informazione in Italia. Non ho altro da dire, in sostanza. Quello che posso aggiungere nelle righe che seguono sono solo riflessioni a sostegno della mia tesi, per chi avesse voglia di leggere un poco di più. E inizio di nuovo da noi italiani.

Sono le nostre ombre sul muro.

Ciò che la gente vuole. Lo scadimento dell’informazione in questo Paese riflette ciò che noi siamo, in tv particolarmente. Nulla meglio si adatta al caso Italia del sagace commento di Barnes Clive, nota firma del New York Post, che sull’odierne tendenze dei palinsesti televisivi ebbe a dire: “La televisione è la prima cultura genuinamente democratica, la prima cultura disponibile a tutti e retta da ciò che la gente vuole. La cosa più terribile è ciò che la gente vuole”. E in effetti si rimane perplessi, se non un tantino delusi, dal semplicismo delle analisi di personaggi come Beppe Grillo e altri quando tuonano contro la legge Gasparri come il costrutto infernale che strozza il nostro diritto a essere decorosamente informati. Ci si chiede: c’è la Gasparri nei salotti di milioni di italiani di varie età che ogni sera, pomeriggio o mattina scelgono col loro telecomando le peggiori fregnacce televisive? E’ la Gasparri che impedisce a noi italiani di portare La Storia Siamo Noi di Giovanni Minoli a uno share visibile ad occhio nudo invece che al microscopio? O di portare Report al 25% invece di condannarlo a un cronico annaspamento per non affogare sotto il 10? Eppure il contenitore di Milena Gabanelli è in prima serata, mica occorre perdere il sonno, basterebbe un click del telecomando. E state certi che Report o C’era una Volta oltre il 20% di share avrebbero prodotto una mischia degli inserzionisti per piazzare lì gli spot, garantendoci di conseguenza una certa qualità in più nelle nostre case tutto l’anno. Potete immaginare quanto ci metterebbero a sparire i prodotti-spazzatura come Porta a Porta o Amici, oppure le ragliate di Sgarbi o altra robaccia del genere, se agonizzassero nella pigrizia dei nostri telecomandi? Meno di un minuto, Gasparri o non Gasparri.
Illuminante fu un episodio da me vissuto in Gran Bretagna nel corso di un reportage sull’Auditel inglese che svolgevo a fine anni ’90 per conto proprio di Report. Nel corso dell’intervista al responsabile dei palinsesti della maggior Tv commerciale britannica, ITV, mi fu rivelato che la prima serata di quel network era riservata in maggioranza a programmi di alta qualità informativa. Com’era possibile? “Perché il miglior consumatore di questo Paese” spiegò il funzionario, “è l’inglese della classe media, e quel tipo di ascoltatore premia immancabilmente con il telecomando la tv di qualità. Ed è lì che ovviamente si fiondano i nostri inserzionisti”. Semplice. Sono inglesi, tutto qui. Non per nulla la sera della vigilia di Natale del 1999 la BBC 2 trasmise in prime time e per un’ora e mezza uno special dedicato al suo cameraman Mohamed Amin, l’uomo che nel 1984 ebbe lo straordinario merito di noleggiare un bimotore privato a sue spese ( e nei tempi delle sue ferie) per volare in Etiopia a filmare l’immane tragedia della devastante carestia che stava decimando quel popolo, e che divenne grazie a quelle scioccanti immagini una causa celebre con l’intervento di Bob Geldof e della sua Live Aid l’anno successivo. Ve l’immaginate voi una prima serata natalizia di quel tipo alla RAI? Che share farebbe?
Ma poi, perdonate, c’è la legge Gasparri in edicola o su Internet? Lì l’informazione c’è, ma al chiosco dei giornali Sorrisi e Canzoni TV o CHI vendono cento volte Micromega o Limes. Su Youtube le pregnanti interviste a Giancarlo Caselli catturano poche centinaia di visitatori, mentre cinque minuti di bava alla bocca con Sgarbi e Mike Bongiorno ne registrano quasi mezzo milione.
Mi direte: tutto questo è proprio il frutto del bombardamento mediatico dell’uomo di Arcore e dei suoi vent’anni e più di avvelenamento dei nostri cervelli. E io rispondo: e se a partire dal 1979 cliccavate altro sul vostro telecomando, come fanno gli inglesi, dove finivano il Biscione e relativi scherani? Era semplice, perché non lo abbiamo fatto? Lo si vuole capire che non è lui che ha fatto noi ma noi che abbiamo fatto lui? Silvio Berlusconi non ci ha rimbecilliti, ci ha semplicemente rispecchiati. E allo specchio ci siamo perduti in noi stessi.

(Ultima ora: poco prima di divulgare questo articolo mi imbatto nel sito www.corriere.it e leggo sulla colonna di destra la classifica dei servizi più letti del Corriere online: al primo posto “L’invasione dei ragni giganti”, al secondo “Basta volgarità, non sono una pin up”, al terzo “Che fine ha fatto Boy George?Vende magliette in un mercato di Londra”. Come volevasi dimostrare…)

Rimanendo con la vituperata figura dell’attuale presidente del Consiglio, è di questi giorni l’intervento di Marco Travaglio in chiusura del V2-day di Torino, dove il giornalista ha perentoriamente affermato che il Cavaliere trionfa oggi alle urne poiché proprio le devianti leggi dell’assetto radio-televisivo italiano gli hanno dato i mezzi per obnubilare la mente degli elettori in quindici anni di strapotere mediatico: “Prima non eravamo così”, ha sentenziato poi il noto cronista. Forse Travaglio è troppo giovane, e non ricorda, ma si vorrebbe chiedergli: chi aveva lavato il cervello dei nostri connazionali quando in massa premiavano alle urne ceffi ignobili della posta di Cossiga, Gava, Cirino Pomicino, De Michelis, De Lorenzo, Andreotti, De Mita, e la loro accolita di vassalli laidi o criminali? Berlusconi a quei tempi era ancora alle prese con la sua Tv condominiale via cavo a Milano 2, non c’entra. Era un’Italia migliore quella? Per caso il Corriere o la RAI erano il Times e la BBC a quei tempi? L’Idra di Tangentopoli, col suo ventre molle di corruzioni endemiche in ogni anfratto del Paese, non fu il parto di “quindici anni berlusconiani”, ahimè no, non risulta. Le stragi, la svendita dei sindacati, dei servizi pubblici, della certezza del lavoro, e ancora l’Irpinia, l’IRI e le sue voragini, le devianze del sistema giudiziario, l’omertà a vuoto pneumatico di tutto il Sistema-potere pre e post P2 e cinquant’anni di cronica evasione a tappeto, dimostrano che obnubilati nel cervello e nel senso civico lo siamo sempre stati, prima di Berlusconi, durante, e lo saremo dopo purtroppo. E anzi: la cosa più onesta che possiamo fare è di affermare una volta per tutte che la famigerata Casta e le sue grottesche comparse sono solo un’ombra sul muro di ciò che noi italiani siamo e siamo sempre stati. Nulla di più.


I nuovi ‘paladini’ della controinformazione: poco utili, dannosi.

Ma purtroppo professionisti stimati e un po’ troppo acriticamente seguiti come appunto Marco Travaglio, Gianantonio Stella, Lorenzo Fazio o Gianni Barbacetto e molti altri, e capipopolo come Grillo o Piero Ricca hanno banalmente invertito l’ordine dei fattori, e sostengono che l’Italia è oggi vittima della Casta, quando è la Casta a essere il prodotto degli italiani.

Devo a questo punto della narrazione precisare un passaggio fondamentale, e invito il lettore a porvi attenzione. I nuovi ‘paladini’ della controinformazione che vanta l’Italia, di cui ho citato alcuni nomi qui sopra, denunciano cose sacrosante (quasi sempre): inciuci, corruttele, grottesche raccomandazioni, sprechi osceni, mafiosità e collusioni, decadenze del sistema democratico eccetra, perpetrate da parte soprattutto della cosiddetta Casta. Loro lo fanno, ma il fatto straordinario è che oggi in questo Paese il solo fatto di averlo fatto gli garantisce un plauso appassionato e febbricitante da parte di masse crescenti di cittadini. Un plauso cieco, ovvero un assegno in bianco di imperitura giustezza ed eroismo. Divengono degli intoccabili, incriticabili, e infatti Beppe Grillo tuona “I giornalisti che ancora danno dignità a questo Paese con la loro voce vanno protetti dagli sciaccalli di regime, dai killer della parola. Nessuno tocchi il soldato Travaglio…” (1), e Michele Santoro si scaglia contro il Corriere e Repubblica per “aver aperto una campagna critica contro Anno Zero e contro lo stesso Travaglio” (2) – una campagna di critica, la più democratica delle iniziative, eppure. Chiunque osi infilare mezza osservazione nel loro agire viene immediatamente travolto dall’ira dei loro fans, il cui ragionamento è immancabilmente questo: ma come si fa a rompere le scatole a quei pochi ancora rimasti a dirci la verità in questo regime? E in effetti di fronte alla nauseabonda natura delle pratiche del ‘regime’ verrebbe proprio da gettarsi ciecamente dietro ai sopraccitati ‘paladini’. Ma la vita richiede saggezza, e in questi tumulti ne rimane ben poca. Infatti, la salute in democrazia impone che nessuno divenga intoccabile, neppure per il più sacrosanto dei motivi, proprio perché si corre il rischio che costui possa commettere malefatte o errori di grosso calibro protetto dal suo scudo di venerabilità, e che quelle malefatte o errori finiscano poi per far più danno del beneficio che il medesimo individuo procura alla società. E’ il caso proprio di Travaglio e compagni.

Sono oggi inutili. Hanno fondato negli ultimi anni un’Industria della Denuncia e della Indignazione che, come ho già avuto occasione di scrivere, “denuncia i misfatti politici a mezzo stampa o editoria a un ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo di libri fotocopia, blog e serate televisive serva a cambiare l’Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell’indignazione nascessero, e assai poco è cambiato” (3). Infatti. Il loro lavoro, per quanto efficiente nello svelare il malaffare, è del tutto inutile se si spera che da esso derivi un miglioramento. Le prove sono davanti agli occhi di tutti, e sono incontestabili: oggi l’Italia non è un Paese più civile, né più onesto, né più libero di quanto lo fosse sedici o trent’anni fa, in barba all’offensiva della sopraccitata industria nel denunciare compulsivamente il marcio. Gomez, Travaglio e Barbacetto lo hanno persino confermato nel loro libro Mani Sporche, la cui tesi centrale è proprio il recidivo peggioramento di ogni indicatore civico, politico e morale in Italia da Tangentopoli ad oggi, cioè precisamente nel periodo della massima attività della loro Industria della Denuncia e della Indignazione. Notate: hanno scritto di loro pugno che ciò che fanno non serve quasi a nulla, ma non se ne sono resi conto, meno che meno sono disposti a porsi qualche domanda difficile ma vitale, del tipo: e se fosse altro quello che si deve fare?
Le smentite che vengono loro dalla realtà dei fatti sono clamorose, ma non li smuovono dalla compulsività di ciò che fanno: hanno visto coi loro occhi Beppe Grillo celebrare un suo autoproclamato “successo pazzesco” di consenso l’8 settembre del 2007 per le 300.000 firme raccolte dal suo primo Vday, e quindi proclamare roboante che questi politici “non esistono più”. Ma con gli stessi occhi hanno visto poche settimane dopo 3.517.370 italiani fioccare entusiati al parto dell’ennesimo carrozzone della più rancida politica riciclata, il PD di Veltroni. Mettiamola così: l’Italia della Casta batte Grillo 10 a 1, e questo avvenne quando le sue ultime grida quasi ancora riecheggiavano in piazza Maggiore a Bologna, e all’apice del successo di libri come La Casta o Regime. Non suggerisce nulla questo?

E poi c’è il risultato elettorale dell’aprile scorso, che li ha travolti come mai nella storia republicana.

Possibile che a fronte di questa desolate Caporetto dell’Industria della Denuncia e della Indignazione a nessuno sorga il dubbio che forse è ben altro quello che si deve fare? Possibilissimo, infatti la reazione dei ‘paladini’ della controinformazione proprio in questi giorni è di rincarare la dose della loro inutilissima medicina. Questa recidività mi ricorda la vicenda della vegetariana inglese e delle sue carote, un fatto realmente avvenuto a metà degli anni ’90 a Londra e riportato dal quotidiano The Guardian: ella si era convinta che per proteggersi dai tumori era necessario divorare grandi quantità di carote, ma ne ingurgitò così tante da finire in ospedale con serissimi guai al fegato. Messa di fronte all’evidenza della sua patologia, la signora concluse quanto segue: se sto male è perché evidentemente non ho mangiato abbastanza carote. Si dimise e corse a rincarare la dose della sua verdura salvifica. Cosa fu di lei non si sa, ma non si fatica a immaginarlo.

E sono dannosi. In realtà, e tristemente, il modo di agire dei sopraccitati ‘paladini’ serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori e la loro ipertrofica fama) l’auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che ci accade. Questo è il motivo per cui il nostro Paese rimane perennemente al palo della civiltà. La colpa non è mai nostra, ce lo confermano incessantemente quegli sventurati ‘paladini’ della controinformazione coi loro martellanti scritti e interventi, e questo è il danno tremendo che ci fanno. Assolti da ogni peccato, fervidamente impegnati a fustigare le nostre ombre sui muri, finiamo per non crescere mai, e le uniche speranze di ripulire questo Paese vanno perdute.
E allora, codesti ‘paladini’ piuttosto che celebrare processi in Tv, invece di fare i PR fanatizzanti di alcuni magistrati violando così le più basilari regole dei checks and balances della nostra professione, e invece di ossessionarci con i dettagli della mafiosità o corruttela del politico numero 847, dopo averci raccontato quelli del numero 846 e dopo che per le precedenti 846 volte nulla è cambiato, dovrebbero aiutarci a processare noi stessi, a metterci tutti davanti allo specchio per dirci: l’Italia siamo noi, i ladri siamo noi, i moralmente decomposti siamo tutti noi, coi nostri 270 miliardi di euro di evasione di sola IVA, con l’omertà endemica che ci tappa la bocca ovunque vediamo del marcio - al lavoro, per strada o nei pubblici uffici, con la nostra adulazione del potere, e col nostro amore per l’abuso del potere appena ne abbiamo un briciolo in pugno, dagli insegnanti ai vigili urbani, dai medici agli ispettori delle pubbliche amministrazioni. Noi italiani con il nostro individualismo ammalato che al massimo si espande in parrocchialismo, ma mai in capacità di fare gruppo civico aperto alla critica, e ciò neppure quando ci proclamiamo antagonisti. Questa Italietta sudicia, ipocrita, fregona e anche violenta siamo noi.
E allora cari ‘paladini’ è con noi che ve la dovete prendere per cambiare l’Italia, è su di noi che dovete scrivere fiumi di libri o articoli, perché lo ripeto: gli Schifani, Berlusconi o Ricucci sono le nostre ombre sul muro. E a che serve prendersela ossessivamente con delle ombre?

Il giornalismo investigativo in Italia deve esplodere, perché come ho appena dimostrato è un mito, poco utile e dannoso. Esso è certamente utile altrove, in Paesi come gli USA o la Francia o la Gran Bretagna, ma solo perché esso cade a pioggia su una società civile del tutto diversa dalla nostra. E allora di nuovo: la variabile determinante non è la denuncia, ma chi la recepisce. Se prima non educhiamo gli italiani a essere civici, cioè a partecipare, inutile denunciare compulsivamente.

Incomprensioni. Quando Beppe Grillo nel ricordarci le malefatte della Casta grida dal palco del V2 day di Torino che i manigoldi saranno annientati perché “noi li pigliamo per il culo”, io mi dispero. Lo stesso faccio quando Piero Ricca si arma di coraggio e telecamera e attende il momento buono per gridare a Silvio Berlusconi “buffone!”. E mi dispero ancor più se possibile quando vedo così tanta gente esultare sia nel primo che nel secondo caso. Perché entrambe quelle affermazioni sono messaggi (cioè informazione) falsi e pericolosissimi.
Grillo ignora (o vuole ignorare) cosa sia realmente il Sistema-potere, e cosa occorra per abbatterlo. Se la prende con una classe politica nazionale che “avendo abdicato tutti i suoi poteri ad organi sovranazionali come la Bce, la Commissione Europea, il WTO, la Banca Mondiale”, e io aggiungo alle lobby come il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD), il Liberalization of Trade in Services (LOTIS), l’Investmente Network (IN) o la International Chamber of Commerce (ICC), “non può fare assolutamente niente se non l’ordinaria amministrazione” (4). Egli non comprende che i grandi mali che affliggono l’Italia, dalla disoccupazione alla precarietà, dal rilancio finanziario delle mafie all’informazione plastificata, e poi gli equilibri economici in disfacimento, il degrado ambientale e la pessima qualità dei servizi ecc., derivano ormai interamente da decisioni prese altrove. Da chi? Dai sopraccitati poteri, che in soli 35 anni hanno saputo ribaltare due secoli e mezzo di Storia, che hanno reso di nuovo plausibile l’inimmaginabile nella vita quotidiana di 800 milioni di cittadini occidentali, che muovono più di 1,5 trilioni di dollari di capitale al giorno, e che tengono ben salde nelle loro mani tutte le leve della nostra Esistenza Commerciale (inclusa quella di Grillo, moglie e figli). Costoro non stanno perdendo neppure un singolo minuto di sonno per lui e per i suoi colleghi ‘paladini’ dell’Antisistema italiano. Ma ha un’idea Grillo di come lavorano questi? Dovrebbe smettere di sbraitare e capire, proprio visualizzare, il potere di chi è riuscito in un attimo della Storia a compattare migliaia di destre economiche eterogenee sotto un’unica egida e sotto un pugno di semplicissime ma ferree regole, per poi travolgere il pianeta ribaltandolo da cima a fondo: il Potere è ed è stato coeso, annullando ogni individualismo fra i potenti; è ed è stato disciplinato all’inverosimile, ossessivamente preciso in ogni analisi, immensamente competente, sempre silenzioso, al lavoro 24 ore su 24 senza mai un respiro di pausa, comunicatore raffinato, con a disposizione i cervelli più abili del pianeta e mezzi colossali. Crede Grillo che questa immensa macchina planetaria che regola ogni sospiro della vita italiana si preoccupi delle sue sceneggiate di piazza, o dell’incedere di un nugolo di personaggi e istrioni più o meno credibili con al seguito una minoranza di adepti/fans persi nell’ingenua buona fede? E allora: cosa mai risolveranno i referendum di Beppe Grillo fanaticamente concentrato in una guerra contro una Casta nostrana che nella stanza dei bottoni ha a malapena il controllo del pulsante del citofono?

Silvio Berlusconi sarà tante cose spiacevoli, ma di sicuro una non lo è: un buffone. E’ invece uno dei più geniali interpreti del carattere nazionale che sia mai esistito, e certamente il più geniale in epoca contemporanea. La sua abilità sia come manager che come politico incute soggezione. Lasciate perdere per un attimo che il suo percorso sia intriso di corruttele e malaffare, lo è quello di ogni singolo magnate del pianeta; ciò che ci interessa qui, è capire che questo uomo tiene saldamente le leve di una macchina sofisticatissima e multimiliardaria di creazione del consenso, che per essere combattuta va presa estremamente sul serio, altro che buffone e prese per il sedere. E arrivo a dire che la cosa più demenziale e infausta che l’opposizione intellettuale e movimentista al Cavaliere potesse immaginare di fare in questi anni è quello che ha invece sempre fatto: sbeffeggiarlo, insultarlo, ridicolizzarlo, chiamarlo psiconano, e insistere compulsivamente nel denunciarne le malefatte già ultranote a ogni singolo italiano attraverso la cronaca quotidiana e il lavoro dei giudici, mentre lui intanto si mangiava il Paese col consenso. Andava invece attentamente studiato, andavano comprese e individuate le sinapsi della mentalità italiana su cui la sua comunicazione si allacciava con spaventosa efficacia, ed esclusivamente su quelle sinapsi bisognava lavorare, con una macchia comunicativa altrettanto fruibile e martellante quanto la sua, anche se portatrice di valori opposti, e che la sinistra intellettuale (snob) non ha saputo costruire. Altro che buffone e pernacchie.


Mafie, ‘parrocchie’ e informazione.

Guardiamoci. Siamo un popolo che si divide inesorabilmente in ‘parrocchie’ o ‘mafie’. Se non siamo mafiosi, siamo parrocchiali, una delle due, non si fugge. Cioè, se non ci aggreghiamo per colludere in affari criminosi di vario grado, col loro corredo di atrocità, truffe, omertà, insensibilità per la sofferenza altrui, adulazione del potente, piacere nell’abuso del potere (dall’associazione per delinquere di stampo narcomafioso o bancario, alla cordata assicurazione-pretura-avvocati-grande policlinico per tacitare un’operata di cancro nella mammella sbagliata; dal patto trasversale ipermercati-grossisti per fare cartello sui prezzi truffando i cittadini, al consapevole risucchio dei pensionati in difficoltà nelle più ignobili spirali di indebitamento da parte di finanziarie da galera ecc.), noi italiani ci raggruppiamo in parrocchiette di ‘compagni di merende’, litigiose, esclusive proprio nel senso di escludenti, solo formalmente aperte ma in realtà a strettissimo raggio, nemiche giurate della libertà di pensiero, insomma consociative ma sempre travestite da qualcos’altro (e questo dal Corriere della Sera al periodico universitario, passando per le redazioni televisive, per i centri sociali, ONG, blog più o meno noti, gruppi online, comitati civici, ONLUS ecc.). Come si può facilmente immaginare, il pensare liberamente e la facoltà di criticare a 360 gradi non sono compatibili con gli interessi né delle mafie né delle ‘parrocchie’. Ma sono proprio il libero pensiero e la critica senza barriere le componenti fondamentali della libera informazione al sevizio dei cittadini. E allora?
In altre parole, noi italiani la libertà di informare non la vogliamo, e quando si affaccia sulla soglia della nostra ‘mafia’ o ‘parrocchia’ la odiamo e la cacciamo con singolare ferocia.

E come fa un popolo così ad avere una libera informazione?

Già posso già udire la levata di scudi di quelli che “Io? Io proprio no! Io compro il Manifesto… io leggo Libero… io sono Padano mica italiano… io sono con Beppe, vaffa te Barnard… io sono stato in Afghanistan con Gino, figuriamoci… io dico viva Travaglio, che c’entro io?...” . E invece c’entrate, c’entriamo tutti, e soprattutto proprio quelli di noi che sono confluiti negli ultimi anni nel cortile dei nuovi antagonisti, altra ‘parrocchia’ che sta ahimè replicando molti dei tratti più meschini dei più trazionali conglomerati mediatici italiani.
In questo mio scritto dedicato all’informazione mi concentro proprio su questo cortile antagonista per una serissima ragione: perché esso dovrebbe essere la fucina delle uniche speranze rimaste in Italia di ottenere un’informazione libera, e se dunque al suo interno si replicano le meschinità del Sistema-potere, se anch’esso è divenuto ‘parrocchia’, è veramente una tragedia immane per tutti. Dell’altro cortile, quello del giornalismo regimentato, non dico nulla qui, tutto è già stato scritto fino alla nausea.

Vi snocciolo ora alcuni esempi a riprova di ciò che sostengo, fra i tantissimi possibili. Sono tutti frutto della mia esperienza personale, e non per protagonismo ma solo per la certezza di ciò che posso descrivere, avendoli vissuti in prima persona.

Nella primavera del 2007 inviavo agli amici di Peacereporter, sito portavoce dell’ONG Emergency, una critica all’operato di Gino Strada, che da settimane si scagliava con crescente acrimonia contro il governo Karzai in Afghanistan, reo, secondo il chirurgo e un ampio stuolo di intellettuali italiani, di violare tutte le più elementari regole del garantismo giuridico con la detenzione di Ramatullah Hanefi, manager dell’ospedale di Emergency a Lashkargah e mediatore per l’Italia nel noto rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Un appello per la liberazione di Hanefi venne scritto e divulgato, con firme della posta di Claudio Magris, Enzo Biagi, Gherado Colombo e Maurizio Costanzo fra gli altri. Il testo cominciava con le parole “La Costituzione afghana…”. Ma quale Costituzione? Quella esportata laggiù a colpi di bombe cluster e di migliaia di morti? Quella solennemente varata a Kabul nel 2003 da Hamid Karzai e dalla sua Lloya Jirga, e cioè da un pupazzo del Dipartimento di Stato americano ex consulente del gigante pertrolifero USA UNOCAL, tenuto sotto la mira dei B52 della US Airforce, e in combutta con la peggior masnada di criminali di guerra e stupratori noti con l’appellativo di Alleanza del Nord? Quella contemplata con stupore dagli afghani nella speranza che qualunque cosa (anche un testo marziano venuto da chissà dove) fermasse le stragi della NATO e le inaudite violenze dei ceffi dell’Alleanza del Nord –responsabili di oltre 50.000 morti civili dal 1993 al 1998 di cui 24.000 solo nel 1994, e poi stupri, mutilazioni, spaccio di eroina? (5) Cioè la più classica “Constitution at gunpoint” per promuovere la “Democracy at gunpoint”? Quella? Sì, proprio quella. E il testo degli intellettuali italiani continuava così: “Il prolungarsi della detenzione di Rahmatullah Hanefi, in spregio ai diritti universali e alla più elementare dignità umana, avviene in palese violazione della Costituzione afgana… L’attuale sistema giuridico afgano è stato costruito con la collaborazione e l’importante sostegno finanziario per cinquanta milioni di dollari dell’Italia”.
Diritti universali, dignità umana, e leggi eufemisticamente nate dalla collaborazione e dal denaro italiano. Risulta a qualcuno che i pastori tagiki, che i commercianti pashtun, o che le donne hazara se li siano mai scelti quei diritti? Sappiamo almeno se li condividono? Ha un senso per loro la nostra dignità? Si sono mai espressi su quella? Cosa hanno da spartire le regole delle democrazie parlamentari europee con duemila anni di relazioni tribali centroasiatiche? Con che diritto l’Italia, Gino Strada e l’intellighenzia al suo seguito pretendono il rispetto di regole e di diritti che con secoli di vita afghana c’entrano come un intervento di laparoscopia robotica con le pratiche curative sciamaniche? Importa qualcosa che a magistrati, medici e giornalisti cresciuti su un altro pianeta certe regole afghane creino sgomento e riprovazione? Sono afghane, sono le loro regole. E il mio ragionamento continuava: se si sancisce il diritto di una potenza conquistatrice di imporre ad un altro Paese le sue regole di “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” a suon di proteste (di insulti, di ricatti commerciali e di missili), allora sanciamo fin da ora il diritto degli afghani, dei talebani, o dei cinesi o di chiunque al mondo di gridare “tortura e pena di morte ora, subito!” se mai capiterà che un giorno siano loro ad avere abbastanza bombe per offrirci la loro Costituzione. E tornando dunque alla ferrea determinazione di Gino Strada e soci nell’avanzare quelle perentorie richieste, quale differenza c’è fra il loro modo di pretendere “democrazia e giustizia occidentale ora, subito!” in Afghanistan e quello tipico dell’imperialismo culturale dei neocons americani capitanati da Samuel Huntington con il loro “democrazia all’americana ora, subito!” esportato in mezzo mondo? L’uso delle bombe invece che una petizione scritta a Milano? I sordidi fini di sfruttamento degli americani invece del sentimento di giustizia dei nostri intellettuali? Davvero? Credete voi che la lettera di Strada, Colombo e soci sarebbe mai giunta a Kabul senza quel dettaglio degli 8.000 morti civili di questa orribile invasione, della coventrizzazione di interi villaggi, e della nova resa in schiavitù delle donne afghane che oggi si danno fuoco con disperazione senza precedenti? (6) Credete che le consulenze giuridiche discese da Roma su Kabul non servano proprio a spianare la strada agli avvocati delle solite note corporazioni o agli infausti ‘cooperatori’ internazionali?
La realtà, per chi vuole vederla, è che Gino Strada, proprio lui, si era accodato al più classico imperialismo culturale, e questo era sbagliato. Terribilmente sbagliato.
Scrissi tutto ciò a Peacereporter, li invitai a una riflessione fondamentale, che va al cuore dell’intercultura, che è oggi di drammatica attualità. Sostenevo che non è in quel modo che si ottiene un avanzamento dei valori fondamentali dei popoli (ciascuno i suoi). Lo pubblicarono? Macché. Concessero ai loro lettori il beneficio del dissenso? Macché. La ‘parrocchia’ si chiuse a riccio, e fine del libero dibattito. Infatti su Peacereporter un libero dibattito su Emergency e sulle sue tante controversie è impossibile.
Se questa parrocchialità accade fra i ‘nuovi’, fra quelli che non hanno Confindustria o il Vaticano che gli soffia sul collo, immaginate al Corriere o al TG1 di Gianni Riotta.

E di seguito: si chiuse a riccio la ‘parrocchia’ del Manifesto quando, dopo vent’anni di collaborazione, mi negarono la pubblicazione di un editoriale dove gli chiedevo: “Se Calipari fosse morto nelle stesse identiche circostanze, ma per salvare Agliana, Quattrocchi, o Cupertino, voi cosa avreste scritto di lui? Avreste celebrato la morte di un eroe, o avreste scritto di uno ‘sbirro’ al servizio sciagurato dei contractors imperialisti?”. In altre parole, l’onestà intellettuale non andrebbe posta in cima al lavoro della storica testata senza padroni? Se non si fa chiarezza su questo punto in via Bargoni, come si procede? Si può procedere? Silenzio.

Spettacolare la parrocchialità di un gruppo No Tav della Val di Susa, e sto sempre nell’ambito dei cosiddetti ‘liberi battitori’, per gli essenziali motivi citati in precedenza. Il 14 febbraio 2008 ricevo da una loro attivista un invito a tenere un dibattito in valle: “Sia come associazione che come comitati No Tav saremmo felici di averti ospite a qualcuna delle serate informative che organizziamo, oppure di organizzarti alcune serate (nei vari paesi della Val di Susa e Sangone) sul tema della censura sull’informazione in Italia.” Notate che il fulcro della cosa è la censura. Rispondo il 27 dello stesso mese e fra le altre cose scrivo: “Possiamo parlare di informazione, società civile organizzata, cosa fare e come. Sappi che dico cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc.”. La solerte signora cinque giorni dopo specifica: “Nella riunione di comitato di giovedì scorso ho portato il nostro scambio di mail e ci siamo chiesti cosa intendi con ‘cose molto impopolari per i fans di Grillo, Travaglio ecc’… vorremmo capire meglio, anche per non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo, visto che martedì avremo, per l’appunto, Marco Travaglio che presenterà il suo libro Mani sporche… Se riesci a mandarci uno spunto per fargli magari qualche domanda specifica che ci faccia capire te ne saremmo grati.”. La indirizzo alla lettura del mio Considerazioni sul V-day (7) e allego una precisa serie di domande critiche per Travaglio, poi attendo. Attendo, attendo. Dopo divesi giorni sollecito, e a metà marzo mi arriva una mail di centosette righe fitte, dove l’attivista No Tav si dilunga eternamente sulle sue lotte sociali, sul coraggio, sugli alti ideali. Poi, in fondo: “… Devo dirti in tutta onestà che non abbiamo sfidato Travaglio… gli siamo riconoscenti per essere venuto… grazie a questo fatto sono arrivati tantissimi cittadadini (uno stadio zeppo come da foto allegata, nda)”. Ed ecco la stoccata finale: “Tu sei un grande e coraggioso giornalista… all’interno del nostro comitato il dibattito è al punto che ci piacerebbe avere prima un incontro-confronto con te, per capire…”.
Ah sì?, rispondo. Lo avete fatto “l’incontro-confronto per capire” con Travaglio? Con Imposimato? Con Diego Novelli? Cioè con tutti gli altri ospiti delle vostre serate? E vi siete preoccupati anche con loro di “non creare confusione fra la gente a cui ci rivolgiamo”? Da quando si fanno i pre-esami agli intellettuali che si invitano a parlare alle serate? Risulta a qualcuno che questa sia la prassi? Non commento oltre, non credo ce ne sia bisogno. Censura, altro che libero dibattito in quel No Tav. La ‘parrocchia’ è chiusa in Val di Susa, e perdonate la rima.

La medesima cosa mi accade in un centro sociale di Bologna, l’XM24, forse ancora peggio. Questi sono gli antagonisti arrabbiati, i giovanissimi irriducibili, gli sfasciaSistema per eccellenza. Bene. L’invito che ricevo è a parlare di informazione, e tutti sanno che sono nel mezzo di un’aspra polemica con Report di Milena Gabanelli, che accuso di essere collusa con la RAI in Censura Legale (8) e impegnata in un’opera di censura a tappeto del dissenso nel forum della sua trasmissione (9). Tre giorni prima dell’incontro, un rappresentante del collettivo si presenta a casa mia: ha parlato con Bernardo Iovene, collaboratore stretto di Gabanelli ma soprattutto amico intimo del leader di XM24. Iovene sostiene che io vado raccontanto balle e diffamazioni sia su Censura Legale che sulla censura nel forum di Report, è vero? In via del tutto eccezionale, data la giovanissima età del ragazzo, gli perdono quello che non ho perdonato ai No Tav, e mi sottopongo a verifica preventiva. Mostro al giovane tutti i documenti processuali, le prove nero su bianco, rispondo a ogni domanda. Lui è soddisfatto. L’incontro si fa. Dopo 48 ore mi arriva una chiamata: Iovene è stato di nuovo al collettivo, c’è stata discussione, e allora “Barnard lei può venire, può parlare di informazione, ma non può parlare di Report (sic)”. Avete letto giusto: i giovani antagonisti, gli antiSistema duri e puri, vietano preventivamente all’ospite di parlare, gli mettono un guinzaglio affinché più in là di qualche metro non vada. Non credo sia mai capitato a Porta a Porta, non così spudoratamente. ‘Parrocchia’ anche qui.

E poi i meet up di Beppe Grillo, e Grillo in persona. Qui la ‘parrocchia’ ha veramente funzionato, soffocando un pezzo di informazione con la stessa efficienza di un Tg di Emilio Fede. Spiego i fatti. La eco della mia pubblica denuncia della collusione di Milena Gabanelli con RAI in Censura Legale ha toccato gli angoli più disparati della Rete, e naturalmente è approdata ai meet up. Alcuni membri di quei gruppi hanno d’istinto portato la vicenda nella pagine del blog di Grillo, visto che si parlava di censura e a pochi giorni dal V2 day sull’informazione. Ma a quel punto un fatto curioso ha iniziato ad accadere: i loro messaggi indirizzati al comico genovese sparivano. Strano. Vi lascio alla spettacolare sequenza di eventi così come sono accaduti al meet up di Napoli, per comprendere di cosa sto parlando:

“Posted mar 27, 2008 at 11:32 AM
Qualche giorno fa mi hanno passato questi due link: http://www.arcoiris.t... e http://www.arcoiris.t... Questi video non sono altro che l'intervista a Paolo Barnard: uno dei migliori giornalisti...scusatemi... EX giornalista di Report, la famosa trasmissione televisiva di rai tre condotta da Milena Gabanelli. Dovete - per favore - vedere i video perchè DOVETE aprire gli occhi. Milena Gabanelli come Pozio Pilanto se ne è lavata le mani, sul forum di Report sono stati bannati (censurati) tutti gli interventi su questo argomento (CESURA LEGALE).
Sul sito di Beppe Grillo è stata fatta la stessa cosa... Apriamo gli occhi.

Vittorio Emanuele”

“Posted mar 28, 2008 at 3:38 PM
Io scrivo sul forum di annozero e qualche volta su quello di report. Ho partecipato solo all'inizio alla lunghissima discussione che c'è stata e che poi è sparita. Conosco le persone bannate, sono persone civili, educate, acute, con un senso civico altissimo. Non hanno mai sforato nell'offesa o nella volgarità, ma hanno dato fastidio chiedendo, pretendendo chiarimenti.
Tutto questo può diventare improvvisamente non interessante perchè barnard ha fatto il nome di grillo?
Grillo sta organizzando un V-day sulla informazione, perchè non affrontare anche questa questione? E' importante o no per la democrazia, per il sistema informazione in italia....la gabanelli non ne parla.
Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 9:51 PM
Ho bisogno di una risposta a questo quesito: io e altri abbiamo ripetutamente postato la lettera aperta (su Censura Legale di Barnard, nda) sul blog di Grillo. Non è mai stata postata. Come mai? Qualcuno sa darmi una spiegazione? Grazie.
Maria Gabriella”

“Posted mar 28, 2008 at 10:03 PM
Prova a spezzettarla, il blog accetta 2000 caratteri per volta.
Mariano.”

“Posted mar 28, 2008 at 10:37 PM
...cmq è vero è da piu di mezzora che cerco di postare su blog di Grillo la lettera aperta su Censura Legale (di Barnard, nda), non riuscendoci... Non mi postano neanche le mie proteste in merito.........
non capisco...........
Mariano.”

“Posted mar 29, 2008 at 1:17 AM
non potevo, non volevo crederci... mi chiedo che senso abbia il v2day sull' INFORMAZIONE se Grillo sul suo blog applica la censura nei cfr. di determinati argomenti.... sono confuso....deluso...
pretendo chiarimenti...chiedo a Roberto Fico, Marco Savarese e Vittorio, e a tutti gli amici del meetup di napoli di pretendere altrettanto.... di chiedere chiarimenti a Grillo.... che questa discussione venga puntinata.”

La notizia che anche Grillo stia censurando sul suo blog rimbalza allarmante a diversi altri snodi italiani dove si raggruppano i seguaci del comico, come Milano, Roma, Bologna, Ladispoli, Carbonia, o Messina:

“Posted apr 13, 2008 at 5:07 PM
Sul BLOG di Grillo i post che contengono il nome di BARNARD vengono censurati. Provate voi stessi e vedrete. Io ho fatto alcune prove, anche camuffando il nome. Niente. Mi pare una questione molto seria. Ne vogliamo discutere?”

“Posted apr 9, 2008 at 9:09 PM
Se ci tappiamo gli occhi di fronte a questa vicenda; se non siamo in grado di rompere quelle che assomigliano alle vecchie regole di omertà e fedeltà alla linea di partito; se non facciamo questo, ora e subito, credo dobbiamo rinunciare ad ogni speranza di cambiamento e di battaglia per la verità. Voglio poter andare al prossimo V-Day con l'animo in pace e con la coscienza pulita
Stefano.”

“Fabio bergonzoni (cipputi) Commentatore certificato 01.04.08 11:09 |
quando mi capita di scrivere un commento non troppo "consono" al blog viene censurato... dio mio c'è del marcio anche qui? ho visto che non capita solo a me. è triste. è sconfortante. non si sa più dove girarsi... non c'è piu niente di pulito.”

Io stesso ricevo diverse mail che confermano puntualmente la censura sul blog di Grillo e di cui offro solo alcuni esempi:

Date: Mon, 07 Apr 2008 15:32:29 +0200
From: Stefano
To: dpbarnard@libero.it
Subject: Di nuovo su censura legale

“Ho provato a spedire un messaggio nel blog di Beppe Grillo, le cui uniche parole riconducibili al tuo caso erano RAI, Gabanelli, Report e Barnard: niente, il messaggio non è arrivato.
Ultimo tentativo, questa volta con le parole camuffate… Ne ho spediti un paio e sono rimasti là almeno una mezz'ora/un'ora (probabilmente erano un po' distratti). Stamattina i miei post erano spariti. Questa vicenda mi disgusta...”

Date: Tue, 11 Mar 2008 12:17:03 +0100
From: mariapiapil@****
To: dpbarnard@libero.it
Subject: Re: Report e Anno Zero

“Ho scritto quanto segue nel blog di Grillo. Non ne ho trovato traccia... Mp.
‘Vorrei esprimere il più totale rifiuto e indignazione verso la Censura Legale di cui è oggetto Paolo Barnard e tutte le persone che in diversi blog e forum....’”

Date: Fri, 21 Mar 2008 18:21:08 +0100
From: sapesci@****
To: dpbarnard@libero.it
Subject: Grillo censura...

“Avevo già segnalato il tuo caso sul sito di Beppe Grillo. Una delle due segnalazioni che ho inviato, quella nel commento più votato, è stata bannata!.... La Gabanelli anche lì evidentemente non si tocca! ma tu resisti... non sei solo!”

Tutto questo accade a meno di un mese dal V2 day di Torino. In sostanza: Beppe Grillo, che sta lanciando la più imponente crociata popolare contro l’informazione “di regime” della storia contemporanea, usa la censura nel suo stesso blog, da lui sventolato ai quattro venti come il futuro della libertà di espressione, come il salvagente della libertà di parola in Italia. Lo fa, aggiungo, perché notoriamente amico intimo di Milena Gabanelli, e fra compagni di ‘parrocchia’… Ma ciò che sarà ancor peggio, è come l'ondata di indignazione di tanti membri dei meet up si spegnerà docilmente al sopraggiungere dell’adrenalinica giornata del 25 aprile, con la sua cornucopia di emozioni, protagonismo per un giorno e trascinamento acritico di tanti da parte dell’istrionico genovese. Eppure non sarebbe stato difficile capire che in gioco vi era un fatto gravissimo, e cioè la scoperta che il grande inquisitore aveva replicato lo stesso odioso comportamento che si accingeva a castigare con feroce intransigenza in tanti altri. E se una frazione di rigore intellettuale e morale fosse riuscita a sopravvivere a quella festa di piazza, i seguaci di Beppe Grillo avrebbero dovuto imporre una riflessione all’intero evento: quella replica ipocrita lo aveva già corrotto fin nelle fondamenta prima ancora di iniziare, inaccettabile continuarlo così.
Ahimè rimane un fatto che da quella data è calato il silenzio su questo caso. Di nuovo, la ‘parrocchia’ dei meet up ha chiuso i portoni, e un libero dibattito sulla gravità del comportamento di Beppe Grillo è rimasto fuori.


Il caso Gabanelli. Il ‘litmus test’.

Quando il parroco chiama a raccolta. E sempre in tema, mi soffermo sulla reazione di alcuni dei più noti rapppresentanti dell’Antisistema italiano a quella parte della mia denuncia su Censura Legale che inevitabilmente ha gettato ombre sulla conduttrice di Report Milena Gabanelli. Essa si è rivelata un litmus test, per dirla all’inglese, e cioè un vero banco di prova. Infatti, nella ‘parrocchia’ che si è chiusa a riccio a protezione della nota giornalista si sono infilati alcuni dei nomi più celebri della compagine dell’informazione antagonista italiana. Non è loro bastata la schiacciante mole di prove documentali che inchiodavano Gabanelli e la RAI; non gli sono bastate le proteste per iscritto con nomi e cognomi dei tanti cittadini censurati brutalmente dalla Gabanelli per aver osato dissentire e chiedere spiegazioni; non è stato sufficiente spiegargli accoratamente che la replica al loro interno dei metodi del Sistema-potere è una bomba a orologeria moralmente inaccettabile e che finirà per delegittimarli danneggiando irreparabilmente tutti gli attivisti italiani. Nulla di tutto questo è servito, e così Marco Travaglio, Aldo Grasso, Lorenzo Fazio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo e persino Piero Ricca si sono schierati in difesa della propria ‘parrocchia’, ciascuno a modo suo.

Prima di continuare preciso e sottolineo: il fatto che il caso Gabanelli sia ricorrente lungo diverse parti di questa narrazione non è segno di un mio accanimento rancoroso, di una malcelata velleità vendicativa, di squilibrio professionale. Le ragioni sono quelle appena citate, e solo quelle: si è trattato di un punto di svolta clamoroso, un episodio che ha per la prima volta squarciato il velo su una dibattito soffocato anche se di fondamentale interesse pubblico: sono veramente diversi dal Sistema-potere i nuovi ‘paladini’ italiani della libertà di parola? Come reagiscono quando sono loro a essere colti in fallo? Possono centinaia di migliaia di italiani fidarsi ciecamente di loro? E in ogni caso, è giusto affidarsi?
Ecco perché quell’affaire ricorre così spesso qui. Mi ha scritto una lettrice: “Gent.le Dr. Barnard, sono rimasta colpita sia dalla vicenda in sé, sia dalle relative implicazioni sociali. Ritengo che quanto è avvenuto sia gravissimo: anche i programmi e le rubriche che (apparentemente) prendono posizione a favore di una cultura della legalità e dei diritti sono, dunque, "sepolcri imbiancati" (per usare un'espressione molto forte ma, credo, non fuori luogo)”.


Marco Travaglio.

La prima volta che portai all’attenzione del giovane cronista di giudiziaria le crepe che si stavano aprendo nel gruppo dei ‘paladini’ fu il 14 dicembre del 2006. Le risposte che mi arrivarono furono dei monosillabi inespressivi e seccati. Mai alcunché sui punti specifici. Fu uno dei primi a ricevere la mia denuncia su Censura Legale, di cui lui stesso è vittima fra l’altro, ma nulla. L’ho sollecitato di recente con una lettera aperta, nella quale gli chiedevo di esprimersi sia sul critico rapporto fra fama/potere e libertà d’espressione (Travaglio è un’idolo nazionale e corre seri rischi in questo), sia sul comportamento della collega Gabanelli. Nessuna replica. Poi ricevo da un lettore quello che Travaglio aveva a lui dichiarato in merito a ciò che gli avevo scritto: “Sono tutte balle (vicenda Gabanelli)” e “Non ho tempo da perdere dietro ai delirii di uno squinternato che mi diffama su internet con processi alle intenzioni (le mie considerazioni su fama/potere e libertà)”. Replico a questo livello di tracotanza offensiva e di ignoranza dei fatti (Travaglio, che è un cronista, evidentemente non sa nulla delle prove documentali che ho fornito in Censura Legale) e fra le altre cose scrivo: “Nessun processo alle intenzioni. Travaglio si è già corrotto. Come fa lui, il censore morale, a stare fisso nel salotto Tv di uno che per prima cosa è un arcinoto raccomandato di lunga data della lottizzazione Tv dell’asse PCI-Sandro Curzi, ma che ha poi fatto scempio del mandato elettorale di tanti italiani per scendere da Strasburgo (dove ha soggiornato a spese dei cittadini) a riprendersi il suo ‘giocattolo’ preferito? Cos’è un mandato elettorale? Un parcheggio temporaneo? Una cura ricostituente? E costui, cioè Santoro, oggi sta in televisione a bacchettare il malcostume della politica (sic). Può Marco dire quanto sopra in faccia a Santoro in diretta ad Anno Zero? Eppure sono fatti conclamati. Può? Lo ha fatto?
Può Travaglio dire che la sua casa editrice Chiarelettere è diventata il fans club di un magistrato e di una fetta di magistratura con tanto di striscione e motto sul sito (caso unico in occidente), facendo così a pezzi il più sacro dei principi dei checks and balances nel giornalismo? Può? Lo ha fatto?.
Può Travaglio spiegarci cosa ci stanno facendo lui e Milena Gabanelli in prima serata Tv dopo che lui stesso ha perentoriamente dichiarato nel 2006 quanto segue:
‘In televisione è vietato tutto ciò che è libero, indipendente e autonomo. Perché? Perché non si sa mai cosa può dire uno libero, che non risponde, non si sa mai cosa potrebbe fare, non si sa mai cosa potrebbe raccontare... Se uno è asservito è controllabile, si conoscono le dimensioni del suo guinzaglio, e si sa anche chi lo tiene in mano il guinzaglio. Chi non ha il guinzaglio in televisione in questo momento non lavora e chi ci lavora in un modo o nell’altro un suo guinzaglio ce l’ha.
Si tratta a volte di scoprirlo, per quelli più furbi, che lo nascondono meglio, per altri si tratta di capire quanto è lungo, ma non c’è dubbio che chiunque lavori in televisione nei posti chiave, che si occupano di informazione, di attualità, o che si occupano disettori limitrofi, il guinzaglio c’è e lo tiene in mano qualcuno. Poi ci può essere qualcuno che ha il guinzaglio e pure è bravo (sic, nda), non è mica escluso, è difficile, ma non è escluso; la regola è comunque che ciascuno deve essere controllabile e ciascuno deve essere prevedibile , ciascuno deve avere qualcuno che garantisce per lui altrimenti sulla base delle proprie forze e delle proprie gambe lì dentro non ci si entra’?”

E ora aggiungo: può Travaglio farci capire come è possibile che il direttore di RAI 3 Ruffini sia, secondo le sue lapidarie parole, un censuratore di professione “perché ha cancellato Raiot di Sabina Guzzanti”, quando lo stesso Ruffini lascia Report in prima serata da più di 4 anni? Lo è o non lo è un censuratore? Oppure è la Gabanelli che ha le spalle coperte? O è Travaglio che diffama a casaccio? Può chiarire?
Può questo giornalista dare conto della sua partigianeria manifesta per un partito politico con tanto di indicazione di voto pre elettorale (IDV e Di Pietro) e di come questo suo comportamento deturpi l’abc della nostra deontologia, che pretende una netta separazione del giornalista dalle fonti del potere che dovrebbe severamente monitorare?
Può infine avere la decenza di leggersi le carte processuali che così chiaramente espongono Milena Gabanelli come collusa con la RAI in uno dei più gravi casi di Cesura Legale, e le testimonianze dei cittadini censurati dalla condutrice di Report? E avrà la coerenza di prendere posizione contro quel malaffare nato nel cuore dell’informazione ‘pulita’, così come lo condannerebbe se praticato da chi non è suo amico personale? Insomma, avrà la forza di non finire a erigere muri attorno all’ennesima ‘parrocchia’?

La risposta a ciascuno di questi quesiti è no. Perché fra ‘parrocchiani’ non ci si tocca, e al diavolo la libertà di pensiero, la libertà d’espressione e l’onestà personale.

Lorenzo Fazio e Aldo Grasso.

Editore di provenienza Rizzoli e patròn della casa editrice Chiarelettere – che pubblica Travaglio, Gomez, Corrias, Barbacetto, Beha ecc. – Lorenzo Fazio ha avuto fra le sue firme sia il sottoscritto che Milena Gabanelli. Da notare che questo editore ospita nel suo sito un blog dal titolo Tiro Libero, spazio dedicato al monitoraggio del giornalismo italiano. Sono ancora in attesa che quel ‘monitoraggio’ dedichi a Censura Legale qualcosa di meglio di tre righe vaghe e fuori tema. La Censura Legale non è cosa da poco, è a tutti gli effetti una minaccia serissima alla libertà di stampa italiana, come conferma mirabilmente un saggio di una delle nostre più rispettate giuriste, Giovanna Corrias Lucente, e che così riassume la serietà della questione: “Sulla testa di ogni giornalista pende oggi la spada di Damocle di una querela per diffamazione. Lui – e il suo giornale – rischia la bancarotta, chi querela assolutamente niente. Anche se la denuncia si rivela infondata, infatti, è quasi impossibile ottenere un risarcimento. Risultato: i giornalisti scrivono sempre di meno e sempre più politically correct, le querele per diffamazione non si contano e i danni morali liquidati raggiungono cifre sbalorditive. Con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa.”. (10) Ma Lorenzo Fazio è della ‘parrocchia’, ha la conduttrice di Report in prima fila fra le firme Vip dei sostenitori della sua impresa editoriale, e dunque zitto, “con buona pace del pluralismo e della libertà di stampa”.

Aldo Grasso, il critico televisivo più caustico d’Italia, uno spirito libero, così dicono. Lo chiamo in febbraio, gli espongo la questione Censura Legale, e lui: “E’ grave, è capitato anche a me, un editore mi ha lasciato solo in tribunale a sorbirmi tutte le grane di ciò che mi aveva pubblicato...”. Bene, replico, allora sai di cosa parlo, ci scrivi due righe sul Corriere? Grasso: “Ma… sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica dovrei vedere meglio...”
Notate bene che non ha detto ‘prima di attaccare un cittadino’, che sarebbe stato solo giusto. Ha detto “un’amica”, cioè il critico televisivo è ‘compagno di merende’ di chi dovrebbe scrutinare. Non demordo, gli mando ogni prova documentale, ogni riscontro nero su bianco, tutto. Lo richiamo dopo quasi un mese, e la solfa è la stessa: “Ma sai… io sono amico della Gabanelli, e prima di attaccare un’amica…”.

Piero Ricca.

Il 2 aprile 2008 mi scrive: “Caro Barnard, vorrei capire meglio la vicenda che la riguarda. Vorrei farle un'intervista, magari video, ma non necessariamente, da far girare on line, a partire dal mio blog. Un cordiale saluto, Piero Ricca”. Ne sono felice, accetto. Lui ribadisce: “M’interessa anche il tuo punto di vista su leadership e responsabilità individuale nel campo della società civile ‘progressista’ o ‘antagonista’…”. Perfetto, ancora meglio. E ancora lui: “Confido in video-intervista sugli sviluppi e il signficato del caso non appena possibile per antrambi”.
Nel frattempo lo rendo edotto di ciò che penso dell’Industria della Denuncia e dell’Indignazione, e glielo dico chiaro, lui c’è dentro fino al collo. Parliamone. Inoltre gli manifesto il mio disagio di fronte a certi suoi, chiamiamoli, eccessi di provocatorietà nel corso dei suoi arrembaggi a Vip politici o finanziari. Il rischio, suggerisco, è proprio quello di replicare metodi violenti nel nome di una autoreferenziale giustezza civica. Piero si risente un poco, me lo comunica. Il tempo però passa, e dell’intervista che mi voleva fare si sono perse le tracce.

Sabina Guzzanti.

Stessa trafila di Ricca, anche lei mi contatta per una intervista, l’11 di febbraio: “Caro Paolo Barnard, dato che sto lavorando a un film documentario sull’informazione vorrei intervistarti e raccogliere la tua testimonianza (sperando che la parola non ti ricordi troppo i tribunali)”. Scottato come sono dall’effetto ‘parrocchia’, decido di mettere le mani avanti: cara Sabina, leggi prima quello che ho scritto di voi Vip alternativi e di ciò che state facendo, poi se ancora vorrai sentirmi… Lei replica: “Caro Paolo, grazie della risposta. Ho letto il tuo articolo e non mi è passata la voglia di intervistarti. Ti chiamerò un giorno di questi per prendere un appuntamento”. Sono ammirato, forse qui si respira aria nuova. Nelle settimane seguenti le mando via mail i dettagli della vicenda Censura Legale, e con essi una sintetica cronaca in diretta della censura che sta calando implacabile su molti utenti del forum di Report man mano che la cosa monta. Le segnalo anche quella del blog di Grillo. Sabina inizia a mandarmi messaggi interlocutori: “Su Grillo mi sono arrivate voci che sul blog ci sia censura, mi pare che la voce si stia spargendo, d’altra parte è pure una sua scelta parlare di quello che vuole…” Le rispondo: “No, scusa, ma hai preso un granchio. Non si tratta del suo diritto di postare ciò che lui vuole. Qui parliamo dei cittadini, i cui contributi lui non deve filtrare, se non in casi di palesi volgarità o illegalità. I post dei cittadini sul suo blog sono liberi, e lo sono sempre stati. Lui cancella quelli scomodi, li censura”.
Sabina di nuovo: “Mi sembra che il senso della tua battaglia debba essere protezione legale da parte degli editori per i giornalisti che si espongono, più che una guerra contro la Gabanelli”. Comprendo subito il pericolo del fraintendimento che talvolta mi accompagna, e cioè la convinzione di alcuni che io mi stia accanendo per un rancore personale contro una giornalista, piuttosto che sui principi di una battaglia per la libera informazione. Replico con fermezza: “Il senso della battaglia è sia contro gli editori che ci abbandonano sia contro chiunque censuri, se mi permetti. Gabanelli sta censurando a man bassa e partecipa a Censura Legale. Cosa devo fare? Il solito ‘compagno di merende’ alla Aldo Grasso o Grillo che con la censura di Mimun sbraitano furibondi ma con la loro amica no? Fammi capire Sabina, la censura puzza di meno se la fa una amica tua o mia? Dimmi come ti posizioni tu, perché qui veramente si fa fatica a capire. La guerra la si fa contro chiunque censuri e se si chiama Gabanelli chissenefrega. O sbaglio?”.
La Guzzanti non si convince, lo scoglio Gabanelli rimane nel mezzo. Poi, quando scrivo di Marco Travaglio ciò che avete letto sopra, Sabina cambia tono, ahimè. Mi premuro di ricapitolarle tutti i punti spinosi, le gravi contraddizioni e i rischi che accompagnano la celeberrima figura del cronista, e concludo: “Sabina, quando si diventa Star non si è più liberi. Perché la fama dà potere, e il potere diventa prioritario rispetto alla libertà. Rileggi i nomi che ho citato (Ivan Illich, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie… Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato, nda), quelli non furono e non saranno mai in prima serata Tv. Va fatto altro, e l’ho scritto e credo che tu l’abbia letto”. Lei: “Caro Paolo, condivido la battaglia perché i giornalisti siano protetti legalmente dalle testate per cui lavorano, non condivido la battaglia anti Gabanelli. Non condivido la battaglia anti Travaglio di cui ho stima.” E di seguito, a proposito dell’impianto generale delle mie critiche ai ‘paladini’ antisistema, la Guzzanti sentenzia: “Francamente mi sembra un’analisi che nasconde frustrazione e rivalsa mal indirizzate”. Dunque, sarei in fondo proprio un rancoroso frustrato che fa battaglie anti qualcuno per rivalsa personale e invidia. Ci risiamo. La mia ultima replica alla Guzzanti sarà dura, le scrivo che in fondo anche lei, messa di fronte all’evidenza scritta nero su bianco della replica fra i suoi colleghi antagonisti della censura e dell’arroganza tipiche del Sistema-potere, sceglie di non prendere posizione, di non vedere. E’ facile, le dico, e soprattutto fruttuoso scendere in campo quando c’è da difendere i censurati Vip, dà visibilità mediatica; ma non vedo in lei lo stesso fervore di giustizia di fronte alla censura degli anonimi Marisetta, Salvo, Silvia, Francesco…, o di fronte alla palese violazione della coerenza morale da parte dei suoi amici Marco, Beppe, Milena, con il pericolo per tanti che ne consegue. Così, amica mia, si sceglie la propria appartenenza alla ‘parrocchia’, non l’interesse comune.
(Non mi ha più risposto. Anche l’intervista con la Guzzanti credo si andata a farsi benedire, ma tant’è)

Beppe Grillo.

Del suo essere ‘’compagno di merende’ della Gabanelli (ma anche di molti altri), e della censura che questa condizione ha generato nel suo blog ho già detto. Vi rivelo solo un ulteriore aneddoto assai significativo: una sua cara amica, di nome Valentina, ex studentessa dell’amico Carlo Belli dell’università di Perugia e attiva nel meet up di Losanna, si interessò a Censura Legale, di cui postò il testo integralmente. Ne seguì uno scambio di mail col sottoscritto e la sua iniziativa di sensibilizzare Grillo con una interpellanza personale. Il comico le rispose: “Dì a Barnard che faremo il V2 day anche per lui”. Di questa risposta faccio notare una sola parola: per piuttosto che con. Non con i temi che Barnard porta allo scoperto. In altre parole: se ne stiano a distanza Barnard e ciò che denuncia, che noi lavoriamo anche per lui (sic).

In conclusione, quanto sopra dovrebbe in un pubblico sano destare una profondissima preoccupazione e molte domande. Ma tornando al punto di partenza, ne rimane una fondamentale: come fa un Paese così intriso nel Sistema e anche nell’Antisistema dalla perenne tendenza alla parrocchialità a difendere la libera espressione e ad esprimere una libera informazione?*

Inutile proporre riforme, leggi, invocare esempi esteri di trasparenza. Fra questi ultimi, per citarne uno, la britannica BBC è perennemente menzionata. E allora diamo una breve occhiata a come è gestita la BBC e da chi. Il suo CDA si chiama BBC Trust; la sua dirigenza è la Executive Board. Il BBC Trust è nominato dalla Regina su consiglio dei ministri del governo. La Executive Board (16 direttori e direttore generale) è interamente nominata o approvata dal BBC Trust. Riflettiamo: tutta l’emittente pubblica britannica, esempio mondiale di indipendenza e qualità, è gestita a cascata da un monarca e dai suoi ministri, attraverso lo strumento del BBC Trust che di fatto controlla tutto quanto è sotto di lui. Un monarca, e dei politici oltre tutto neppure di maggioranza e opposizione, ma solo di maggioranza. E dov’è dunque il tanto celebrato sbarramento alla potenziale lottizzazione e manipolazione della Tv pubblica inglese? Non c’è, o meglio, c’è e si chiama ‘sono inglesi’, tutto qui. Infatti, basta immaginare il trasferimento di un simile sistema di controllo nel sottobosco corrotto e bizantino della nostra Italia e capite benissimo perché in queste righe io insisto sul punto imprescindibile: non va cambiata l’informazione, vanno cambiati gli italiani.

* (e cosa sarà di Canale Zero di Giulietto Chiesa se prima non affronteranno il pericolo ‘parrocchia’?)


Cos’è informare. Cosa fa un giornalista.

Ve lo diciamo noi. Ogni pomeriggio dell’anno i direttori di testata, i caporedattori e giornalisti assortiti si riuniscono e decidono cosa raccontarci il giorno seguente (quotidiani), la settimana entrante (periodici), la sera stessa (Tg). Sul tavolo delle redazioni giacciono pile di notizie, principlamente sotto forma delle cosiddette ‘agenzie’ (dispacci delle agenzie di stampa), ma anche fatti raccolti in ogni modo immaginabile, gossip, segnalazioni, e di rado qualche inchiesta. Dopo alcune ore l’80% di tutta quella roba viene scartato, e il rimanente 20% viene eticchettato in ordine di importanza: titolo d’apertura per questo… questo in evidenza… quello meno… quell’altro solo un accenno, e così via. I criteri di questa selezione e attribuzione di visibilità li sapete bene, sono spessissimo vergognosi, inutile qui ricordarli o ricordare chi li detta (dall’esterno delle redazioni). Ma ciò che è assurdo in tutto questo non è tanto la vergogna dei criteri sopraccitati, quanto il fatto che si dia per scontato nel giornalismo attuale che informare significhi selezionare notizie e offrirle ai cittadini. Questo non è informare. Informare correttamente è invece solo questo: pubblicare, nei limiti degli spazi fisici delle testate, tutte le notizie possibili, il maggior numero possibile. Punto. La selezione di ciò che è importante, e dunque a cosa dare il titolo in evidenza, la farà il cittadino nella sua testa leggendo o guardando le notizie. Ciascuna persona, nella sua libertà di pensiero e facoltà di discernimento, cioè protagonista dell’informazione, farà i propri titoli a caratteri cubitali sul giornale o i propri titoli di apertura del Tg, che di conseguenza nei quotidiani e nei telegiornali dovrebbero scomparire. Ma per potere fare ciò, le persone devono poter avere tutte le notizie che è possibile dare nei limiti delle 24 ore, e non una striminzita cernita precotta e opportunamente enfatizzata rifilatagli ogni santo giorno come l’omogeinizzato al bambino.
I direttori e le redazioni dovrebbero solo verificare l’attendibilità delle fonti delle notizie, e scartare solo ciò che palesemente incita alla violenza, palesemente diffama o palesemente falsifica la realtà. E sottolineo palesemente. Lo spazio per le idee del direttore, delle firme di prestigio, o dell’editore (e dei loro refrerenti inevitabili) dovrebbe essere quello della pagina delle opinioni, o degli editoriali Tv. Parimenti, uno spazio va riservato alle inchieste, saggi ecc. Ma oltre a ciò, la discrezionalità dei giornalisti non dovrebbe esistere. Questi dovrebbero essere i limiti del mestiere di chi pubblica notizie.

Utopia? Mi interessa poco. Di fatto informare dovrebbe essere questo, cioè raccontare al cittadino quello che lui/lei non può conoscere, tutto quello che lui/lei non può conoscere. Non vedo l’alternativa.

Compagni di merende. Il mestiere del giornalista, in Italia più che altrove, è anch’esso male interpretato. La più bella definizione di cosa significhi fare il nostro mestiere l’ho sentita anni fa da una giornalista straordinaria, l’israeliana ebrea Amira Hass. Disse: “Il nostro compito principale è di monitorare le fonti del potere”. Semplice e cristallino.
Monitorare le fonti del potere significa scandagliarne quattro primariamente: le tre della notissima suddivisione di Montesquieu – esecutivo, legislativo e giudiziario – e l’ultimo arrivato, il quarto potere, cioè proprio l’informazione. Per fare ciò, il giornalista necessita di una dote sopra a tutte: saper essere un professionista solo. Significa essere un libero battitore, capace di guardare e se necessario criticare a 360 gradi tutto e chiunque, e cioè gli sconosciuti e i distanti, ma anche i conosciuti e i compagni di strada. In particolare questi ultimi, perché è proprio all’interno del proprio cortile di casa (o ‘parrocchia’) che spesso si annidano i misfatti più difficili da snidare. Ne consegue appunto che il giornalista non deve mai far comunella con alcuno, con i politici, con i magistrati, con i colleghi ecc., e deve tenersi da tutti a debita distanza.
Invece in questo Paese la norma è che i giornalisti facciano ‘parrocchia’ con altri ‘compagni di merenda’, che siano visti a cena con legislatori, in vacanza con industriali o con giudici, allo stadio con amministratori pubblici, ai dibattiti a braccetto coi magistrati, ai convegni coi banchieri, e che se ne vantino. Capita in Italia di vedere dilagare la banda dei quattro col comico, il politico, il cronista e il manager occulto che fanno e disfano mischiando deplorevolmente giornalismo, politica, attivismo, business, manipolazione di massa col codazzo di altri volenterosi giornalisti; capita che un direttore di giornale si vanti dell’amicizia personale con l’ex presidente del Senato grazie alla cui firma il suo quotidiano esiste, in un incredibile conflitto d’interessi; capita che la nota firma di prestigio saltelli con disinvoltura dentro e fuori dai poteri che dovrebbe monitorare, parte PR man-manager-affarista, parte diplomatico-lacché di potente famiglia, e poi di nuovo giornalista, tutto in uno; capita che giornalisti e magistrati si abbraccino a tal punto da sfondare nell’ambito del movimentismo, quasi ci si aspetta di vederli fare picchetti e volantinaggio di fronte ai palazzi di Giustizia. Alla faccia dei checks and balances che la tradizione anglosassone ci ha così opportunamente tramandato. Essere ‘compagni di merenda’, gemelli combattenti, amici degli amici, cordata di colleghi, commilitoni addirittura, è la norma qui da noi nel giornlismo.

Insomma, tutto ciò è grottesco. E nessuno lo nota più. E’ una mischia ormai fuori controllo.

Ma così, chi controlla più chi?


In concreto.

Per dare una pennellata di decenza all’informazione italiana occorre prima di ogni altra cosa puntare il dito sull’informazione che ogni giorno i cittadini di questo Paese si scelgono, e dire a gran voce che non vi è soluzione di continuità fra ciò che noi italiani siamo e i media che abbiamo.

Il lavoro è di ordine epocale, cioè dimenticarci per un attimo delle Caste e metterci davanti allo specchio con vergogna. E avere il coraggio di vedere nei contorni delle nostre fattezze quegli spicchi di Berlusconi, Mieli, Riotta, Lerner, Del Noce, Petruccioli, Ricci, Costanzo, Chiambretti e Sgarbi – e con essi anche tutte verruche nascoste della compagine dell’Antisistema – che emergono dal nostro derma.
Dobbiamo dunque recuperare il senso della nostra importanza di persone, la nostra autostima, e poiché importanti e dunque ciascuno di noi primo cittadino della vita pubblica, dobbiamo decretare inammissibile in noi stessi l’essere meschini, omertosi, disonesti, pigri, accomodanti, egoisti, qualunquisti, bugiardi, indifferenti. Inammisibile cioè che lasciamo scorrere il peggio sotto i nostri occhi senza intervenire, senza pretendere che ciò non accada. Intervenire e pretendere, tutti noi, indipendentemente dallo status sociale o dalla cultura, e dunque cambiare il nostro mondo, la politica e l’informazione.

Un percorso lungo e difficilissimo, lo so. Ma in Italia da qualche anno si era formata una Società Civile Organizzata che prometteva bene. Si trattava di una miriade di organizzazioni con al seguito schiere di cittadini attivi potenzialmente capaci di formare un esercito di creatori di consenso in grado proprio di aiutare gli italiani a fare ciò che ho appena descritto – aiutare, lo ripeto, chi non ha il tempo, il denaro, l’autostima per informarsi, per capire, per intervenire; aiutarli a fare quelle tre cose affiché un giorno si riescano a mettere al centro, a sentirsi imprescindibili e infine a cambiare questo Paese. Se questo esercito avesse lavorato diligentemente, pazientemente, capillarmente, e soprattutto orizzontalmente, avremmo visto in Italia un inizio di cambiamento verso una cittadinanza onesta, consapevole e capace di partecipare. Capace infine di spazzar via ogni Casta politica o mediatica, poiché le Caste sono solo il riflesso di una cittadinanza disonesta, inconsapevole e incapace di partecipare. Sarebbe stato il primo passo verso il goal di cui sopra. Era una promessa, l’unica rimasta.
Invece altro è accaduto, purtroppo. La Società Civile Organizzata si è voluta munire di Guru, Personaggi, Star, in tutto e per tutto replicando le strutture verticali e vippistiche del Sistema massmediatico commerciale. L’ipertrofismo di questi nuovi Guru, come ho già scritto in passato, ha finito per annullare ancor più la capacità di azione dei singoli cittadini attivi, rendendoli dipendenti dal carisma, dalle proposte, e dalla presenza di quelle Star. Infatti oggi in assenza del carisma, della presenza e delle indicazioni di quei Guru pochissimi cittadini agiscono, e all’indomani della feste di piazza, delle serate col personaggio o delle manifestazioni, poco o nulla accade.
Per cambiare questo stato di cose, per cioè riportare i cittadini attivi all’essenziale ruolo di formatori di consapevolezza nei milioni di cittadini passivi, dovrebbe idealmente accadere che i primi si scuotessero dal torpore e dall’adorazione acritica dei loro Guru. Lo auspico.

Nel frattempo però codesti divi dell’Antisistema potrebbero dare una mano compiendo un atto di responsabilità che sarebbe storico, in particolare nell’ambito proprio dell’informazione e di come essa va ottenuta da parte del cittadino. Lo sintetizzo in una battuta: devono sgonfiare se stessi e aiutare le persone a ingrandirsi.

La prima cosa che questi ipertrofici personaggi dovrebbero fare è di restituire alla gente il potere di informarsi. Lo si fa innanzi tutto incoraggiandoli a coltivare l’abitudine al dubbio, ovvero il dubbio che ciò che gli stessi Guru scrivono o proclamano possa essere parziale, miope, sbagliato, addirittura manipolatorio. Il messaggio di apertura nel rapporto col loro pubblico dovrebbe sempre essere: siamo solo fonti di notizie, non oracoli, ascoltateci, ma a debita distanza, fra le tante altre fonti che ascolterete. Così facendo restituirebbero al pubblico il suo ruolo di protagonista che deve farsi la verità da solo, e non apprenderla pedissequamente da un Personaggio visto come un Vate. Si comincia così. Poi ci si rifiuta di fare i Vday, di avere i megablog, di essere fissi in prima serata Tv come Guest Stars, di fare il club esclusivo dei divi antagonisti, di pavoneggiarsi nelle pagine delle opinioni di riviste patinate, e si dismette interamente quell’abito da eroi della nuova resistenza che così tanti vestono oggi con orgasmo. Gli odierni divi della controinformazione dovrebbero lavorare proprio per ottenere che il pubblico non si relazioni più col giornalista Personaggio/divo/esperto, ma che lo veda sempre come un suo piccolo consulente di informazioni fra i tanti. Per far comprendere a chi legge quale dovrebbe essere l’atteggiamento esteriore e interiore di una cittadinanza sana nei confronti di chi li informa, chiuque egli/ella sia, vi chiedo di immaginare come il top management di un gigante industriale – per es. la Microsoft Corporation – si relazionerebbe con un loro consulente. Lo convocherebbe, gli direbbe senza troppe storie “Prego si faccia avanti, ci dica”, lo ascolterebbe e poi “Bene, grazie, si accomodi”. Punto. E il consulente saluta e si mette da parte piccolo e secondario, per lasciare ai manager l’importante compito esecutivo. Ora, un pubblico di cittadini sani dovrebbe sentirsi come il management, cioè al centro del potere e delle decisioni, e gli odierni giornalisti/divi/esperti si dovrebbero ridurre al ruolo del consulente. Questo dovrebbero fare i Travaglio, Guzzanti, Grillo, Barbacetto o Gomez ecc.

Oggi purtroppo accade l’esatto contrario: il giornalista/divo/esperto troneggia, sentenzia e lancia il diktat, e il pubblico piccolo piccolo lo adora, lo ammira, e peggio, si raggruppa in fans club e ‘parrocchie’ dal seguito quasi sempre acritico. Ed è tristemente emblematico che l’immaginario colloquio che ho sopra descritto sia nella realtà di oggi esattamente il modo in cui, al termine della serata-dibattito con l’esperto/divo, viene invece accolto il pubblico quando chiede timidamente la parola: “Prego si faccia avanti, ci dica”, e poi “Bene, grazie, si accomodi”, cioè torni piccolo piccolo.

In questo modo la gente è solo sospinta a rimanere secondaria, cioè si annulla e non crescerà mai. Così l’Italia non cambierà mai. L’informazione italiana meno che meno.

Paolo Barnard


1) http://www.beppegrillo.it/2008/05/in_memoria_del_giornalista_beppe_alfano.html)

2) Corriere della Sera, venerdì 16/5/2008

3) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

4) Ripartire dal basso (subito). Centrofondi.it – L’economia per tutti. 21 sett. 2007

5) http://www.hrw.org/backgrounder/asia/afghan-bck1005.htm Military Assistance to the Afghan Opposition, Human Rights Watch, Ott. 2001

6) http://www.greenleft.org.au/2003/556/29437 John Pilger: Bush's `war on terror' is a cruel hoax, 1 Ott. 2003, Green Left Online

7) http://www.disinformazione.it/lettera_paolo_barnard.htm

8) http://www.disinformazione.it/censura_legale.htm

9) http://polinux.altervista.org/index.php

10) Il business della diffamazione. Giovanna Corrias Lucente, Micromega, 29-06-2007


Ato, stretta di mano tra i comuni del No

Fonte
Segnalato da Valerio


Tredici comuni di tutte le parti politiche hanno firmato l’istanza
da spedire in Regione per evitare il commissariamento a causa della mancata adesione all’Ato

Ato, stretta di mano tra i comuni del No

22 Maggio 2008

Tradate - Da Rifondazione comunista alla Lega Nord, da Forza Italia alle liste civiche vicine al centrosinistra. Sono per ora tredici i comuni di tutta la provincia che hanno firmato l’istanza da presentare in Regione per motivare la mancata adesione al consorzio dell’Ato (per la gestione dell’acqua), atto che potrebbe portare a un commissariamento dei comuni stessi.
Nel documento, i firmatari chiedono di «non dare corso alla diffida» dei “comuni ribelli”, che si rifiutano di far convergere la proprietà delle reti idriche in un'unica società, e che mettono in discussione l'obbligo di affidamento in gestione tramite gara, ai privati.
«I comuni firmatari – si legge nell’istanza – esprimendo la volontà di aderire al Consorzio dell’Ato, non possono che subordinare la stessa adesione alla necessità che lo statuto, la convenzione del Consorzio e il modello organizzativo dell’Ato rispettino degli orientamenti giuridici comunitari e le disposizioni normative statali e regionali, generali e di settore».
In sostanza, i comuni contestano la legge regionale che, a differenza di quella statale, non prevede l'afidamento in gestione diretta ai comuni del servizio di erogazione.
Nell’istanza proposta dal sindaco di Tradate, Stefano Candiani, e messa a disposizione dei Comuni da mercoledì sera, hanno per ora firmato 13 comuni, di tutte le parti politiche: Tradate, Biandronno, Gerenzano, Castelseprio, Mornago, Albizzate, Besnate, Venegono Inferiore, Venegono Superiore, Daverio, Castiglione Olona, Casciago, Cocquio Tresisago.
«Nei prossimi giorni manderemo il documento a tutti gli altri comuni della provincia – spiega il sindaco di Tradate -, così tutti potranno prendere visione delle normative a cui ci rifacciamo per motivare la nostra scelta. Quando avremo raccolto tutte le firme, a breve manderemo l’istanza in Regione».


http://www3.varesenews.it/saronno_tradate/articolo.php?id=99394 http://www3.varesenews.it/saronno_tradate/articolo.php?id=99266 http://www3.varesenews.it/saronno_tradate/articolo.php?id=99529 http://www3.varesenews.it/saronno_tradate/articolo.php?id=99405

Acqua, scoperto un pozzo nel piazzale della biblioteca

Fonte


Acqua, scoperto un pozzo
nel piazzale della biblioteca
Dieci litri al secondo all’acquedotto per fronteggiare
l'eventuale siccità. Altro probabile importante pozzo in Villa Mangiagalli

diManuel Sgarella Mercoledi

23/04/2008


Tradate - Un rigagnolo d’acqua usciva mercoledì mattina dal piazzale della biblioteca Frera, ma non si tratta del recente allagamento che ha colpito la struttura (costretta a chiudere per due settimane), bensì dell’acqua che fuoriusciva dal pozzo dove l’amministrazione sperava di trovare una falda da collegare all’acquedotto. E così la buona notizia è arrivata: oltre 10 litri al secondo andranno a contribuire all’acqua di Tradate, dopo le crisi idriche delle ultime estati che hanno visto il sindaco arrivare anche a drastici provvedimenti come il divieto di bagnare i giardini 24 ore su 24.

“Buone notizie arrivano anche dal piezometro di Villa Mangiagalli – commenta soddisfatto il sindaco Stefano Candiani -, dove il pozzo dovrebbe fornire altri 10 litri al secondo. Questo permetterà di poter chiudere temporaneamente il pozzo di via rispondo, uno dei principali della città”. Infatti da tempo il pozzo ha bisogno di una corposa manutenzione, ma l’abbassamento della falda non aveva permesso di poter operare in tranquillità. “Ora potremmo effettuare l’intervento necessario. Per il futuro non posso sbilanciarmi; sicuramente, grazie anche alle finora abbondanti piogge, possiamo affrontare l’estate con più serenità, ma è meglio essere sempre prudenti”.


Report assemblea nazionale forum italiano dei movimenti per l’Acqua

Fomte



Report assemblea nazionale forum
italiano dei movimenti per l’Acqua

di Marco Bersani

15/3/2008

Roma - Presenti: 80 persone provenienti da reti nazionali e da realtà e movimenti delle seguenti regioni: Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia.

L’assemblea aveva come unico punto all’ordine del giorno il confronto sul percorso del movimento per l’acqua, a partire dalle proposte contenute nel documento del coordinamento nazionale, inviato a tutte le realtà territoriali a fine gennaio e oggetto di consultazione locale e regionale nei mesi scorsi.

I punti fondamentali del documento sono riassumibili nell’obiettivo di consolidare il movimento per l’acqua e di approfondire la sua capacità di intervento e mobilitazione a livello locale e nazionale.

La discussione, ricca e articolata, oltre a consentire un ulteriore aggiornamento sulle diverse vertenze e mobilitazioni territoriali, ha segnalato una forte condivisione sugli elementi sostanziali del percorso proposto.

E’ stato così deciso un percorso che porti il movimento a tenere nell’autunno prossimo il secondo Forum italiano dei movimenti per l’acqua, arrivandoci con un percorso articolato e costruito dal basso.

In questo senso, un appuntamento intermedio di costruzione dello stesso sarà costituito dai Forum regionali, che si propone di tenere in tutte le regioni possibili, come costruzione di piattaforme regionali complessive sulla questione dell’acqua, che mettano insieme la lotta per la gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico con le mobilitazioni per la tutela complessiva della risorsa e dei territori.

Da un secondo versante, l’avvio dei sette Gruppi di Lavoro nazionali (Consulenza legale e giuridico amministrativa/ Costituzione Osservatorio Acqua / Controinchiesta Multiutilities / Rete dei Lavoratori / Coordinamento Enti Locali / Acque Minerali / Rete europea e internazionale) dovrebbe consentire loro un percorso finalizzato a portare proposte concrete al Forum del prossimo autunno.

Si è condivisa la necessità di tenere alto il livello dell’attenzione nazionale sulla legge d’iniziativa popolare e sulla campagna per la ripubblicizzazione dell’acqua e di immaginare la necessità di una costante mobilitazione, anche a fronte di un prossimo quadro politico post-elettorale, in cui l’acqua e i beni comuni prevedibilmente verranno messi ancor più sotto attacco..

A questo proposito, si è deciso di attraversare la campagna elettorale, producendo una dichiarazione del popolo dell’acqua che renda chiaro a tutti gli schieramenti e le forze politiche la nostra comune volontà di mobilitazione permanente per l’ottenimento degli obiettivi prefissi.

Si è inoltre deciso di lanciare per la fine di maggio / inizio giugno una Giornata nazionale di lotta per la ripubblicizzazione dell’acqua, con iniziative di lotta in tutti i territori e per spingere per l’immediato riavvio dell’ iter della nostra legge d’iniziativa popolare.

La discussione ha confermato come i soggetti su cui possa imperniarsi la lotta per l’acqua pubblica siano i cittadini organizzati nei comitati e i lavoratori del servizio idrico, e come questi possano trovare forte interlocuzione con quegli enti locali che hanno deciso di schierarsi per la ripubblicizzazione dell’acqua, mettendo in campo politiche concrete in questa direzione.

La discussione ha inoltre confermato la necessità che la grande forza acquisita dal movimento per l’acqua nella costruzione della vertenza per tutto il 2007, debba oggi essere riversata nelle mobilitazioni attorno ad alcune vertenze territoriali, che devono diventare realtà in cui si prova a concretizzare qui e subito la ripubblicizzazione dell’acqua (l’asse Arezzo-Viterbo-Latina, il Sarnese-Vesuviano, per fare solo alcuni esempi) anche per ottenere risultati che abbiano effetti moltiplicativi su tutte le altre e sulla campagna complessiva..

Da più parti si è sottolineata ed è stata unanimemente condivisa la necessità che il Forum italiano dei movimenti per l’acqua rafforzi i suoi legami internazionali, sia attraverso il percorso già avviato di costruzione della rete europea che culminerà al FSE del prossimo settembre in Svezia; sia rinsaldando i rapporti con i movimenti nel mondo in direzione della comune lotta. E’ stata assunta la proposta di lavorare con le comunità colombiane presenti in Italia per raccogliere le firme dei cittadini colombiani per il referendum che i movimenti per l’acqua hanno promosso in Colombia.

Molti interventi, anche questi unanimemente condivisi, hanno sottolineato la necessità di una più forte relazione tra il movimento dell’acqua e i movimenti in lotta per le altre vertenze sui beni comuni e sui servizi pubblici. Questo sia per una naturale necessità di allargare le possibilità di difesa comune contro le future spinte alla mercificazione dei beni e alla privatizzazione dei servizi, sia per costruire virtuosi intrecci tra vertenze e movimenti che lottano per la democrazia dal basso. Queste connessioni potrebbero avvenire- e in molte situazioni già avvengono - a partire dai territori concreti. Un forte movimento per l’acqua è anche quello che può rendere più percorribili questi percorsi.

Su sollecitazione di diversi interventi si è anche affrontato il ruolo del coordinamento nazionale che, se troppo identificato con le funzioni di segreteria operativa, rischia di divenire un ambito che, per esigenze di veloce consultazione e di conseguente convocazione in giorni feriali, si muove con dinamiche chiuse a autoreferenziali.

Si è di conseguenza deciso di considerare il coordinamento nazionale uno spazio aperto alla partecipazione di tutte/i, sollecitando tutte le realtà regionali a garantire presenza continuativa. Perché questo sia possibile, si è deciso di riunirlo con frequenza più o meno mensile, in giorni non lavorativi e riprendendo la modalità itinerante di riunirlo ogni volta in regioni diverse.

L’assemblea si è data appuntamento per fine maggio/inizio giugno, con l’obiettivo di fare il punto sul nuovo quadro politico nel frattempo delineatosi, sullo stato dell’arte dei Gruppi di Lavoro nazionali, sui percorsi dei Forum regionali e sulle vertenze in corso.

Synergy: si allungano i tempi di consegna

Fonte



Synergy: si allungano i tempi di consegna

Ancora ritardi per la struttura
che doveva essere già terminata

8 Marzo 2008

VENEGONO SUPERIORE - L'affaire Synergy torna a far parlare di sé a Venegono Superiore. La Commissione creata per controllare lo stato dei lavori si è riunita in Comune giovedì sera per fare il punto della situazione. Una situazione che sembra non essere particolarmente florida: sono infatti slittati ancora i tempi di consegna dell'opera da parte di Aler. Ennesimo rinvio, dato che secondo i termini della convenzione la struttura doveva essere già terminata da tempo. Ma Aler, nel marzo dello scorso anno, ha chiesto un anno di proroga, poi trasformato in un anno e mezzo a causa dell'emergenza idrica che in estate avrebbe rallentato i lavori. Il cantiere però, che dovrebbe arrivare al dunque in autunno, sembra lungi dal rispettare i nuovi termini per la consegna. A preoccupare la commissione non sarebbe solo la lentezza esasperante con cui stanno procedendo i lavori, ma anche le problematiche legate agli spazi comuni, per i quali non è ancora stato trovato ùn gestore. Disagi che fanno sentire il loro peso su un progetto che, sin dall'inizio, è stato duramente, contestato dalla minoranza e da una buona fetta di popolazione. «Il ritardo nei lavori è spaventoso,- ha confermato il presidente della Commissione Synergy Bruno Zoccola -. Il cantiere, oltre a essere praticamente fermo, è anche carente in sicurezza e qualità. Basta poi fare un semplice sopralluogo per capire come chiunque possa introdurvisi liberamente.
La gestione è un altro punto oscuro: la parte comune non è ancora stata definita, prima si aspetta di trovare un ente gestore. Ma in questo modo, oltre a rallentare ancora di più i lavori, si rischia che il progetto venga terminato solo dopo l'arrivo degli anziani, che saranno costretti a vivere accanto a un:cantiere rumoroso. L'Amministrazione pensava che il progetto sarebbe stato una passeggiata, senza costi per il Comune. Ora 1 situazione rischia di precipitare, e il tanto decantato "costo zero” è sempre più un miraggio». Della stessa opinione Massimo Tafi di "Venegono Democratica": «Synergy, ovvero “anno zero” - ironizza il consigliere -. Lavori fermi, e nessun passo avanti sulla gestione. L'Amministrazione è in buona fede, però è stata una follia accettare il progetto a scatola chiusa senza immaginare la complessità di una ,simile struttura sul territorio». Più ottimista Giancarlo Poletto, assessore ai Lavori pubblici: «Aler è in ritardo per diverse ragioni - ha ammesso - e la situazione, dal punto di vista organizzativo è ingarbugliata, dato che il progetto ha carattere sperimentale. Il prossimo mercoledì ci sarà un tavolo tecnico con Mario Scotti, assessore regionale alla Casa e Opere Pubbliche, Aler e Comune per definire l'esatta cronologia della consegna. Se il cantiere riprende a pieno ritmo, ci potrebbero volere non più di sei mesi. Sono fiducioso che l'incontro tra gli enti metterà a posto i tasselli mancanti». (a.m.)

Acqua, si cercano nuovi pozzi. Livello falda stabile

Fonte


Acqua, si cercano nuovi pozzi.
Livello falda stabile

Il comune ha iniziato a scavare in zona Cascina Villafranca,
nel Parco Pineta. All’opera anche in altre aree della città


7 marzo 2008

Tradate - Il livello della falda a Tradate è stabile, ma si scavano nuovi pozzi. Dopo quello che si sta attuando nel piazzale della biblioteca e nella zona di Villa Mangiagalli, si sta scavando in questi giorni anche nella zona Cascina Villafranca, in pieno Parco Pineta, nella zona alta della città. L’obiettivo dell’amministrazione comunale è quello di poter aumentare la quantità d’acqua che entra nell’acquedotto comunale in maniera tale da evitare si possano verificare durante l’estate periodi di siccità.
«Non ci sono allarmi allo stato attuale dei fatti – spiega il sindaco Stefano Candiani -, il livello della falda è stabile. È vero che il mese di febbraio non è piovuto per nulla rispetto agli anni scorsi, ma è anche vero che il mese di gennaio è stato un mese di piogge abbondanti. Tutto dipende da come si evolve il tempo nei prossimi mesi. Noi, intanto, stiamo facendo la nostra parte».
Infatti, sono già stati presi accordi con il Comune di Venegono Inferiore e gli acquedotto sono già stati messi in rete per poter fronteggiare una eventuale crisi ed aiutarsi a vicenda tra le due città.

L'acqua è nostra e guai a chi ce la tocca

Segnalato da Valerio
Fonte



«L'acqua è nostra e guai a chi ce la tocca»
Intervento della Lega Nord in vista del consiglio comunale in cui sarà discussa anche la mozione sulla risorsa acqua


riceviamo e pubblichiamo


Saronno - Nel Consiglio Comunale di giovedì si discuterà anche di ATO, ovvero di gestione della rete idrica. La Lega di Saronno interverrà sulla questione, visto che in una passata seduta di Consiglio Comunale ci era stato impedito di parlare.

La Lombardia, insieme a tutta la Padania, è un ambiente in fragile equilibrio. Abitiamo sopra due zolle tettoniche che, scontrandosi, stanno scorrendo l'una al di sotto dell'altra. La Padania sprofonderebbe sotto il livello del mare se non ci fosse il Po con i suoi affluenti. L'acqua è una risorsa primaria per la Padania perché senza acqua la nostra terra non esisterebbe, così come l'Olanda non esisterebbe senza le dighe. Questo è un dato sicuro da cui bisogna far partire il nostro ragionamento.

Oggi non possiamo privatizzare l'acqua per rincorrere una falsa efficientizzazione della distribuzione che servirà solamente per distribuire poltrone ai tesserati di partito. Non possiamo permettercelo: pena il finire sott'acqua. Stiamo perdendo il senso dell'importanza delle cose. In un paese normale quando sono in ballo questioni così importanti non si discuterebbe nemmeno su questo argomento.

Oggi i Comuni gestiscono l'acqua con senso di responsabilità, perché sono direttamente controllati dai cittadini. Se dovesse mancare l'acqua, i cittadini saprebbero subito chi incolpare. Il sistema è
responsabile e funziona bene. L'acqua è patrimonio ambientale delle nostre comunità locali e non va
svenduto come una cosa di poco valore. La proprietà delle reti è e deve rimanere dei nostri Comuni, guai se dovesse succedere il contrario. L'acqua è del popolo padano e guai a chi ce la tocca.

ACQUA PUBBLICA, DAL BASSO SI PUÒ!

ACQUA PUBBLICA,
DAL BASSO SI PUÒ!

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Roma, 14 - 15 - 16 Marzo 2008
Si scrive ACQUA, si legge DEMOCRAZIA

3 giorni per l’acqua pubblica

- per fare il punto sul percorso sin qui compiuto e sulle prossime tappe
da intraprendere per consolidare ed estendere le battaglie condotte dal
popolo dell’Acqua;

- per dare forza alla vertenza in corso sul territorio
della provincia
di Latina;

- per dimostrare con la presenza concreta che la battaglia per la
ripubblcizzazione dell’Acqua nell’Ato di Aprilia-Latina è una vertenza
di tutto il movimento per l’Acqua.

Programma delle giornate

14 marzo Bassiano (LT)
Ripubblicizzare l’acqua, ricostruire la democrazia locale
ore 16.00 Auditorium Comunale

15 marzo Roma
Assemblea nazionale Forum Italiano Movimenti per l’Acqua
ore 13 Via S. Ambrogio 4

16 marzo Aprilia
Manifestazione nazionale
Acqua: gestione pubblica e partecipata
ore 14 Piazza Roma

Rete Europea dei Movimenti per l’Acqua

Comunicato Gruppo internazionale del Forum Italiano dei movimenti dell’acqua

Rete Europea dei Movimenti per l’Acqua

Assieme in Europa



Venerdì 22 e sabato 23 Febbraio, a Milano, in due giorni di intenso lavoro orizzontale e paritario, svoltosi in un clima assolutamente fraterno, si sono gettate le basi per la costruzione della Rete Europea dei Movimenti dell’Acqua: pubblica, bene comune e diritto umano.

Basi solide, politiche e umane, che ci hanno fatto sentire come parte di un unico progetto politico, di un’unica militanza.

In questo clima hanno partecipato e si sono confrontati il Forum dei movimenti italiano e le reti e le ONG italiane ed europee presenti numerose e provenienti da 7 Paesi europei oltre all’Italia (Spagna, Grecia, Francia, Belgio, Svizzera, Slovenia e Olanda), mentre un importante contributo è stato portato da Juan Camilo della Red Vida la rete continentale Americana.

In questo modo si rafforza il percorso strutturato in reti continentali: rete Americana, rete Africana, rete Europea, rete Asiatica.

La due giorni di Milano ha dunque concretizzato quella che era diventata una esigenza ormai unanime e inderogabile: la costruzione delle Rete europea per l’Acqua, che da sabato 23 ha ufficialmente iniziato a tracciare le linee politiche e gli appuntamenti da gestire insieme: Expò di Zaragoza, Forum Sociale europeo, Forum Sociale Mondiale di Belém, Forum Mondiale dell’Acqua di Istanbul.

La bozza di un documento unitario è già stata delineata nei suoi punti essenziali:

- i principi ispiratori del diritto umano, del bene comune non mercificabile, del governo pubblico;

- gli obiettivi orientati alla politica dell’Europa, del WTO, del’ONU, dei Forum Mondiali, allo scambio di esperienze tra realtà, al rafforzamento del partenariato pubblico/pubblico, alla crescita del movimento nelle pratiche e nell’estendersi ad altre realtà in particolare all’est europeo;

- le modalità di funzionamento ispirate all’orizzontalità, all’inclusività e al coordinamento leggero;

- la necessità di attivare attori europei diversi, quali i sindacati, gli amministratori locali, le imprese, le religioni e di favorire la partecipazione delle ONG europee in comuni progetti di cooperazione.

Sono stati responsabilizzati 4 facilitatori per la stesura di un documento più organico da mettere in discussione e sul quale raccogliere l’adesione di tutte le realtà europee.

Un buon lavoro e un grande risultato, un passo avanti verso il movimento mondiale dell’acqua, dei beni comuni, un movimento per la vita.

Il gruppo internazionale del Forum Italiano dei movimenti dell’acqua

Un rubinetto di risparmi

Fonte


Un rubinetto di risparmi

14/02/2008

Pesanti pacchi da portare in casa, una spesa annuale di circa 300 euro. La famiglia Spendobene fa i conti con l'acqua minerale che tutti in famiglia bevono in abbondanza e scopre che quella potabile che arriva direttamente a casa ha la stessa qualità. E costa cifre molto ma molto più basse

by MiaEconomia®

Che fatica i pacchi di acqua minerale. Già, perché prima di berla il buon Spendobene deve prendere la sua auto, andare al supermercato, fare la spesa, poi la fila per tornare a casa e, infine, la faticaccia di portare le bottiglie a casa. E meno male che c'è l'ascensore.

Un po' per pigrizia, un po' per curiosità, la signora Spendobene decide un bel giorno di capirci qualcosa, magari c'è una soluzione alternativa, magari può trovare qualcuno che faccia la consegna a domicilio delle casse di acqua. E invece, girando su Internet, scopre che per qualche misterioso motivo gli Italiani sono i maggiori consumatori al mondo di acqua minerale, ne bevono più di 190 litri a testa ogni anno, quasi il doppio degli altri europei, e alimentano un giro di affari da 3,2 miliardi di euro.

E non c'è scampo, nel nostro paese il 98% delle persone fanno uso acqua in bottiglia. A quel punto la signora Spendobene accantona la ricerca della consegna a domicilio e inizia a concentrarsi su ben altro. Legge che l'Italia è ricchissima di acqua, che le nostre acque del rubinetto sono, nella stragrande maggioranza dei casi, molto pulite e molto controllate. Per fare un esempio, l'acqua del rubinetto di Venezia passa attraverso 4.400 analisi. Già, il rubinetto! Non ci aveva mai pensato.

LETTERA INVIATA A TUTTE LE SEDI UNESCO DEL MONDO

LETTERA INVIATA A TUTTE LE SEDI
UNESCO DEL MONDO

AVENDO CREATO QUESTO COMITATO E CREDENDO FERMAMENTE IN QUELLO CHE FACCIO, COMPROMETTENDO LA MIA STESSA VITA PRIVATA,VI INVIO NOSTRA LETTERA INVIATA ALL'UNESCO E CERTO DELLA VOSTRA SENSIBILITA' AL PROBLEMA, SAREI FELICISSIMO DI UN VOSTRO APPROFONDIMENTO IN TAL SENSO, GUALDO TADINO EX CITTA' DELLE ACQUE (COME TANTE ALTRE REALTA' IN TUTTA ITALIA) NON PUO' CEDERSI COSI AD UN PROFITTO DI POCHI CONTRO L'INTERESSE DI TUTTI. CORDIALMENTE VI SALUTO.
ALESSANDRO BRUNETTI


comitatoproacqua@libero.it


all’attenzione di: Unesco


Oggetto: sollecitazione per emergenza idrica Comune di Gualdo Tadino

Vi inviamo la presente per significare quanto di seguito.
Il Comitato Pro Acqua Gualdo, è un’associazione di cittadini che si batte per la tutela della risorsa acqua.
Gualdo Tadino è una cittadina che è sita in Umbria nella Provincia di Perugia, dove vi erano importanti sorgenti, dalle quali proveniva l’acqua che alimentava buona parte dei fiumi della regione Umbria, e tutta la città.
Abbiamo appreso che la città di Perugia capoluogo della Regione Umbria, è divenuta centro di importanza internazionale per la salvaguardia dell’acqua dell’intero pianeta essendo attualmente sede del Segretariato del World Water Assessment Programme (WWAP).
Grazie a tale investitura della città di Perugia, la Regione Umbria ha assunto un ruolo prezioso di baluardo per la difesa del bene comune acqua.
Perugia è stata scelta in quanto ha riscosso la fiducia dell’Unesco e del Ministero dell’Ambiente, nonostante molte città italiane ed estere ambissero a divenire sede del WWAP.
Primo compito di chi si impegna a promuovere la cultura dell’acqua e la tutela di tale elemento, in quanto primaria fonte di vita; non può non tenere nel dovuto conto gli usi che ne vengono fatti, ed in particolare il fatto che c’è chi lo vuole utilizzare ai soli fini del profitto.
Il Comitato pro Acqua Gualdo, vuole porgere alla Vostra attenzione il fatto che nella Regione Umbria vi sono svariate vertenze inerenti al problema acqua.
In particolare nel territorio del Comune di Gualdo Tadino si sta verificando una crisi idrica di preoccupante portata, non piove più come nel passato e le precipitazioni nevose si sono azzerate, è sufficiente la semplice consultazione dei dati pubblicati dall’Arpa sulla sezione ambiente del proprio sito (www.arpa.it), dal quale si evince in maniera inequivocabile che le sorgenti sono ormai a livelli minimi, pari allo zero.
Nonostante ciò le società di imbottigliamento che vi sono nel nostro territorio continuano ad operare indisturbate, anzi le competenti autorità amministrative provvedono ad allargare le concessioni minerarie per consentire l’aumento della portata degli emungimenti dell’acqua, ed a concedere ulteriori permessi di ricerca da ultimo ne sono esempi la Determina Dirgenziale n.1990/2003, e la n.1654/2006 etc. etc…
Oltre al nostro Comitato, da quasi un ventennio si batte per la difesa dell’acqua nel comprensorio anche il Comitato in Difesa del Rio Fergia, il quale di recente ha proposto ricorso al Tar Umbria per chiedere la revoca della Determina Dirigenziale 4860 del 25/05/2007 della Regione Umbria, rilegata ad una societa’ che agli atti sembra essere collegata ad una nota azienda di imbottigliamento sita nel nostro comune, si consentirebbe un ulteriore e pesante sfruttamento industriale dell’unico bacino che alimenta il territorio del Comune di Gualdo Tadino, i suoi fiumi e le sorgenti.
Ricordiamo che i ricorsi proposti sono supportati dalla relazione tecnica del luminare Prof. Luigi Tulipano in quale insegna all’Area di Geologia Applicata dell’Università la Sapienza di Roma che dimostra, i gravi danni che si stanno apportando al predetto bacino idrico, ed al territorio.
Le politiche poste in atto secondo noi sono scellerate e senza senso.
Oltretutto c’è da ricordare che è stato dichiarato lo stato di emergenza a partire dal mese di giugno 2007 dal Governo Italiano anche per i nostri territori.
Non paghi di questo i nostri amministratori ci dicono che tutto va bene, e che la crisi idrica riguarda solo i cittadini, mentre i prelievi industriali fatti a scopo commerciale non influiscono sulla crisi stessa, e che problemi dipendono solo dalle inefficienze del servizio idrico cittadino, data la sua vetustà.
Da ultimo data la gravità della situazione, la società di gestione del servizio idrico Umbra Acque Spa, per cercare di affrontare la predetta emergenza, ed in qualche modo di rimpinguare una delle sorgenti di smistamento che alimentano l’acquedotto del Comune di Gualdo Tadino, ha provveduto ad effettuare attraverso autobotti trasferimenti di acqua dalla vicina città di Gubbio (196 trasferimenti).
Nella Regione dell’Umbria, dove viene ospitato il Segretariato Generale del WWAP, gli organismi amministrativi e di governo da un lato si pongono l’obbiettivo di sviluppare un uso sostenibile dell’acqua attraverso strategie a livello regionale, nazionale e locale con equo accesso al bene acqua stesso, dall’altro adottano politiche, autorizzano e dispongono provvedimenti che hanno gli effetti di procurare ingenti danni ambientali ed alle risorse idriche del nostro territorio.
Di fatto la politica attuale è quella di continuare ad effettuare la escavazione di nuovi pozzi perché e necessario andare a reperire l’acqua sempre più in profondità, dato che le acque superficiali sono praticamente esaurite.
Così l’acqua non affiora più ed il primo evidente effetto è che le portate dei fiumi sono del tutto inconsistenti, con le conseguenze che si possono ben immaginare.
Bacini naturali che si sono formati in migliaia di anni, oggi sono stati ridotti a poco più di un colabrodo, nel perseguimento di un interesse di mercato, ripetiamo un profitto di pochi contro l’interesse di tutti, Questo sempre secondo noi è un atteggiamento intollerabile ed incosciente.
Il Comitato Pro Acqua Gualdo, nato in conseguenza della crisi idrica nel nostro territorio, e per fronteggiare la stessa, e nell’intento di tutelare il bene acqua, si è trovato a lottare anche avverso i provvedimenti della pubblica amministrazione che dovrebbe essere la prima istituzione ad avere cura del bene dei cittadini.
Siamo certi che una simile situazione meriti la Vostra attenzione e che non possa essere ignorata in nessun paese del mondo, a maggior ragione nella Regione Umbria che è appena divenuta paladina della difesa dei diritti dell’intero pianeta in materia di acqua.
Come comitato cittadino, alla luce di questa contraddittoria situazione, chiediamo alla Vostra istituzione supporto per il raggiungimento del comune obbiettivo di tutela e cura del bene acqua, quale diritto primario dell’uomo.
Nel ringraziarvi per l’attenzione prestataci il Comitato Pro Acqua Gualdo invia.

Distinti Saluti.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO
COMITATO PRO ACQUA GUALDO
GUALDO TADINO 10/12/2007

Aspem, offerta ufficiale di Linea Group

Secondo voi...
l'amministrazione comunale,
le oppozioni cosa ne pensano ?

Stiamo all'erta

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Aspem, offerta ufficiale di Linea Group

La multiutility che raggruppa le ex municipalizzate del sud Lombardia,
Cremona, Crema, Pavia, Rovato e Lodi ha fatto l'offerta all'azienda varesina


5 Febbraio 2008

Varese - Linea Group, la multiutility che riunisce le ex municipalizzate del sud Lombardia, Cremona, Crema, Pavia, Rovato e Lodi, adesso punta su Varese.
L'operazione dovrebbe essere completata entro la prima metà dell'anno. Già trapelata durante l'assemblea del 31 gennaio, l'ipotesi di un ulteriore allargamento è stata confermata con l'offerta ufficiale. La risposta da Varese è attesa entro marzo.
L'Obiettivo della holding è consolidare la presenza sul mercato nazionale e acquisire dimensione e massa critica.
La crescita è continuata anche quest'anno con l'ingresso, il primo gennaio, della ex municipalizzata di Crema. Nei mesi scorsi, il Gruppo Aspem era stato al centro di diverse ipotesi: dalla cessione del 40% del pacchetto azionario a una cordata composta da Acsm Como, Bas Bergamo e Agesp Busto Arsizio all'aggregazione in Prealpi Servizi, la società formata dalle ex municipalizzate di Varese, Busto Arsizio e Gallarate.
L'ingresso del nuovo partner nella holding avverrebbe con uno scambio azionario. Nel 2006 Linea Group ha prodotto ricavi per 485 milioni di euro, con un margine operativo lordo di 55 milioni. Gli abitanti dei Comuni serviti sono piu' di un milionee 1.100 i dipendenti.

Elezioni RSU Agesp SpA

Fonte

Elezioni RSU Agesp SpA
Si impone Cgil davanti a SdL,
che contesta i meccanismi di attribuzione dei rappresentanti

Giovedi 7 Febbraio 2008

Busto Arsizio - Lunedì 4 febbraio si sono svolte le elezioni delle RSU (rappresentanze sindacali unitarie) dei dipendenti di Agesp S.p.A. settore acqua e gas.
Si è imposta Cgil con 28 voti di lista, seguita a 26 voti da SdL, presente per la prima volta, e che ha avuto il singolo candidato più votato; più indietro Cisl che ha raccolto 10 preferenze.
SdL parla di "ottimo risultato" ma contesta i meccanismi per la formazione delle Rsu, condizionati da un accordo per cui la organizzazioni sindacali firmatarie di contratto nazionale possono usufruire di un "bonus" del 33%: "è come se in una corsa di cento metri alcuni atleti partono 33 metri più avanti..." Un sistema che SdL bolla come "assolutamente anticostituzionale e antidemocratico" e da abolire, ricordando che nel settore del pubblico impiego, ad esempio, non viene applicato.

Acqua, via libera al referendum chiesto dai sindaci lombardi

Secondo voi...
l'amministrazione comunale,
le oppozioni cosa ne pensano ?

Stiamo all'erta

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Acqua, via libera al referendum
chiesto dai sindaci lombardi

Lo ha deciso il Consiglio regionale della Lombardia con 34 voti favorevoli

5 Febbraio 2008

Milano -Con 34 voti favorevoli e 25 astensioni, il Consiglio regionale si è espresso per l’ammissibilità del referendum abrogativo di alcuni aspetti della legge relativi alla gestione ed erogazione del servizio idrico.

Il referendum era stato chiesto da 132 Comuni, tra i quali anche sei varesini: Daverio, Buguggiate, Casale Litta, Laveno, Cremenaga e Fagnano Olona. A proposito degli aspetti normativi che sono stati posti in discussione, come ha ricordato l’Assessore Alle Reti e Servizi di pubblica utilità, Massimo Buscemi , è in corso un costruttivo confronto fra la Giunta regionale e il Comitato promotore che ci si augura possa dar corso ad un soluzione condivisa.

“La giunta regionale – ha dichiarato Buscemi- ha predisposto un progetto di legge che risolve almeno tre dei quesiti posti dai Sindaci. Bisogna che sia chiaro inoltre – ha detto l’Assessore – che l’acqua è e resta una risorsa pubblica, di proprietà dei cittadini”.


ACQUA: CADE L’OSTRUZIONISMO DELLA MAGGIORANZA

Fonte
www.marioagostinelli.it



ACQUA: CADE L’OSTRUZIONISMO DELLA MAGGIORANZA, AMMESSO IL REFERENDUM
UNA BELLA GIORNATA PER I MOVIMENTI, I CITTADINI DEMOCRATICI E - PERCHE’ NO…. - PER LA BATTAGLIA DEL GRUPPO PRC IN CONSIGLIO REGIONALE
di Mario Agostinelli

07/02/2008


In una seduta di Consiglio incredibilmente interrotta per la partecipazione del centrodestra - lo stesso che, nei giorni della loro scomparsa, non aveva sentito il bisogno di modificare l’ordine del giorno per un minuto di silenzio in onore di Enzo Biagi o di Arrigo Boldrini - alla messa commemorativa della mamma di Berlusconi, la maggioranza ha finalmente deciso di discutere e votare l’ammissibilità del referendum sull’acqua promosso da 132 consigli comunali.

Con 34 voti a favore - molti più dei consiglieri di minoranza - e solo 25 astensioni - molte meno di quelle chieste dalla Giunta in appoggio alle sue riserve politiche - è passata la posizione da noi sostenuta a fianco dei Sindaci e dei movimenti che martedì scorso hanno manifestato davanti al Pirellone.

E’ una vittoria democratica che pone fine a un rimpallo contro le regole e che riattiva il significato determinante della partecipazione dal basso. Una vittoria certo non regalata, ma strappata dall’unità e dalla caparbietà degli amministratori, sostenuti con forza da tutta l’Unione e in particolare da Rifondazione Comunista.

E così ora si apre una fase di discussione di merito: l’obiettivo è cambiare una legge che privatizza l’erogazione di un bene vitale e che sottopone la questione dell’acqua a una logica commerciale.

Il rapporto tra i movimenti sul territorio e le rappresentanze istituzionali a livello comunale e regionale ha ottenuto un risultato insperato. E’ una linea a cui ci vogliamo attenere per battere le destre anche nella fase elettorale che si sta avviando.

Nella abituale sottovalutazione dei media su una vicenda che ha impegnato duramente il Consiglio e coinvolto un gran numero di amministrazioni comunali e cittadini attivi, vogliamo segnalare il bell’articolo su Liberazione di Ivan Mazzacani, riportato qui di seguito



Lombardia, via libera al referendum
per impedire che l'acqua diventi una merce

di Ivan Mazzacani


Milano - La campagna e la mobilitazione a tutela dell'acqua pubblica ha registrato un nuovo successo. Il consiglio Regionale della Lombardia ha riconosciuto ieri la costituzionalità, e quindi l'ammissibilità, del referendum promosso da 132 comuni per abrogare parte della legge regionale 18/2006 che, caso unico in Italia, impone la gara per l'erogazione dei servizi idrici, aprendo di fatto ai privati. Dal punto di vista della prassi istituzionale può essere letto come un atto dovuto e scontato ma per la politica il fatto è rilevante e degno di cronaca. Prima di tutto perché è successo in Lombardia dove, in nome o a discapito dell'eccellenza, la giunta di centro destra promuove da tempo l'ingresso dei privati in diversi settori, un tempo prerogativa del pubblico, come sanità e istruzione. In secondo luogo tale processo rischia, ancora oggi, di coinvolgere un bene universale come l'acqua. La maggioranza di centro destra in consiglio regionale inoltre si è spaccata, offrendo al Referendum un risultato che può sorprendere: 34 voti a favore, ovvero più di quelli riconducibili ai consiglieri di opposizione, a fronte di 25 astensioni, molte meno di quelle chieste dalla giunta in appoggio alle sue riserve politiche, e nessun voto contrario.
Il successo registrato ieri è dovuto innanzitutto alla mobilitazione "dal basso" che l'anno scorso ha portato a raccogliere oltre 400mila firme per la legge di iniziativa popolare e che ha sollecitato il governo Prodi ad approvare la moratoria sui processi di privatizzazione dell'acqua; ma anche alla capacità di alcuni settori della politica di capitalizzare e fare proprie le richieste del movimento. I sindaci promotori del referendum e partiti come Rifondazione, in primis, che non nascondono la soddisfazione per il lavoro svolto fino ad oggi. «Il nostro ordine del giorno metteva in discussione l'operato della giunta anche dal punto di vista giuridico - dice il consigliere del Prc in Regione Mario Agostinelli - e li ha convinti a non esporsi a una campagna che li avrebbe travolti. Che ci sia una profonda riserva politica alla loro marcia indietro - aggiunge - lo dimostra il fatto che la Giunta ha invitato i suoi ad astenersi». A monte del risultato ottenuto Agostinelli vede un modello di condotta che la Sinistra dovrebbe replicare, perché vincente, e che sintetizza in pochi punti: il rapporto diretto coi movimenti, la forza di rompere criteri burocratici calati dall'alto, minare le pure alleanze di potere e sostenere, senza compromessi, una linea ferma capace di unire territorio e istituzioni. A giocare un ruolo non secondario è la capacità di attrarre consensi trasversali di un tema come quello dell'acqua: è successo alla manifestazione nazionale del 10 marzo scorso a Palermo, analogo il caso lombardo con settori della Lega Nord, qualcuno vocifera anche di Forza Italia, allineati sulle stesse rivendicazioni del centro sinistra. La partita sull'acqua in Lombardia è però tutt'altro che chiusa e non è detto che il referendum si svolga nel 2009 come da calendario. La giunta regionale sta cercando di correre ai ripari con un disegno di legge che avrebbe il fine, non dichiarato, di rompere il fronte finora compatto dei sindaci. In questo senso andrebbero anche le parole dell'assessore regionale ai servizi Massimo Buscemi che in apertura di consiglio ha parlato di un incontro con i sindaci, concluso, a detta sua, con «un'intesa totale sui contenuti».
A sentire i diretti interessati le cose non sono andate così: «Stiamo studiando il Ddl - dice l'assessore alle politiche ambientali di Cologno Monzese Giovanni Cocciro - non possiamo entrare ancora nel merito e non potremo farlo neppure domani (oggi per chi legge, n.d.r.) in commissione ambiente». Tra i sindaci c'è inoltre chi si spinge oltre al referendum e chiede un coinvolgimento dei singoli Comuni nella gestione dell'acqua maggiore rispetto a quanto previsto dalla legge Galli, che fa riferimento agli ambiti territoriali ottimali, grossomodo alle Province. «Il rischio è che anche i grandi consorzi, benché pubblici, seguano logiche del profitto» dice Alex Domenighini, uno dei 12 sindaci della Val Camonica promotori del Referendum. Dove porterà la partita sull'acqua è dunque ancora oggetto di dibattito. Da ieri è però lecito pensare che, almeno in Lombardia, la privatizzazione avrà vita più difficile.

Occorre ritrovarsi, unirsi, rompere gli indugi, rilanciare dal basso la speranza e il cambiamento.

Anagrafe, la Lega Nord presenta una mozione

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Anagrafe, la Lega Nord presenta una mozione
Chiede di emanare una pubblica ordinanza tuteli i cittadini, favorisca il rispetto delle norme di pubblica sicurezza e in materia di igiene sanitaria, garantendo una corretta gestione del registro della popolazione residente

2 Febbraio 2008
Riceviamo e pubblichiamo

Venegono Superiore - Questa mattina, 2 febbraio 2008, la Lega Nord Venegono ha presentato al Sindaco del Comune di Venegono Superiore una mozione relativa alla ATTUAZIONE DELLE DISPOSIZIONI LEGISLATIVE GENERALI IN MATERIA DI ISCRIZIONE NEL REGISTRO DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE E DISPOSIZIONI CONGIUNTE IN MATERIA IGIENICO SANITARIA E DI PUBBLICA SICUREZZA come già in precedenza fatto dal movimento, in altri comuni, dopo l’ordinanza del Sindaco di Cittadella.
Con la predetta ordinanza si chiede al Sindaco e la Giunta del Comune di Venegono Superiore, in applicazione della disciplina legislativa generale, che regola l’iscrizione anagrafica nel registro della popolazione residente e delle norme di attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio dello Stato Italiano, di emanare una pubblica ordinanza o un provvedimento che tuteli i cittadini, favorisca il rispetto delle norme di pubblica sicurezza e in materia di igiene sanitaria, garantendo una corretta gestione del registro della popolazione residente.
La mozione è stata presentata dal consigliere Avv. Francesca Brianza e dal Segretario di sezione Ambrogio Crespi davanti al Sindaco e due consiglieri di maggioranza che hanno favorevolmente accolto il contenuto della mozione.

Il segretario di sezione Ambrogio Crespi

Prealpi servizi: piano industriale, aggregazione limitata all’acqua

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Le municipalizzate della provincia approvano il nuovo piano che prevede la possibilità di unirsi nel settore idrico

Prealpi servizi: piano industriale, aggregazione limitata all’acqua
Mercoledi 30 Gennaio 2008

Varese - L’assemblea dei soci di Prealpi Servizi ha aggiornato il piano industriale, e previsto la formulazione di nuovi patti parasociali. Che significa? La società, nata per essere una holding provinciale che riunisse le municipalizzate del territorio, ha approvato un piano che, contrariamente al passato, prevede esplicitamente l’aggregazione solo di un settore, quello idrico. Il piano prevede che i soci, ovvero le società di Varese, Gallarate, Busto Arsizio (Aspem, Amsc e Agesp), si uniranno in Prealpi Servizi, insieme anche a Sogeiva, la società che gestisce la depurazione delle acque della provincia. Dovranno però essere fatti una serie di passaggi tra cui le perizie su ciascuna azienda.
L’obiettivo è migliorare l’efficienza. Per quanto riguarda la tariffa, sarà l’autorità provinciale (Ato) a decidere quanto pagheremo in bolletta. Il nuovo piano d’ambito dell’acqua (sarà approvato in primavera) prevede investimenti per 460 milioni di euro e un innalzamento della tariffa, che entro 10 anni è destinata a passare da 0,85 centesimi per metro cubo a un massimo a 1,5 euro per metro cubo (è il costo medio previsto in Italia nel 2020).
Le municipalizzate varesotte restano disanti su altri settori di business: nel gas Busto e Gallarate hanno già sancito un’unione strategica , mentre Varese non è entrata. Nel settore igiene urbana, ognuno fa per se'.
E Venogeno Superiore, che fa?

Lombardia, apertura della Regione sull'acqua pubblica

Fonte


Lombardia,
apertura della Regione sull'acqua pubblica

di REDAZIONE

29/01/2008


"Possibili modifiche all'attuale legge", ha detto il vicepresidente del consiglio lombardo ai rappresentanti dei 132 comuni che chiedono un referendum per la gestione pubblica delle acque.

Il vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, Enzo Lucchini (Fi) ha presieduto l'audizione di una ventina di sindaci dei Comuni che hanno promosso il referendum sulla legge sulla gestione delle acque. All'incontro hanno partecipato anche il vicepresidente Marco Cipriano, numerosi capigruppo consiliari e presidenti di Commissione. E' intervenuto anche l'assessore regionale alle risorse idriche Massimo Buscemi.

Il coordinatore della delegazione di sindaci, Giovanni Cocciro (assessore del Comune di Cologno Monzese), ha riferito che i Comuni che chiedono modifiche alla legge regionale sono 132 e che il comitato ''Acqua bene comune'' rinnova la richiesta di un pronunciamento del Consiglio regionale sull'ammissibilita' del referendum.

Il vicepresidente Lucchini ha detto che il Consiglio regionale e' disponile a un confronto, ''come dimostrato dall'audizione in corso e come indicato nella richiesta del comitato refrendario, nella prospettiva -ha aggiunto- di verificare la possibilita' di modificare la legge onde evitare l'oneroso referendum''

Martedì 29 Gennaio, ore 9.30 a MILANO

Fonte




Martedì 29 Gennaio, ore 9.30
MILANO (MI), Sit-in



Martedì mattina, 29 gennaio 2008, il Consiglio regionale discute l’ammissibilità del referendum abrogativo della Legge 18, che obbliga i Comuni a privatizzare i propri servizi idrici, referendum richiesto da ben 117 Consigli comunali della Lombardia.

Il Comitato Milanese Acqua chiama tutti a un
Presidio

davanti alla Regione Lombardia
via Fabio Filzi 22
martedì 29 gennaio, ore 9:30

Venite in tanti !

Si tratta di un appuntamento molto importante nella vertenza acqua in Lombardia. C’è infatti il rischio che la maggioranza respinga il Referendum adducendo cavilli legali. Solo con una forte presenza di cittadini, movimenti, associazioni, sindacati, oltre ai Sindaci referendari, potremo "condizionare" il voto in Consiglio.

E’ importante che fin da ora ogni Comitato locale sensibilizzi i propri aderenti e i Comuni del territorio (sia quelli che hanno votato il Referendum che tutti gli altri) a partecipare al presidio, con striscioni, megafoni, gonfaloni, Sindaci in fascia tricolore.

Comitato Milanese Acqua

VOGLIAMO IL REFERENDUM

29 gennaio 2008 : dopo molti rinvii, il Consiglio della Regione Lombardia discute e vota l’ammissibilità di un referendum abrogativo di alcuni articoli della Legge regionale n.18/2006 che obbliga tutti i Comuni lombardi a consegnare ai privati i propri servizi idrici.

Il referendum è stato proposto, sulla base dello statuto della Regione, dai Consigli comunali di ben 117 Comuni lombardi (ne sarebbero bastati 50), che hanno deliberato la necessità di abrogare i principi base della legge:

1. l’obbligo per gli ATO (ambiti territoriali ottimali: formati in genere da diversi comuni, per la gestione del ciclo dell%u2019acqua) di mettere a gara l’affidamento dei servizi idrici, quindi di fatto di privatizzare;

2. l’obbligo di separare gestione ed erogazione, come se l’erogazione dell’acqua fosse una funzione separata dalla gestione del servizio idrico;

3. la possibilità di cedere ai privati parte della proprietà delle strutture (reti, impianti).

La richiesta di referendum abrogativo da parte dei Comuni interviene peraltro in un contesto nazionale in cui:

più di 400.000 firme hanno sostenuto la legge di iniziativa popolare per la difesa dell%u2019acqua pubblica in Italia;

il Governo ha impugnato, per motivi di incostituzionalità, la legge della Regione Lombardia;

il Governo ha altresì votato una moratoria di un anno, fino a dicembre 2008, che impedisce di cedere l%u2019acqua a delle SpA.

La Regione Lombardia vede dunque bloccata la sua iniziativa, tesa ad affrettare la privatizzazione dei servizi idrici per mettere tutti, Governo compreso, davanti al fatto compiuto. Adesso il Consiglio regionale dovrà discutere l’ammissibilità del referendum e ci auguriamo che nella decisione non intervengano logiche di maggioranze politiche, magari avvalendosi di cavilli tecnici, poiché equivarrebbe a negare l’istituto del referendum, e soprattutto a negare ai cittadini il diritto di esprimere le proprie scelte.

Portare acqua potabile nei rubinetti delle case dei cittadini è stata e resta una delle grandi missioni pubbliche della politica. Il principio che l’acqua è un bene comune dalla cui potabilità dipende la vita e la salute di tutta la comunità, e che pertanto va garantito a tutti, ha segnato profondamente il cammino di civilizzazione della nostra società e non può essere demandato alla speculazione privata, né svenduto ad interessi di parte politica.

La richiesta di referendum abrogativo, da parte di 117 Consigli comunali, rientra perfettamente in questa linea: intende rendere la cittadinanza consapevole delle sorti che la politica riserva al servizio idrico e portarla ad esprimersi su queste grandi opzioni.

Chiediamo che il Consiglio Regionale rispetti la volontà espressa dai 117 Consigli comunali che, a nome della cittadinanza, hanno deliberato la richiesta di referendum abrogativo, in piena autonomia dai partiti e in modo trasversale a tutte le opinioni politiche. È una grande prova di democrazia che non può essere umiliata né da tortuosi cavilli mai sollevati prima d’ora, né da arroganti colpi di maggioranza.

Il Consiglio regionale ha il dovere di rispettare le leggi e le volontà popolari, vale a dire:

votare la palese legittimità del quesito referendario;

rispettare la moratoria in atto nel paese e fermare ogni affidamento a SpA.

Comitato lombardo acqua pubblica - Comitato milanese acqua %u2013 Forum italiano dei movimenti dell%u2019acqua - Contratto mondiale sull%u2019acqua

Davide contro Golia Rassicura Ferrarelle che la diffida

Fonte



Davide contro Golia
Rassicura Ferrarelle che la diffida
di Miriam Giovanzana

Consumare acqua in bottiglia, se l�acqua che sgorga dal rubinetto � di ottima qualit�, � un controsenso: costa di pi�, contribuisce al riscaldamento globale della terra (con i camion che la trasportano e la montagna di plastica che produce: circa 9 miliardi di bottiglie ogni anno in Italia), � pi� scomoda.
Ma, a quanto pare, non si pu� dire. O meglio non si pu� dire che ridurre il ricorso all�acqua in bottiglia � una buona cosa per tutti.
All�inizio di agosto infatti Ferrarelle, uno dei colossi del settore, il quarto gruppo in Italia, ci ha fatto scrivere dai suoi avvocati, diffidandoci dal continuare. Ferrarelle si sente sotto ingiusto attacco e danneggiata perch�, nei nostri articoli, abbiamo associato l�immagine di due suoi prodotti (l�acqua Boario e Vitasnella) allo slogan: �Mettetela fuorilegge. La pubblicit�, non l�acqua in bottiglia�.
Cos� ci diffida
- alla immediata cessazione della divulgazione dei suindicati articoli e delle suindicate immagini, quantomeno con riferimento ai marchi/prodotti del gruppo Ferrarelle Spa;
- alla immediata pubblicazione sul prossimo numero della rivista e sul sito internet di un comunicato di smentita circa lo specifico riferimento della opinione espressa con i suindicati articoli, ai singoli marchi/prodotti raffigurati di propriet� e comunque di pertinenza della Ferrarelle Spa;
- a non pubblicare ulteriormente articoli e/o immagini che possano ledere la reputazione commerciale della Ferrarelle Spa.

Vorremmo rassicurare Ferrarelle: la nostra �campagna di idee� non � contro di loro n� ha per oggetto i loro marchi; quello che ci interessa, come giornalisti e come cittadini, � indagare il mercato delle acque minerali e come sia stato possibile convincere gli italiani a diventare i maggiori consumatori al mondo di acqua minerale.
Ferrarelle si lamenta: �Con i suindicati numeri della Rivista � iniziato un vero e proprio �accanimento� da parte della Rivista, esclusivamente nei confronti di due marchi del �gruppo� Ferrarelle Spa (Boario e Vitasnella) e di due del gruppo Nestl� (Vera e Panna)�.
Nessun accanimento: l�immagine delle bottiglie in questione, come desume ogni lettore che non sia in malafede, era assolutamente esemplificativa: un particolare per dire il tutto del mercato.
Come figura retorica si chiama sineddoche. Comunque, per evitare ogni equivoco e ogni interpretazione maliziosa, al posto delle 4 bottiglie e dei 4 marchi abbiamo messo, ed � quello che vedete da qualche giorno sul nostro sito, tutte le bottiglie e i marchi che ci � stato possibile rintracciare nei supermercati di Milano vicini alla redazione.

Ma perch� prendersela con Altreconomia?
�La condotta posta in essere dall�Editore e dalla Direzione della Rivista �scrivono gli avvocati di Ferrarelle- costituisce una chiara e temeraria violazione dei limiti �ben circoscritti- posti al diritto di critica�.

Ecco, questa forse � la posta in gioco: abbiamo semplicemente fatto il nostro dovere di giornalisti, e non � una colpa ma semmai un merito quello di citare i fatti e i protagonisti con nomi e cognomi; certo, siamo ben consci che spesso siamo dei Davide di fronte ad aziende plenipotenziarie, ma questo non ci dissuade dall�avere il coraggio (noi preferiremmo dire semplicemente: la responsabilit�) di chiamare le cose con il loro nome. � questo �andare oltre il diritto di critica�?
A meno che l�andare oltre sia quell�immaginare il futuro, quel riflettere insieme sulle scelte individuali e collettive, anche sulle regole, che una comunit� si d� per vivere insieme. Ecco, s�: forse quello che per qualcuno � inaccettabile � quest�idea che, per difendere l�ambiente e il bene di un�acqua che sgorga direttamente nelle nostre case, senza fatica e con bassi costi, si possa arrivare anche a immaginare di normare la pubblicit�. A metterla fuori legge.
Come abbiamo gi� scritto, esistono diversi casi di regolamentazione della pubblicit�: � vietato fare pubblicit� alle sigarette, alla maggior parte dei farmaci, e in decine e decine di Paesi, Italia compresa, � vietato pubblicizzare in ogni forma (anche su riviste mediche, anche sponsorizzando congressi) il latte artificiale per la prima infanzia, che pure era nato come un salvavita: questo perch�, negli anni Sessanta, la massiccia pubblicit� di questo prodotto aveva quasi invertito a suo favore la tendenza naturale dell�allattamento al seno.
Ecco, questo � il tab� che rischia di scatenare le ire dei mercanti d�acqua: si pu� dire tutto, ma non immaginare un futuro senza pubblicit� dell�acqua. Perch� cos�, � chiaro, la partita sarebbe persa. Senza pubblicit� i consumi di acqua minerale si contrarrebbero, e resterebbero alti solo l� dove il servizio pubblico fosse inefficiente. O dove, per particolari motivi di salute, le acque minerali fossero indicate. O, semplicemente, per chi volesse berla.

Pensavamo che i giornali italiani non avrebbero mai pubblicato nulla di critico sulle acque minerali, visto che gli imbottigliatori sono tra i pi� grandi investitori pubblicitari del momento; e invece l�impensabile in questi mesi � accaduto: il sindaco di New York, Bloomberg, ha detto in luglio: �L�acqua? Bevete quella del rubinetto. � sicura, gradevole, pulita, costa meno di quella imbottigliata, � pi� pratica. E soprattutto: permette di risparmiare e ridurre la produzione di montagne di vetro e di plastica�.
(http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/07_Luglio/11/bottigliette_ny_giornale.shtml).

Il Corriere della sera e Repubblica hanno ripreso le dichiarazioni di Bloomberg e dedicato diverse pagine al tema; il caso di Gualdo Tadino e della sua piccola popolazione che si oppone a un nuovo stabilimento della Rocchetta (che abbiamo raccontato sul numero di febbraio di Altreconomia) � finito in prima serata al Tg1. Segno che i giornalisti e anche le grandi testate possono, se vogliono, non essere supini agli interessi dei loro inserzionisti.
La campagna �Imbrocchiamola� (www.imbrocchiamola.org) per chiedere al ristorante e in pizzeria l�acqua in brocca, � un�idea che � piaciuta a tanti ed � stata ripresa in centinaia di siti e rilanciata da stampa e radio nazionali.
E a Marghera, all�inizio di settembre, davanti ai ministri Mussi, Ferrero e Pecoraro Scanio abbiamo raccontato tutto ci�, e la possibilit� di pensare a una �Pubblicit� Progresso� a favore dell�acqua del rubinetto. Hanno alzato gli occhi, interessati.
Per questo continuiamo, perch� non accada come nelle zone d�Italia dove l�acqua pubblica non � buona, oppure semplicemente non c��, che la gente si rassegni a comperare l�acqua in bottiglia. Noi preferiamo pensare che avere acqua potabile di buona qualit� sia un diritto. Di tutti.

Se siete d�accordo con noi, ora pi� che mai firmate il nostro appello e lasciate un commento
(www.altreconomia.it/acqua)

ACQUA DI FINE ANNO

Fonte
www.marioagostinelli.it


ACQUA DI FINE ANNO
di Mario Agostinelli
Capogruppo RC in Consiglio Regionale Lombardia



17/12/2007


ACQUA DI FINE ANNO. LAVORI IN CORSO: DAI MOVIMENTI, AI TERRITORI, AI COMUNI, AL CONSIGLIO REGIONALE

Il 2007 si è caratterizzato per una grande ed estesa presa di coscienza dell’intera polazione italiana sul problema della proprietà e gestione pubblica dell’acqua. 500.000 firme per la legge popolare e una grande manifestazione nazionale il primo di Dicembre a Roma hanno accompagnato centinaia di assemblee nei comuni della Lombardia e un referendum popolare contro la legge 18 della giunta Formigoni che privatizza il servizio. Nel frattempo, Rifondazione Comunista ha dato una intensa e ferma battaglia nel Consiglio Regionale per cambiare gli orientamenti privatistici e commerciali che il centrodestra vuole imporre per il governo del servizio idrico. Dopo l’impugnativa da parte del Governo Prodi della legge 18 della Lombardia, deve ripartire una iniziativa ancora più sostenuta e, possibilmente, ancora più unitaria per concludere una battaglia decisiva e anticipatrice per il riconoscimento dei beni comuni anche nella nostra regione.

Proprio per allargare il consenso a questa battaglia, diamo qui di seguito alcuni ragguagli sui consumi, lo stato degli acquedotti, la qualità della risorsa, lo scontro tra maggioranza e opposizione.

LA SITUAZIONE DEI CONSUMI E DELLE RETI IDRICHE LOMBARDE

Nonostante i 55.000 km di tubazioni degli acquedotti, secondo una indagine Istat, nel 2001 le famiglie lombarde che lamentavano discontinuità nell’erogazione erano pari al 7,9% (contro una media nazionale del 16,3, ma considerando che la crescita di carenza d’acqua in Lombardia si è molto evidenziata solo negli ultimi 6 anni). Inoltre si stimano perdite medie alle reti del 27%, con punte oltre il 40% molto frequenti fuori dell’area milanese.

Benché la copertura delle reti fognarie (35.000 km) sia pressoché totale, con una popolazione residente servita per circa il 90%, solamente il 50-60% delle reti risulta collegato ad un impianto di depurazione.

Le perdite delle reti fognarie, responsabili di estese situazioni di degrado della falda, sono difficilmente stimabili, ma sono molto elevate e da mettere in relazione con l’età, lo stato di manutenzione e l’adeguatezza ai carichi crescenti di reflui urbani.

Per quanto riguarda gli impianti di depurazione – circa 1275 nella regione - solamente il 40% è dotato di fasi di trattamento appropriato e ben l’80% necessita di adeguamento.

Il bilancio idrico regionale è negativo ed i consumi di acqua sono in costante aumento:

  • i volumi di acqua concessa in regione Lombardia ammontano ad oltre 130 miliardi di metri cubi all’anno – cioè maggiori di 5 volte l’afflusso meteorico che è stimato in 27 miliardi di metri cubi all’anno
  • le concessioni riguardano prevalentemente gli usi agricoli e produttivi, ed in particolare: i prelievi per la produzione di energia idroelettrica ammontano al 67% del totale, l’irrigazione al 23% e l’industria al 7% mentre per scopo civile si usa il 2-3% della risorsa;
  • al netto dell’acqua utilizzata a scopi idroelettrici, l’uso preponderante è quello irriguo, 81%, seguito da: civile potabile 8%; industriale 5%; civile non potabile 3%; piscicoltura 3%;
  • le fonti di approvvigionamento interessano per il 93% le acque superficiali e per il restante 7% le acque sotterranee (pozzi e sorgenti);
  • i settori maggiormente idrovori, irriguo e industriale, impegnano in prevalenza acque superficiali, mentre il comparto civile è coperto per l’84% da pozzi;
  • il consumo medio giornaliero procapite in Lombardia è di 358,3 litri di acqua, nettamente superiore alla media nazionale di 286 l/ab/.

UN FUTURO COMPROMESSO E MOLTO PROBLEMATICO


la disponibilità quantitativa di risorsa idrica è sempre minore:

  • la fascia alpina ha costituito storicamente la zona più piovosa d’Italia (come emerge dal confronto delle precipitazioni medie nazionali dal 1961 al 1990) ma, dal 1990 ad oggi, i climatologi hanno verificato una inversione di tendenza con una netta diminuzione dei quantitativi di pioggia e dei relativi afflussi nella pianura padana
  • contestualmente si è verificato un aumento delle temperature medie che a sua volta ha determinato: da un lato il ritiro dei ghiacciai; dall’altro, l’anticipazione dello sviluppo della vegetazione e quindi della stagione irrigua per il comparto agronomico
  • la qualità dell’acqua dei corpi idrici superficiali, nella maggior parte dei casi, è classificata come pessima, scadente o sufficiente; in pochi casi i fiumi e i laghi si trovano nello stato ecologico definito “buono” e mai in quello di “ottimo”:
  • le acque sotterranee in Lombardia sono la principale fonte di approvvigionamento per scopo potabile ma, in generale, non sono mai buone le caratteristiche del primo acquifero, interessato da inquinamenti legati sia all’attività industriale ed agricola, sia a quella civile a causa del cattivo funzionamento del sistema fognario. I fitofarmaci (in particolare i diserbanti) sono la principale causa di contaminazione nelle falde sottostanti le zone agricole ed i composti organoalogenati (in particolare solventi clorurati) nelle aree più industrializzate.

COSA FA FORMIGONI? E QUANTE BUGIE DALL’ASSESSORE BUSCEMI!

Come al solito, anche per l’acqua la Giunta si è preoccupata degli interessi privati e, così, è stata imposta la notissima legge 18, quella che ne privatizza l’erogazione e sottrae ai comuni la titolarietà sulle modalità del servizio. Una legge impugnata dal Governo Nazionale per illegittimità e contrastata ora dai comuni lombardi che ne chiedono l’abolizione per referendum.

Ma nel frattempo:

  • nella legge n°222 del 29 novembre 2007 è stato introdotto dal Senato un articolo che vieta nuovi affidamenti del servizio idrico integrato fino all'emanazione delle disposizioni del decreto Lanzillotta (che sancirà il carattere pubblico di tutto il servizio idrico) e, in ogni caso, entro e non oltre Dicembre 2008.
  • entro Febbraio 2008 si attende il pronunciamento della Corte Costituzionale per l’incostituzionalità di alcune parti della legge regionale;
  • il Ministro Lanzillotta ha risposto ad una interrogazione presentata da alcuni Senatori lombardi esprimendo un parere negativo sull’obbligatorietà di gara per l’erogazione del servizio e su altri aspetti della legge lombarda propugnata dall’assessore Buscemi come la migliore d’Italia!
  • A oggi 117 Comuni hanno approvato nei Consigli comunali la proposta di referendum per l’abrogazione delle disposizioni della l.r. 26/03 così come modificata dalla l.r. 18/06.

Intanto, incredibilmente, la Giunta nell’assestamento al Bilancio 2007 ha operato un taglio di oltre 22 milioni di €uro per gli ATO per la realizzazione di opere necessarie ai servizi idrici!

GLI O.d.G. PRESENTATI IN CONSIGLIO REGIONALE DA RIFONDAZIONE COMUNISTA

In occasione della discussione del bilancio per il 2008 RC presenta tre ordini del giorno sulla questione dell’acqua per chiedere:

  1. la promozione e la realizzazione di azioni concrete e significative finalizzate alla riduzione dei prelievi idrici e dei consumi in tutti i settori, ma soprattutto in quelli produttivi e agricoli
  2. di prevedere sistemi di monitoraggio e di verifica dell’efficacia delle azioni intraprese al fine di ridurre i consumi idrici.
  3. di intraprendere le azioni necessarie a conseguire le prescrizioni indicate nella direttiva 2000/60/CE
  4. di realizzare gli investimenti necessari alla realizzazione delle reti e degli impianti del ciclo idrico integrato così come richiesto dalle Autorità d’Ambito
  5. di attuare la promozione e la realizzazione di azioni finalizzate alla riduzione dei prelievi idrici e dei consumi in tutti i settori, ma soprattutto in quelli produttivi e agricoli
  6. di incrementare i contributi da erogare alle Autorità d’Ambito affinché vengano realizzate le opere necessarie a migliorare la qualità del servizio reso agli utenti nonché lo stato qualitativo dei corpi idrici superficiali e sotterranei
  7. di finanziare le azioni necessarie a conseguire le prescrizioni indicate nella direttiva 2000/60/CE
  8. di adeguare la l.r. 26/03 così come modificata dalla l.r. 18/06 alla normativa comunitaria e nazionale, al fine di garantire il governo, la gestione e l’erogazione in mano totalmente pubblica del servizio idrico integrato.
Il 2008 si aprirà probabilmente con l’ammissibilità del referendum Regionale, con l’esecutività del decreto Lanzillotta, con la rimessa in discussione della legge lombarda N° 18. E, allora, Buon Anno Nuovo, amici dell’acqua!!